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    Home » Archivio Storico » 2025 » Ambizione (il)limitata
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    Ambizione (il)limitata

    Micaela FerraroDi Micaela FerraroGiugno 16, 2025
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    Giorgia Meloni è la “signora delle destre” globali ma più che di voci forti l’Italia sembra aver bisogno di idee forti. Che mancano

    Fin dal momento della sua elezione in Italia, Giorgia Meloni – attuale premier e leader di Fratelli d’Italia – si è presentata sulla scena internazionale come una delle figure chiave del nuovo conservatorismo globale. Siamo, d’altronde, di fronte a un panorama sempre più polarizzato di cui Meloni appare grande protagonista: punto di riferimento delle destre, ospite privilegiata nei consessi atlantici, regista della rinascita sovranista in Europa e interlocutrice di peso nei summit internazionali, la leader di FdI si è presentata come garante della stabilità e dell’affidabilità atlantica smussando – in pubblico – gli angoli più duri della retorica utilizzata in campagna elettorale, rivelandosi così in grado di rassicurare tanto Bruxelles quanto la Washington pre-Trumpiana mantenendo comunque ben saldo il legame con l’elettorato identitario e con le figure chiave dell’ultradestra mondiale.

    Una doppia identità politica che si nutre di ambiguità: appare rassicurante per le élite economiche e istituzionali quando si tratta di stabilità e rigore, ma è ancora visceralmente legata a una visione “fortezza Europa” sui temi migratori, culturali e sociali. Un gioco di equilibrio che, finora, ha garantito a Meloni un certo successo sia a livello interno sia all’estero, dove viene osservata con curiosità – e aperta ammirazione – dalle destre in cerca di modelli vincenti.

    Appare lecito domandarsi tuttavia se l’importanza di Meloni nel teatro delle destre globali – veicolata anche da una certa abilità da storyteller, che si evince dai suoi discorsi pronunciati a voce forte a metà strada tra sovranismo e marketing identitario – si traduca effettivamente in un rafforzamento del ruolo diplomatico dell’Italia. La premier si muove in sintonia con i grandi nomi del conservatorismo internazionale: da Viktor Orbán a Santiago Abascal, da Donald Trump Jr. ai think tank reazionari americani. Non per niente è stata fino al gennaio di quest’anno presidente dell’ECR (European Conservatives and Reformists), l’unico gruppo di destra in crescita costante all’Europarlamento – oggi guidato da Mateusz Morawiecki, ex primo ministro della Polonia -, e il suo volto campeggia tra quelli dei protagonisti dei raduni della destra internazionale come il CPAC (Conservative, Political Action Conference); eppure mentre Meloni si muove con disinvoltura nei corridoi del potere internazionale, il sistema-Paese sembra arrancare, in una contraddizione tutta italiana. 

    In altre parole, cresce la centralità della leader nella dimensione internazionale, ma non quella dell’Italia come soggetto geopolitico autonomo. Il rischio potrebbe essere quindi quello di una “personalizzazione della diplomazia” in cui la visibilità della figura al vertice non è accompagnata da una reale strategia nazionale multilivello.

    Un esempio emblematico è la gestione dei rapporti con la Tunisia o con l’Egitto, che spesso viene affidata a dinamiche più mediatiche che diplomatiche, mentre sullo sfondo si intravedono le vere regie – quelle di Parigi, Berlino, e perfino Ankara – che muovono le pedine con più efficacia.

    Nel Mediterraneo l’Italia resta spettatrice di una partita giocata da altri; in Africa il “piano Mattei” resta vago manifesto di buone intenzioni, più funzionale parrebbe a una retorica patriottica che a un reale riposizionamento geopolitico, e in Europa la voce italiana sembra risuonare più quando si allinea agli interessi conservatori che quando si fa propositiva. 

    Anche i rapporti con la Commissione Europea restano ambigui: da una parte si rivendica la fedeltà ai vincoli dell’Unione, dall’altra si alimenta un sottobosco comunicativo fatto di slogan anti-europeisti, di richiami alla “sovranità perduta” e di accuse alla “tecnocrazia di Bruxelles”. Il risultato? Una postura oscillante che rende difficile definire con chiarezza quale sia davvero la direzione politica dell’Italia in Europa.

    Il rischio più evidente dell’ascesa internazionale di Meloni allora è che la stessa non si traduca in un salto di qualità per il Paese quanto in una sua personale capitalizzazione politica. L’Italia rischia così di rimanere prigioniera della retorica identitaria, perché una leadership forte potrebbe non bastare se non sostenuta da un progetto-Paese che vada oltre gli slogan e i selfie ai vertici. 

    L’immagine, a parere di chi scrive, non può sostituire la sostanza: mentre Meloni si concentra sul “racconto”, l’apparato diplomatico fatica a proporre visioni articolate, lasciando che la politica estera venga dettata più dalle agende dei singoli ministeri o dai cicli elettorali che da un disegno complessivo. E se il soft power italiano – fatto di cultura, industria creativa, relazioni mediterranee – venisse subordinato alle esigenze propagandistiche di un Governo identitario? Sarebbe un’occasione sprecata.

    Probabilmente una Nazione con ambizioni da mediatore mediterraneo e da ponte euro-atlantico più che di una voce forte avrebbe bisogno di idee forti. 

    E forse anche di meno propaganda.  

    destre nel mondo GIORGIA MELONI TOP NEWS
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    Micaela Ferraro

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