Il punto di vista del Dr Orhan Dragaš: autore, scrittore, saggista internazionale.
La morte di Abderrahim Fakir durante un intervento della polizia a Bologna appartiene a quella categoria di eventi di fronte ai quali la politica perde facilmente il senso della misura. Alcuni condannano gli agenti prima ancora che i fatti siano stati accertati; altri escludono in partenza che la forza possa essere stata impiegata in modo improprio. Giorgia Meloni non ha fatto né l’una né l’altra cosa. Ha chiesto che ogni responsabilità venga accertata con il massimo rigore, senza pregiudizi e senza indulgenza verso nessuno. Nello stesso tempo, ha rifiutato che la richiesta di verità diventasse una giustificazione per devastare la città e aggredire le forze dell’ordine. Negli scontri seguiti alle proteste sono rimasti feriti decine di agenti. La sua reazione è stata quella di una presidente del Consiglio consapevole che lo Stato ha il dovere di verificare il comportamento dei propri funzionari, ma anche quello di difendere le istituzioni dalla violenza di strada.
È nella distinzione tra l’accertamento dei fatti e la vendetta che si riconosce il modo in cui Giorgia Meloni concepisce la sicurezza. Lo Stato deve la verità alla famiglia dell’uomo che ha perso la vita. Lo stesso Stato deve protezione al poliziotto contro il quale vengono lanciate bottiglie, sedie e materiale pirotecnico. Lo Stato di diritto perde il proprio significato quando viene applicato in base alla simpatia politica, all’origine etnica o al colore di un’uniforme. A Bologna, Meloni ha respinto una condanna preventiva della polizia, senza tuttavia offrire alcuna immunità politica agli uomini coinvolti nell’intervento. È una posizione che forse non soddisferà le componenti più rumorose della sinistra e della destra italiana, ma che proprio per questo appare seria e responsabile.
Pochi giorni dopo, in un’intervista a Il Giornale, ha pronunciato una frase destinata a restare legata al suo mandato: «L’Italia non è più il campo profughi d’Europa». È un’affermazione politicamente forte, ma oggi è sostenuta da risultati difficili da contestare. Dall’inizio del 2026 al 15 luglio sono arrivati sulle coste italiane 15.323 migranti. Nello stesso periodo del 2025 erano stati 33.116, mentre nel 2024 erano stati 30.323. Il numero degli arrivi si è quindi più che dimezzato rispetto all’anno precedente. Parallelamente, entro il 13 luglio sono stati effettuati 4.658 rimpatri forzati e rientri volontari assistiti, contro i 3.499 dello stesso periodo del 2025 e i 2.902 del 2024.
Questi dati non significano che il problema dell’immigrazione irregolare sia stato risolto. Le rotte del Mediterraneo possono cambiare rapidamente, mentre guerre, povertà, instabilità politica e decisioni dei Paesi di transito incidono direttamente sul numero delle partenze. Questa necessaria cautela, tuttavia, non può più essere utilizzata per negare ciò che è evidente. Il governo ha ridotto gli arrivi, aumentato i rimpatri e modificato il modo in cui a Roma e a Bruxelles si discute del controllo delle frontiere. Un risultato politico si misura nella realtà che riesce a modificare, e oggi la realtà italiana è diversa da quella dell’estate del 2023, quando più di 157.000 persone arrivarono via mare e l’isola di Lampedusa tornò a essere il simbolo dell’impotenza europea.
Giorgia Meloni ha sostenuto fin dall’inizio che l’immigrazione incontrollata non rappresenta una forma di umanità. Produce enormi profitti per le reti dei trafficanti, favorisce chi può pagare un viaggio pericoloso, penalizza coloro che hanno realmente bisogno di protezione e lascia il peso maggiore agli Stati situati alle frontiere esterne dell’Unione. Per anni, in una parte consistente dell’opinione pubblica europea, questa posizione è stata presentata come inaccettabilmente di destra. Oggi l’Unione europea adotta norme che muovono proprio dalla necessità di rafforzare il controllo delle frontiere esterne, accelerare le procedure, aumentare i rimpatri e rendere possibile l’apertura di centri di rimpatrio in Paesi terzi.
A marzo il Parlamento europeo ha sostenuto l’avvio dei negoziati sul nuovo sistema dei rimpatri; all’inizio di giugno, il Consiglio e il Parlamento hanno raggiunto un accordo che consente agli Stati, nel rispetto del diritto internazionale, di istituire centri di rimpatrio fuori dal territorio dell’Unione. I migranti privi del diritto di soggiorno dovranno collaborare con le autorità, mentre chi tenterà di sottrarsi al rimpatrio andrà incontro a conseguenze più severe. È una conferma europea dell’impostazione che Giorgia Meloni aveva anticipato con l’accordo con l’Albania, molto prima che Bruxelles fosse pronta ad accettarla.
I centri in Albania hanno incontrato contenziosi giudiziari, rinvii e costi elevati, e il loro avvio non ha prodotto i risultati attesi. Ciò non toglie che il valore di un’idea strategica diventi talvolta evidente soltanto quando viene accolta da coloro che in precedenza l’avevano respinta. Il dibattito europeo non riguarda più soltanto la distribuzione delle persone già arrivate. Al centro vi sono ora la prevenzione delle partenze, l’esame delle domande alla frontiera, il ricorso a Paesi terzi sicuri, la cooperazione con gli Stati d’origine e il rimpatrio effettivo di chi non ha diritto alla protezione. La politica europea si è avvicinata a Roma molto più di quanto Roma si sia avvicinata alla precedente linea di Bruxelles.
Particolarmente importante è la distinzione che Meloni opera tra immigrazione legale e immigrazione irregolare. Il suo governo ha approvato un piano triennale che prevede, tra il 2026 e il 2028, l’ingresso regolare di un massimo di 497.550 lavoratori provenienti da Paesi esterni all’Unione europea. L’agricoltura, l’edilizia, il turismo, l’industria e il sistema dell’assistenza italiani hanno bisogno di manodopera straniera. La sua politica, dunque, non consiste nel chiudere l’Italia agli stranieri. Restituisce allo Stato il diritto di stabilire quante persone possa accogliere, per quali lavori, a quali condizioni e dopo quali controlli. Umanità, interesse economico e controllo possono convivere quando gli ingressi sono regolati dalla legge e non dai trafficanti operanti sulle coste del Nord Africa.
La disposizione più controversa attribuisce al governo la facoltà di vietare temporaneamente a determinate imbarcazioni l’ingresso nelle acque territoriali italiane qualora esista una grave minaccia all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale. Il divieto durerebbe trenta giorni e potrebbe essere prorogato fino a sei mesi, mentre resterebbe pienamente in vigore l’obbligo di soccorrere le persone in mare. Giorgia Meloni cerca così di trasformare l’idea del blocco navale in una misura giuridicamente definita, capace di resistere al controllo dei tribunali.
La stessa logica è riconoscibile nel nuovo disegno di legge sulla sicurezza. A metà luglio la presidente del Consiglio ha affermato che lo Stato sta dalla parte di chi rispetta le regole. Una parte del provvedimento riguarda la violenza minorile e di gruppo, il porto di armi bianche e la possibilità per la polizia di vietare le riunioni di persone che si organizzano per commettere atti violenti. I critici vi vedranno un ampliamento dei poteri delle forze dell’ordine. I suoi avversari politici, tuttavia, non hanno ancora offerto una risposta convincente alla crescente sensazione che, in alcuni quartieri, gruppi organizzati di giovani possano intimidire e ferire i passanti, attaccare la polizia e contare sulla debolezza della reazione dello Stato. Non si tratta di una questione astratta. La comprendono meglio di chiunque altro i genitori che cominciano a domandarsi se sia sicuro lasciare che il proprio figlio torni a casa da solo attraversando la sua stessa città.
Il ruolo di Giorgia Meloni in Europa va ben oltre l’immigrazione e l’ordine interno. Al vertice della NATO ad Ankara ha parlato della sicurezza come fondamento della sovranità dello Stato. Nella sua definizione rientrano le forze armate, la polizia, la protezione delle frontiere, le infrastrutture critiche, la sicurezza energetica, la difesa informatica, la protezione dei dati e la resilienza delle catene di approvvigionamento. È una concezione adeguata a un’epoca nella quale il confine tra guerra e pace diventa sempre più difficile da individuare. Oggi uno Stato europeo può essere minacciato da un missile, da un attacco informatico, dall’interruzione delle forniture energetiche, dal sabotaggio di un cavo sottomarino, dall’uso delle rotte migratorie come strumento di pressione o dalla dipendenza da un fornitore straniero di una tecnologia strategica.
Nei rapporti con gli Stati Uniti ha mostrato una capacità che appartiene a pochi leader europei. Comprende che, senza l’America, la NATO non dispone ancora di capacità militari, di intelligence, logistiche e di deterrenza strategica sufficienti. Allo stesso tempo, ritiene che gli Stati europei debbano assumersi una parte molto maggiore della responsabilità per la propria difesa. Questo non significa allontanarsi dagli Stati Uniti né indebolire la NATO. Significa cercare di rendere l’Alleanza più equilibrata e sostenibile nel lungo periodo. Un leader europeo che si aspetta da Washington una protezione permanente e, nello stesso tempo, promette ai propri cittadini che la difesa non avrà alcun costo offre loro un’illusione.
La forza di Giorgia Meloni non deriva soltanto dalle decisioni che ha adottato, ma dal fatto che non ha cambiato posizione quando la pressione è diventata più forte. È arrivata al governo con la promessa esplicita di ristabilire l’autorità dello Stato, proteggere le frontiere e restituire all’Italia il peso politico che le spetta in Europa. Avrebbe potuto, come molti prima di lei, attenuare le proprie posizioni una volta entrata a Palazzo Chigi. Ha scelto invece di trasformarle in politica di governo. Non è stata la carica a cambiarla; è stata lei a imprimere alla carica il proprio segno politico.
È particolarmente importante il modo in cui ha modificato la posizione dell’Italia all’interno dell’Unione europea. Per anni ci si è aspettati che Roma accettasse decisioni prese altrove, sostenesse il peso maggiore della rotta mediterranea e poi chiedesse solidarietà ai partner. Giorgia Meloni ha rovesciato questo rapporto. Oggi l’Italia non chiede il permesso di parlare dei propri interessi nazionali. Li espone apertamente, negozia con fermezza e riunisce Paesi consapevoli che una politica europea non può essere seria se trascura le frontiere, l’industria, la difesa e la sicurezza dei cittadini.
Ha dimostrato anche una rara capacità di essere affidabile per gli alleati e, quando gli interessi italiani lo richiedono, scomoda per i suoi interlocutori. A Bruxelles sanno che non ritirerà una posizione soltanto perché viene criticata. Ha avuto il coraggio di contestare Donald Trump quando ha attaccato papa Leone XIV e quando ha sostenuto che lei lo avesse pregato di poter fare una fotografia con lui, senza per questo mettere in discussione la convinzione che gli Stati Uniti siano un alleato essenziale dell’Italia e dell’Europa. Nella NATO sanno che comprende il prezzo della sicurezza. Nei Paesi del Mediterraneo sanno che l’Italia non accetterà più che reti criminali e governi instabili decidano quante persone debbano raggiungere le sue coste.
Uno dei suoi maggiori punti di forza è proprio il fatto che non cerca di piacere a tutti. Per molto tempo la politica europea ha premiato la prudenza, l’ambiguità e il rinvio sistematico delle decisioni più difficili. Giorgia Meloni ha scelto una strada diversa. Ha accettato di essere attaccata e rappresentata in modo distorto, perché ha giudicato molto più alto il costo dell’inazione. Per questo la sua forza politica supera oggi i confini del partito che guida. Anche coloro che non condividono tutte le sue posizioni devono riconoscere che, sotto la sua guida, l’Italia ha una direzione chiara, una voce riconoscibile e una presidente del Consiglio che non si comporta come un’amministratrice provvisoria dello Stato. In un’epoca di governi deboli, mandati brevi e leader che cambiano opinione seguendo l’ultimo sondaggio, Giorgia Meloni rappresenta qualcosa che in Europa è diventato raro: una statista che sa che cosa vuole, è pronta a rispondere delle conseguenze delle proprie decisioni e considera l’interesse nazionale il criterio della politica quotidiana.
Non tutte le misure da lei adottate hanno prodotto i risultati attesi, ma l’indirizzo che ha imposto è ormai diventato europeo. In meno di quattro anni ha spostato la politica del continente dall’accettazione passiva degli arrivi irregolari al controllo delle frontiere, a rimpatri più rapidi per chi non ha diritto di soggiorno e a una maggiore responsabilità degli Stati per la propria sicurezza. Il nucleo della sua politica non consiste nel promettere una società priva di problemi, ma nel riportare lo Stato ad assumersi la responsabilità dell’ordine, delle frontiere e della sicurezza dei cittadini. È questa la ragione per cui il suo approccio ha acquistato tanta forza politica in Italia e un’influenza crescente in Europa. Giorgia Meloni ha compreso che i cittadini chiedono molto a chi governa, ma che tutto comincia dal diritto di vivere senza paura nel proprio Paese.
L’Europa l’ha dapprima accusata, poi ha cercato di fermare le sue proposte e oggi le incorpora nelle proprie regole comuni. È la prova più convincente del suo successo politico. Giorgia Meloni non è più soltanto la leader della destra italiana. È ormai tra i capi di governo europei che determinano la direzione del continente.
Molti politici europei continuano a parlare di un mondo che sta scomparendo. Giorgia Meloni si prepara al mondo che è già arrivato.
Di Orhan Dragaš

