Oggi le commemorazioni per il trentennale della strage che tolse la vita al magistrato antimafia ma che scosse anche le coscienze di un Paese allora ancora sopite

Il 18 maggio di 30 anni fa la mafia siciliana faceva esplodere un ordigno in un tratto d’autostrada vicino Palermo. La bomba fu così potente che venne registrata dagli esperti che monitoravano le scosse vulcaniche dall’Etna, dall’altra parte della Sicilia.

Oggi l’onda d’urto di quella bomba, che non ha solo ucciso il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre membri della sua scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, ma che ha anche risvegliato le coscienze, vibra ancora. Secondo molti, alle 17:56 di quel 23 maggio 1992, iniziava il declino pubblico della mafia. Che però è tutt’altro che scomparsa.

Con 500 chilogrammi di tritolo e nitrato di ammonio, posizionati in un tunnel sotto l’autostrada che collegava l’aeroporto di Palermo con il centro della città, Cosa Nostra ammoniva uno dei giudici che più avevano colpito l’organizzazione.

Con il metodo Follow the Money, in qualità di magistrato penale al Tribunale di Palermo sotto la guida di Rocco Chinnici prima (anche lui vittima di un attentato nel 1983) e nel pool antimafia di Antonino Caponnetto poi, Falcone insieme al compagno di una vita Paolo Borsellino ricostruisce i pezzi delle infiltrazioni mafiose come un puzzle.

Con l’inchiesta Pizza connection sviluppatasi tra Italia e Stati Uniti, Falcone e Borsellino portano sul banco degli imputati diverse famiglie mafiose come gli Spatola, i Gambino, gli Inzerillo.

I magistrati raccolgono centinaia di nomi e li portano in aula, nel primo maxiprocesso per mafia nella storia d’Italia che si apre nell’aula bunker del Tribunale di Palermo. Sul banco siedono 475 imputati, cui in primo grado saranno inflitti un totale di 2665 anni di reclusione. A dare la svolta al processo sono anche le rivelazioni del pentito Tommaso Buscetta, il Boss dei due mondi che proprio a Falcone rilascia dichiarazioni preziosissime, che porteranno a condannare 366 persone.

Nel 1989 Falcone sopravvive al fallito attentato dell’Addaura, nei pressi di Palermo, in una villa affittata per l’estate. In quell’occasione il magistrato parla di “menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia“, aprendo all’ipotesi di collegamenti dai contorni oscuri ma solidi fra “i vertici di Cosa Nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi“.

Un’intuizione che scoperchia un vaso di Pandora e che parallelamente inaugura due anni difficili per il giudice, nominato procuratore aggiunto presso il tribunale di Palermo che attraversa quella che oggi ricordiamo come la “stagione dei veleni”. Accuse, lettere anonime e attacchi alla credibilità sono all’ordine del giorno per il giudice.

Falcone indaga sulla morte del parlamentare della Dc Salvo Lima, di Piersanti Mattarella e Michele Reina e contestualmente risponde alle accuse di insabbiamento di indagini. Ma nulla lo ferma: con Ilda Bocassini apre un’inchiesta poi ribattezzata Duomo Connection che ricostruisce le tracce delle infiltrazioni mafiose a Milano e in Lombardia, allargando ancora una volta la lente dell’opinione pubblica su un fenomeno che non è più prerogativa del Meridione mafioso, ma che si dirama in tutto il Paese.

Così, Falcone arriva quasi isolato a quel 23 maggio del 1992. «Mi hanno delegittimato, stavolta i boss mi ammazzano» dice qualche giorno prima dell’attentato.

Il giorno dei funerali delle vittime, l’appello viene raccolto a gran voce da Rosario Costa, vedova dell’agente Vito Schifani: «io vi perdono, però dovete mettervi in ginocchio» recitava il suo urlo di dolore davanti ai mafiosi.

Oggi Schifani rilancia il messaggio: «collaborate, fateci conoscere la verità» ribadisce la vedova agli “uomini dello Stato che hanno tradito“, chiedendo di “comportarsi degnamente, anche alle forze dell’ordine che indossano la divisa, di non sporcarla come hanno fatto in passato quelli che hanno tradito. Il mio appello è: cercate di avere una coscienza perché poi andrete a vedervela con Dio“.

di: Marianna MANCINI

FOTO: ANSA/ ANTONELLA LOMBARDI