L’astronauta italiana, con lo sguardo alle stelle e i piedi per Terra, ha infranto molti record e posto nuove basi contro le discriminazioni di genere

È il 1962 quando la scrittrice, saggista e attivista britannica Naomi Mitchison pubblica Memorie di un’astronauta donna, uno dei primi volumi con protagonista una donna cosmonauta. Nello stesso anno l’Unione Sovietica annuncia di aprire una selezione per portare le donne nello spazio (per tirare uno “schiaffo morale” agli Stati Uniti). Tra le candidate, a spuntarla è Valentina Tereškova, operaia, sarta ed esperta di paracadutismo. E così, nel giugno 1963, è proprio lei la prima donna a varcare la linea di Kàrmàn, che a 100 km dal livello del mare segna convenzionalmente il confine tra l’atmosfera terrestre e tutto il resto dell’universo. Partita dal cosmodromo di Bajkonur, la navicella Vostok 6 compie 48 giri intorno alla terra e Tereškova, 26 anni – la persona più giovane a superare i confini terrestri – rimane quasi tre giorni nell’immensità.

Come è noto il programma spaziale statunitense Apollo (1961-1972) porta il primo uomo sulla Luna, un “tale” Neil Armstrong, insieme ai colleghi Edwin Aldrin (il secondo a calpestare il suolo lunare) e Michael Collins. Questa, però, è solo la parte più conosciuta della storia. Agli albori degli anni Sessanta il medico e ricercatore William Randolph Lovelace II avvia il progetto privato Mercury 13, volto ad addestrare un equipaggio interamente femminile. Sono 13, infatti,le candidate a passare i test fisiologici e attitudinali. Solo che il programma non vede la luce e non viene mai preso seriamente in considerazione dalla NASA (National Aeronautics and Space Administration). Alcuni ricercatori guardavano al Mercury 13 con “interesse” esclusivamente per dei presunti “vantaggi biologici”: le donne sono “più piccole” e “consumano meno ossigeno” (doppio sic). Ne scaturisce un caso mediatico che porta alla costituzione di una Commissione d’inchiesta per le discriminazioni di genere. Nella loro testimonianza, il rappresentante dell’agenzia spaziale degli Stati Uniti George Low e gli astronauti John Glenn e Malcolm Carpenter dichiarano che,secondo i criteri di selezione della NASA, le donne non potevano qualificarsi come candidate astronaute. Emblematica la dichiarazione di Glenn: «credo che il fatto che le donne non siano in questo campo sia semplicemente un fatto del nostro ordine sociale».

Molti anni dopo, nella notte tra il 27 e il 28 aprile 2022, all’1:37 ora italiana, dopo poco meno di 16 ore, Freedom, la capsula Crew Dragon di SpaceX attracca alla Stazione Spaziale Internazionale (ISS). È partita ufficialmente “Minerva”, la seconda missione di Samantha Cristoforetti. Con leia bordo del veicolo spaziale il resto dell’equipaggio Crew-4 composto dagli astronauti della NASA Kjell Lindgren, comandante, Robert Hines, pilota, e Jessica Watkins, specialista di missione, stesso ruolo ricoperto dall’aviatrice italiana.

Il video del decollo dal Kennedy Space Center, a Cape Canaveral, in Florida, fa il giro del web lasciando tutti a bocca aperta, mostrando quanto sia tangibile e vicino quello che pensiamo esista solo nei film, così impalpabile e lontano. E in orbita, a guidare il Segmento Orbitale Americano (Usos), l’insieme dei moduli e componenti statunitensi, europei e canadesi della ISS, c’è lei, “AstroSamantha”: astronauta, aviatrice, ingegnera e prima donna italiana nello spazio.

La 45enne avrebbe potuto essere anche la prima donna europea a capo della Stazione Spaziale Internazionale, ma i piani sono cambiati a causa della durata ridotta della missione. Il piano originario prevedeva che l’ingegnera e l’equipaggio di Crew-4 sarebbero saliti sulla Stazione durante la missione Expedition 67, e sarebbero scesi a Terra durante la Expedition 68, durante la quale l’astronauta italiana avrebbe dovuto prendere il comando. Il programma, però, è cambiato, e la permanenza a bordo ridotta: i cosmonauti torneranno a Terra prima dell’inizio della missione 68. 

Nei cinque mesi di missione Cristoforetti si sottoporrà agli esperimenti, selezionati dall’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), focalizzati sulla salvaguardia della salute degli astronauti e delle astronaute

in previsione delle future permanenze di lunga durata ma anche di insediamenti di esseri umani nello spazio.

Prometeo indaga sulle conseguenzedello stress ossidativo, alla base di molte patologie che possono colpire il sistema nervoso centrale dopo i voli spaziali, Ovospace studia il ruolo della microgravità sullo sviluppo delle cellule ovariche. Ma c’è anche Evoo che, come suggerisce il nome, esamina il modo in cui l’olio extravergine d’oliva reagisce alle radiazioni, e NutrISS che si pone l’obiettivo di trovare il miglior modo per mantenere un buon livello di composizione corporea tra massa grassa e massa magra in presenza di microgravità. Cristoforetti sta portando avanti anche Acoustic Diagnostics, gli esperimenti sugli eventuali danni all’apparato uditivo dei cosmonauti iniziati nel 2019 dai colleghi dell’ESA (Agenzia Spaziale Europea) Matthias Maurer e Luca Parmitano. Proprio l’astronauta siciliano è stato il primo, tre anni fa, ad accendere il rilevatore di particelle LIDAL (Light Ion Detector for ALTEA) – e il primo italiano al comando della stazione spaziale – ospitato dalla ISS..

Vocaboli e concetti apparentemente incomprensibili che Cristoforetti è in grado di raccontare con semplicità, ironia e rigore sui social, Twitter in primis, ma anche il “giovanissimo” TikTok dove è atterrata (sic) recentemente. Nel profilo Twitter dell’astronauta si possono ammirare spettacolari foto della Terra scattate dallo spazio ma anche tweet in cui l’aviatrice chiede a Sandra Bullock, protagonista del film Gravity,  come (e se) sia possibile mantenere una chioma ordinata “in costante caduta libera”. “AstroSamantha” è sempre stata attiva nella divulgazione scientifica: durante la sua prima missione Futura, tra il 2014 e il 2015, ha tenuto un diario di bordo fino a quando è tornata sulla Terra, in Kazakistan. La capacità di saper raccontare in modo semplice e approfondito “la vita, l’universo e tutto quanto” l’ha fatta amare da tutti, grandi e piccini, e dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che le ha rivolto uno sguardo sinceramente ammirato durante il collegamento organizzato tra il Quirinale e la Stazione Spaziale Internazionale in occasione della recente missione.

Sono solide le fondamenta sulle quali si basa questa capacità, che ha portato Cristoforetti da Malé, in Trentino, fino alle stelle e poi agli schermi del pubblico. Come capita spesso, però, non si tratta solo di un sogno d’infanzia diventato realtà, non del tutto, ma di una passione maturata nel tempo, che ha alimentato la voglia di porsi nuovi obiettivi e spostare sempre più in alto l’asticella. In un’intervista ha raccontato che da bambina amava Star Trek e le materie scientifiche e ha aggiunto, con amara ironia, che fino a quando non ha iniziato la facoltà di Ingegneria non aveva dato peso al fatto che questa professione non fosse considerata un lavoro “da donna” (sic). Una questione, quella del gender gap nei corsi di studio e nelle occupazioni STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) tuttora lontano dall’essere risolta, che si àncora alle norme sociali che attribuiscono ruoli e stereotipi di genere difficili da scardinare. Ma le donne nelle professioni scientifiche e tecnologiche ci sono eccome, e non sono eccezioni. E c’è anche Samantha Cristoforetti, che consegue la laurea magistrale in Ingegneria meccanica all’Università Tecnica di Monaco di Baviera. Durante gli studi trascorre un periodo a Tolosa, in Francia, dove lavora a un progetto sperimentale di aerodinamica, e poi vola in Russia per scrivere la tesi sui propellenti solidi per razzi. Per sua stessa ammissione, è in questi anni che si fa strada in lei l’intenzione di diventare pilota. Ma, c’è un grosso “ma”. Fino al 1999 le donne non potevano arruolarsi nelle Forze Armate. Con l’istituzione della legge sul servizio militare volontario femminile, Cristoforetti decide di partecipare al bando per l’ammissione all’Accademia Aeronautica di Pozzuoli, dove si diploma nel 2005.

Negli anni in Accademia la giovane macina chilometri e traguardi: presta servizio come “class leader” e le viene assegnata la Spada d’Onore per il miglior risultato accademico. Nel frattempo, nel 2004, aggiunge un altro mattoncino: la laurea triennale in Scienze Aeronautiche presso l’Università Federico II di Napoli. Un percorso che la porta sempre più in alto e sempre più lontano, letteralmente: nel 2009 viene selezionata dall’ESA, arrivando tra i 6 migliori candidatisu 8.500 tra uomini e donne. Ma Cristoforetti è anche la prima donna italiana a far parte degli equipaggi

dell’ESA e la terza europea in assoluto, dopo la britannica Helen Sharman (1991) e la francese Claudie Haigneré (2001). Un altro mattoncino si aggiunge nel 2012 quando viene scelta per “Futura”, la missione sulla Stazione Spaziale Internazionale durata 199 giorni, dal 23 novembre 2014 all’11 giugno 2015. Così, l’astronauta trentina diventa la prima a conquistare il record femminile di permanenza nello spazio in un singolo volo, che verrà poi battuto da Peggy Whitson nel 2017 e da Cristina Koch nel 2019.

È in questo periodo che il volto e il nome di Samantha Cristoforetti cominciano a diventare noti, familiari. Ma quella di “AstroSamantha” non è la storia di un’eroina, della “donna dei record”, è la storia di una donna, di una professionista, che mattoncino dopo mattoncino ha costruito la sua strada, la sua dimora e i suoi spazi. Il suo racconto è fatto di onestà intellettuale, schiettezza e ricerca, niente compiacimento o compiacenza. Nel libro Diario di un’apprendista astronauta, pubblicato per La Nave di Teseo nel 2018, in cui racconta la quotidianità dei 7 mesi passati in orbita, afferma: «volevo scrivere qualcosa che evitasse di rendere le cose più eroiche di quanto non siano nella realtà». C’è il racconto, certo, dei passaggi più “estremi”, “eccezionali” come l’addestramento nella centrifuga, il corso di sopravvivenza, gli incontri con i big della cosmonautica nella Città delle Stelle (Star City / Zvëzdnyj Gorodok), il centro di addestramento degli astronauti russi che oggi è stato ribattezzato Jurij Gagarin, il primo essere umano nello spazio, che ha scritto una delle pagine più celebri della corsa tra USA e URSS. Ma con la stessa precisione sono descritti anche il taglio dei capelli, la riparazione della toilette, la normalità, le delusioni, le attese, la fatica, la (s)fortuna e la casualità che si inseriscono nelle pieghe della vita, senza mai dimenticare di non perdere la meraviglia per la scoperta.

«Arrivare a fare l’astronauta implica anche molta fortuna, una concatenazione di tanti casi della vita che avrebbero potuto andare in maniera diversa. Credo che la maggior parte degli astronauti sia perfettamente consapevole di non avere chissà quale dote straordinaria, ma di ritrovarsi, piuttosto, in una situazione eccezionale e con eccezionali opportunità», scrive la cosmonauta.

La chiarezza disarmante di Cristoforetti si fa sguardo inedito sulla realtà e, forse neanche tanto strano a dirsi, ci riporta con i piedi per terra. Certo, sarebbe superfluo e riduttivo dire che la bravura è tanta, il talento è tanto. Ma come ci insegna l’ingegnera, non basta. Ogni suo passo ce lo ricorda, e ci ricorda che servono tanto impegno, tanta pazienza e tante energie per costruire immaginari e aprire nuove strade. Ma anche per cambiarle. Come ha fatto lei, che nel 2019, dopo 19 anni, si è congedata dall’Aeronautica Militare. Tante le speculazioni su questo addio, alle quali fanno seguito le precisazioni dell’astronauta che, pur senza scendere nel dettaglio, dichiara di aver espresso alla Forza Armata il suo “disaccordo su alcune situazioni” e cha ha ritenuto congedarsi “per la sua serenità”, “senza alcuna polemica”.

E la pazienza, sì, che ci vuole a sentirsi rivolgere domande sulla gestione della famiglia in quanto donna. Sui social (e non solo) sono piovute critiche da chi ha insinuato non fosse giusto, per una madre, stare lontana dai figli per tanto tempo. C’è da chiedersi, invece, se a un uomo avrebbero fatto (o se viene fatta) la stessa domanda. Tante le possibili risposte, non la più probabile. Ma Cristoforetti, con la sua proverbiale compostezza, affronta anche questa sfida e, laconica, risponde che a casa c’è un padre (in questo caso l’ingegnere aerospaziale Lionel Ferra) che sa prendersi cura dei figli e farsi carico del lavoro domestico, sottolineando l’importanza della divisione dei compiti tra partner.

Al di là di chi ancora pretende di decidere quali mestieri debbano essere “compatibili” con la famiglia e la vita privata e con la speranza che non ci sia più bisogno di sottolineare il genere di una persona, attendiamo gli aggiornamenti sulla missione “Minerva” con gli occhi al cielo e i piedi per terra. Concedendoci di fluttuare ogni tanto perché, come ci insegna “AstroSam”, non è vero che sull’ISS non c’è gravità, ma si levita perché è un corpo in costante caduta libera, che sembra cadere verso la superficie senza mai farlo davvero.

Box 1 – Le astronaute che hanno scritto la storia

I film e le serie tv – e i nostri parenti – ci hanno insegnato che è prassi chiedere ai bambini «cosa vuoi fare da grande?» e che questi rispondano «l’astronauta». E le bambine? Per molto tempo alle donne è stata preclusa la possibilità di partecipare alle missioni spaziali e potevano lavorare solo dietro le quinte. Negli anni, però, sono stati fatti passi da gigante e la presenza femminile è aumentata notevolmente in un settore fino a poco tempo fa prettamente maschile. Tra le pioniere, oltre a Valentina Tereškova, c’è Marina Popovič, la prima donna sovietica a rompere la barriera del suono nel 1964 (oltre ad aver frantumato 102 record di volo). Svetlana Evgen’evna Savickaja è stata la seconda cosmonauta donna a volare nello spazio a bordo della Sojuz T-7, e la prima a effettuare attività extraveicolari, chiamate EVA, (le cosiddette “passeggiate nello spazio”). Come non citare Sally Ride, la prima astronauta statunitense, che il 18 giugno 1983 ha preso parte alla settima missione dello Space Shuttle. Helen Sharman è stata la prima persona di nazionalità britannica ad andare in orbita e a visitare la Stazione Spaziale russa Mir nel 1991. Cinque anni dopo è la volta di Claudie Haigneré, che con la missione “Cassiopea” diventa la prima donna francese nello spazio. Nel 2001 compie la sua seconda missione, “Andromède”: è la prima donna a sbarcare sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Nel 2002 Haigneré, reumatologa specializzata in Medicina Aeronautica e Spaziale, decide di abbandonare la tuta e dedicarsi alla politica, diventando ministra per la Ricerca e le Nuove Tecnologie nel secondo Governo Raffarin. Mae Carol Jemison, invece, è stata la prima donna afroamericana a viaggiare nello spazio sullo Space Shuttle Endeavour il 12 settembre 1992. Ma è nel 1995 che una donna pilota per la prima volta una navetta spaziale: si tratta di Eileen Collins, al posto di pilotaggio della Discovery nel corso della missione “STS-63”. Collins, inoltre, è stata la prima donna a comandare uno shuttle (1999). Liu Yang è stata la prima donna cinese ad andare nello spazio: nel 2012 è partita per la missione “Shenzhou 9”, la prima con equipaggio umano a raggiungere la stazione spaziale cinese Tiangong 1. Peggy Whitson detiene diversi record: è stata la prima donna a comandare, per ben due volte, l’ISS e detiene il primato femminile di “passeggiate nello spazio” a quota 8. In precedenza a conquistare il record era stata Sunita Williams (7). A detenere, invece, il record di permanenza nello spazio in un singolo volo è Christina Koch: 328 giorni, 12 ore e 58 minuti tra le stelle per lei.