Dalle immagini degli scatoloni pronti per il trasloco, e in generale durante il decennio al Colle, sono cambiate molte cose. A essere monolitico resta lui, Sergio Mattarella
A inizio 2022 le foto degli scatoloni preparati dal suo portavoce, Giovanni Grasso, e il video del materasso impacchettato e il mobilio a riempire il furgone della ditta di traslochi pronto a partire dalla casa a Palermo alla nuova abitazione a Roma, sembravano segnare anche in maniera volutamente didascalica, la fine del settennato del presidente della Repubblica. Sembrava, insomma, di essere di fronte ai titoli di coda e invece, ecco aprirsi di nuovo il sipario e il protagonista solo, al centro della scena, è ancora lui: Sergio Mattarella.
Di fronte a una classe politica incapace di convergere su un nome, ad accettare il bis lo hanno spinto quelle considerazioni che “impongono di non sottrarsi ai doveri cui si è chiamati e devono prevalere su considerazioni e prospettive personali” così, la prospettiva personale del trasloco è sfumata e all’ottavo scrutinio, il 29 gennaio 2022, Mattarella è stato rieletto. Con 759 voti è diventato il secondo presidente della Repubblica più votato di sempre, dopo Sandro Pertini, e ha superato l’altro presidente-bis, Giorgio Napolitano, per la durata del mandato raggiungendo, il 31 gennaio 2025, i 10 anni al Colle.

Un decennio di certo non facile che Mattarella ha vissuto in veste di arbitro, come lui stesso ha definito il suo ruolo, al momento della prima elezione, ed è tornato a ribadire nel novembre del 2024: «l’immagine del Presidente della Repubblica come arbitro l’ho usata anche io, e ho detto che anche i giocatori devono aiutarlo nell’applicazione delle regole, la pluralità nell’aspetto delle regole è fondamentale. Essere arbitro significa sollecitare al rispetto delle regole tutti gli altri organi costituzionali dello Stato e significa ricordare a tutti i limiti delle proprie attribuzioni e delle sfere in cui operano. Vale per il potere esecutivo, legislativo, giudiziario. Ciascun potere e organo dello Stato deve sapere che ha limiti che deve rispettare perché le funzioni di ciascuno non sono fortilizi contrapposti per strappare potere l’uno all’altro, ma elementi della Costituzione chiamati a collaborare, ciascuno con il suo compito e rispettando quello altrui. È il principio del check and balance». In quell’occasione, all’evento 25 anni di Osservatorio Permanente Giovani-Editori Mattarella ha aggiunto anche altro: «ho adottato decisioni che non condivido, è capitato più volte: il presidente promulga leggi ed emana decreti, ma ha delle regole che deve rispettare. Più volte ho promulgato leggi che non condivido, che ritenevo sbagliate e inopportune, ma erano state votate dal Parlamento e io ho il dovere di promulgare a meno che non siano evidenti incostituzionalità. In quel caso ho il dovere di non promulgare, ma devono essere evidenti, un solo dubbio non mi autorizza a non promulgare». Spesso, infatti, in questi 10 anni – che hanno visto avvicendarsi diverse maggioranze: Conte I, Conte II, Draghi, Meloni – il presidente della Repubblica è stato chiamato a non firmare questa o quella legge e il Capo dello Stato ha sempre ribadito il suo ruolo, richiamando ognuno ai propri compiti.
Un decennio, inoltre, ricco di occasioni pubbliche che Mattarella non si è fatto sfuggire per ribadire le sue posizioni e pronunciare parole sempre cristalline circa la situazione politica, interna e, soprattutto, estera. A tal proposito, le parole dette dal Presidente in occasione della cerimonia di consegna della laurea honoris causa all’Università di Aix-Marseille, il 5 febbraio 2025, sono state uno dei principali casi politici internazionali che lo hanno interessato. In un monito sull’importanza della storia Mattarella ha ricordato come le derive autoritarie in Europa a seguito della crisi economica del 1929 abbiano portato all’“accentuarsi di un clima di conflitto – anziché di cooperazione – pur nella consapevolezza di dover affrontare e risolvere i problemi a una scala più ampia. Ma, anziché cooperazione, a prevalere fu il criterio della dominazione. E furono guerre di conquista. Fu questo il progetto del Terzo Reich in Europa. L’odierna aggressione russa all’Ucraina è di questa natura”. Un discorso che ha scatenato la reazione della portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova che ha letto le parole di Mattarella come “invenzioni blasfeme” e che ha causato altri attacchi rendendo tesissimi i rapporti tra Roma e Mosca.

Nello stesso intervento il presidente della Repubblica è tornato – lo aveva già fatto in altre occasioni, specialmente a novembre 2024 quando si è trovato a rispondere agli attacchi di Musk assicurando che l’Italia sapesse badare a se stessa e nel rispetto della sua Costituzione e che chiunque fosse “in procinto di assumere un importante ruolo di governo in un Paese amico e alleato, deve rispettarne la sovranità e non può attribuirsi il compito di impartirle prescrizioni” – a parlare delle “figure di neo-feudatari del Terzo millennio – novelli corsari a cui attribuire patenti – che aspirano a vedersi affidare signorie nella dimensione pubblica, per gestire parti dei beni comuni rappresentati dal cyberspazio nonché dallo spazio extra-atmosferico, quasi usurpatori delle sovranità democratiche”. Parole cristalline e mai sibilline sono uno dei tratti distintivi del Presidente.
Non solo nella chiarezza con cui Mattarella esprime le proprie opinioni, ma anche nell’aplomb con cui reagisce agli attacchi che, talvolta, le sue parole provocano, si percepisce la statura dell’arbitro che in questo decennio ha rappresentato l’unità nazionale. A Zakharova infatti Mattarella non ha risposto ufficialmente, fonti vicine alla presidenza hanno riferito ai cronisti di un presidente sereno che rimandava alla lettura integrale del testo pronunciato all’università francese.

Sergio Mattarella, dunque, ha scelto di essere un arbitro che non si fa scrupoli ad alzare un cartellino rosso, così come non indietreggia per tracciare la via da percorrere. Sempre nel discorso pronunciato all’Università di Aix-Marseille Mattarella sostiene che l’Unione europea si debba porre come “guida di un movimento che nel rivendicare i principi fondanti del nostro ordine internazionale sappia rinnovarlo, attenta alle istanze di quanti dall’attuale costruzione si sentano emarginati. Una strada che non è quella dell’abbandono degli organismi internazionali né quella del ripudio dei principi e delle norme che ci governano ma di una profonda e condivisa riforma del sistema multilaterale, più inclusiva ed egualitaria rispetto a quanto furono capaci di fare le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale, cui va, tuttavia, riconosciuto il grande merito di mettere insieme vincitori e vinti per un mondo nuovo. Servono idee nuove e non l’applicazione di vecchi modelli a nuovi interessi di pochi”. E il suo decennio al Colle sembra essere guidato dalla stessa stella polare: nuovi modelli per preservare gli interessi di tutti.
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