A 120 giorni dalle elezioni, i Paesi Bassi sono ancora intenti a sbrogliare la matassa di un esito elettorale che premia Wilders ma impone agli olandesi un’alleanza impossibile

Sono passati quattro mesi esatti dalle elezioni nei Paesi Bassi, ma alla scrivania di re Guglielmo Alessandro di Orange-Nassau non è ancora arrivato alcun nome. Il prossimo premier olandese raccoglierà un pesante testimone dall’inossidabile Mark Rutte, che per 13 anni ha guidato il Paese, fermandosi solo dinnanzi alle proprie dimissioni. Quello che è certo, per il momento, è che il leader più votato del partito vincitore delle elezioni non sarà primo ministro, fra il sollievo di alcuni e lo sdegno di altri. Stiamo parlando di Geert Wilders e del suo Partito per la Libertà (il Partij voor de Vrijheid, abbreviato in PVV), che alla Camera Bassa rappresenta il primo gruppo con il 23,49% dei voti, pari a 37 seggi su 150. Troppo poco rispetto alla maggioranza richiesta (almeno 76 seggi), né dopo quattro mesi di intensi negoziati sembra plausibile l’ipotesi di una maggioranza allargata. 

Geert Wilders (EPA/Bart Maat)

«Posso diventare primo ministro solo se tutti i partiti della coalizione mi sostengono. Non è stato così – è netto Wilders alle prese con il risvolto della medaglia di un sistema squisitamente proporzionale come quello olandese. – L’amore per il mio Paese e per i miei elettori è grande e più importante della mia posizione» rivendica ancora, ed è chiaro come un Governo che voglia essere spiccatamente politico e volitivo non può zoppicare su maggioranze risicate o studiate a tavolino. Gli analisti non hanno dubbi sul fatto che si proceda a passo spedito verso un “Governo tecnico”, in cui nessuno intende mettere la propria faccia. Intanto sembra scongiurata l’ipotesi di nuove elezioni, con i quattro mesi trascorsi che non hanno fatto altro che rafforzare la posizione di Wilders, pur non assicurandogli ancora una maggioranza sufficiente per governare in autonomia: un recente sondaggio di Ipsos stima il PVV ancora in crescita al 31,1%, un segnale molto chiaro di cosa pensano i suoi elettori di un Governo tecnico. Andiamo con ordine e cominciamo col chiederci: chi è Geert Wilders? E perché un’alleanza con gli altri partiti è, allo stato dell’arte, impossibile?

Chi è Geert Wilders?

Padre olandese, madre indonesiana, Wilders ha 61 anni ed è deputato nella Camera Bassa (la Tweede Kamer) dal 1998. Nei suoi primi anni di militanza aderisce al Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (VVD) di Rutte, salvo uscirne nel 2004 in segno di strappo rispetto alla sua linea europeista. In quell’anno, infatti, il Consiglio Europeo pronuncia il suo giudizio positivo sui criteri per l’avvio di negoziati di adesione di Ankara, processo che si chiuderà nel 2018 quando lo stesso organo sancirà che invece “i negoziati di adesione con la Turchia erano giunti di fatto a un punto morto e che non era possibile prendere in considerazione l’apertura o la chiusura di altri capitoli“. Nel 2006 fonda il suo PVV, che debutta alle legislative dello stesso anno con il 5,89% dimostrando che c’è un ampio bacino euroscettico da coltivare anche in Olanda. Bacino che, qualche anno dopo, continuerà ad accarezzare lanciando un referendum per uscire dall’Ue in stile Brexit (precisamente, una Nexit). Il progetto di Wilders prosegue fra alti e bassi, messo in difficoltà anche dal Forum per la democrazia, un partito nazionalista guidato dal giurista e giornalista Thierry Baudet. Il Forum voor Democratie nasce nel 2016 come espressione ancora più radicale di euroscetticismo e conservatorismo, alle ultime elezioni ha conquistato tre seggi, cinque in meno rispetto alla tornata precedente nel 2021.

La posizione più nota di Wilders è il suo antislamismo e il totale rigetto di quella che definisce una “ideologia fascista”. Regolarmente tacciato di islamofobia, il leader del PVV si è sempre detto contrario all’applicazione dei principi islamici, arrivando a dichiarare di voler “liberare” i musulmani dal “giogo di Maometto”. Le sue tesi sull’islamo-fascismo ricalcano quelle di Oriana Fallaci, scrittrice che Wilders ha pubblicamente definito “il suo idolo“, e si riassumono in una posizione di assoluta intransigenza, perché “un musulmano moderato non può essere un vero musulmano“. Nel 2016 viene condannato per insulto e incitamento alla discriminazione (è assolto invece per l’accusa di istigazione all’odio razziale): due anni prima, in un comizio, aveva chiesto ai suoi sostenitori se volessero più o meno “marocchini nelle nostre città” aizzando un netto coro: «di meno!».

L’islamofobia di Wilders non è che il sintomo di un’annosa frattura nella società olandese fra il mondo musulmano e quello laico. Basti pensare al regista, discendente e omonimo del fratello del pittore Theo van Gogh, ucciso nel 2004 da un musulmano marocchino-olandese che esegue una fatwa lanciata dopo l’uscita di un suo corto (Submission) giudicato empio. Van Gogh viene ucciso con 8 colpi di pistola, poi gli viene tagliata la gola in mezzo alla strada e sul suo corpo privo di vita l’assassino fissa, con un coltello conficcato nella pancia, un documento di minacce in cui cita anche Wilders, da anni sotto scorta (la tragica morte del regista viene ricordata anche dalla stessa Fallaci). Così il PVV da anni persegue vere e proprie campagne di de-islamizzazione, facendo leva sia sull’espulsione degli immigrati sia sulla chiusura delle Moschee.

Ma la destra di Wilders è un concetto lontano rispetto a ciò a cui siamo abituati in Italia. Il PVV è estremamente liberale in merito ai diritti civili e anche da un punto di vista economico. Wilders, agnostico, si dice favorevole ai matrimoni fra persone dello stesso sesso e all’eutanasia, ma anche alla liberalizzazione delle droghe. Al contempo, il politico si è sempre dichiarato fortemente filosemita oltre che antifascista e anticomunista.

Come funzionano le elezioni in Olanda?

Va ricordato che quelle del 22 novembre 2023 per il rinnovo della Camera bassa sono state elezioni anticipate, indette dopo le dimissioni di Rutte che ha annunciato di voler lasciare la politica, perlomeno quella nazionale. Ebbene, da quelle dimissioni ufficializzate il 7 luglio sono passati 8 mesi, ma Rutte è ancora alle prese con la gestione degli affari correnti e, secondo molti suoi connazionali, non si godrebbe affatto questo post-pensionamento dal Governo, dato che le sue mire sarebbero più ambiziose: dopo essersi aggiudicato a pieno titolo la medaglia di premier più longevo d’Europa, ora il conservatore moderato sarebbe pronto a prendere il testimone dal norvegese Jens Stoltenberg al comando della Nato. «Rutte è riuscito a rimanere al potere in uno dei sistemi partitici più frammentati d’Europa mostrando la volontà di scendere a compromessi e dimostrando flessibilità ideologica quando necessario – spiega a Euronews il ricercatore dell’Università di Anversa Philippe Mongrain. – Forse i suoi successori seguiranno un percorso simile. O forse no».

Il primo ministro Mark Rutte (EPA/OLIVIER MATTHYS)

Quello olandese è un sistema proporzionale a lista aperta, che consente quindi la possibilità di esprimere le proprie preferenze sui candidati. La soglia di sbarramento ai partiti è una delle più basse dell’Unione europea, e si calcola con il solo quoziente elettorale, dunque dividendo il numero totale dei voti ricevuti per il numero di seggi disponibili, 150.

Data la naturale frammentazione favorita dal sistema elettorale dei Paesi Bassi, non è nemmeno una novità che i Governi olandesi richiedano settimane di elaborazione: il tempo medio impiegato è di 94 giorni per la formazione di un esecutivo dopo il voto. Dopo le elezioni del 2021, invece, ci sono voluti 299 giorni per trovare un accordo.

Certo è che queste elezioni sono state fortemente segnate anche dall’evidente miopia dei sondaggi. I principali istituti demoscopici del Paese, infatti, per tutta la campagna elettorale hanno ampiamente sottostimato il risultato di Wilders e sovrastimato quello degli altri Partiti principali: l’NSC (dato al 27%, ottiene il 12,88%), il VVD (dal 26% previsto al 15,24% totalizzato) e la coalizione Sinistra Verde-Partito laburista (stimata al 25%, si ferma al 15,75%).

Geert Wilders (EPA/SEM VAN DER WAL)

Wilders e il resto del centrodestra: cosa li divide?

I colloqui sono guidati dalla figura dell’informatore, un parlamentare tendenzialmente di partiti di minoranza/dell’opposizione incaricato di gestire i negoziati per la formazione di un Governo; recentemente Kim Putters ha preso il posto di Ronald Plasterk. I tentativi di conciliazione però sono ufficialmente naufragati perlomeno nell’intento di costruire un Esecutivo guidato dal PVV. Se infatti il Partito di Wilders potrebbe trovare singole adesioni su specifiche politiche, non è pensabile stilare un’agenda di Governo con un programma tanto frammentato.

Tra i nodi più dolenti dei negoziati c’è sicuramente l’immigrazione, cavallo di battaglia elettorale per Wilders, le cui posizioni sono inconciliabili con l’approccio moderato del VVD. I due Partiti avevano già collaborato dal 2010 al 2012, quando Wilders aveva appoggiato il governo Rutte in cambio di alcune strette su immigrazione e ulteriori aperture in difesa della comunità LGBTQ+ e degli ebrei. A gennaio, però, il partito di centrodestra ha poi votato in favore di una legge attraverso la quale il Governo olandese potrà obbligare i Comuni ad accogliere richiedenti asilo, tracciando un confine invalicabile con le posizioni xenofobe del PVV.

A pregiudicare l’accordo con il NCS di Pieter Omtzigt invece sarebbero le posizioni di Wilders sulla politica economica. Il leader del PVV infatti in campagna elettorale ha promesso di risanare il deficit di bilancio olandese lasciando intatta la spesa pubblica e addirittura tagliando le tasse (il “buco” da riempire, o meglio da tagliare come ha suggerito la Banca centrale olandese Klaas Knot, ammonta a 17 miliardi). Perplesso sulla reperibilità dei fondi per attuare la promessa, la formazione centrista dell’eccentrico Omtzigt ha quindi abbandonato i negoziati. Il leader, del resto, aveva già dichiarato che se il suo partito (fondato appena tre mesi prima delle elezioni) fosse arrivato primo non avrebbe comunque fatto il primo ministro, anteponendo il rigore programmatico alla propria figura politica, e del resto lo aveva detto chiaramente in campagna elettorale che “si può governare solo con chi rispetta i diritti fondamentali” e dunque la porta, per Wilders, è chiusa. 

Pieter Omtzigt, leader del Nuovo Contratto Sociale (EPA/REMKO DE WAAL)

Anche le posizioni di Omtzigt sono difficili da inquadrare in uno schema rigidamente destra/sinistra. Omaggiato come un “uomo nuovo” della politica olandese, in realtà Omtzigt è da oltre 20 anni deputato. Fino al 2021 aveva militato con i conservatori liberali di Appello Cristiano Democratico, salvo poi lasciare il Partito per scontri interni e fondare il suo movimento. Un movimento populista nella retorica comunicativa e nelle tematiche sollevate, che guarda alla sinistra in termini di diritti dei lavoratori, l’aumento del salario minimo, la tassazione progressiva. Vira invece a destra su temi come l’immigrazione (pur non raggiungendo le posizioni estreme di Wilders) e i “valori” come spiega lui stesso, fortemente anti-establishment e critico dell’Unione europea.

Il vero ostacolo ad una coalizione di governo è però la politica estera del PVV, troppo dura da digerire per gli aspiranti alleati: la campagna antieuropea del Nexit (fu Wilders a lanciare nel Paese l’adagio “geen cent naar Italie“, “neanche un centesimo all’Italia” in occasione dell’approvazione del Recovery Fund del 2020), il rifiuto del sostegno all’Ucraina, il progetto di chiudere le frontiere che stride con Schengen. Per il momento al tavolo dei negoziati resta il Movimento Civico-Contadino (BoerBurgerBeweging, BBB) di Caroline van der Plas, che con i suoi 7 seggi si assicura una posizione negoziale certa anche se non sufficiente. Il partito ha vissuto il suo esordio elettorale proprio nel 2023, quando alle elezioni provinciali di marzo esce vincitore con il 19,2% dei voti. Ridotto il risultato invece a livello nazionale, dove alla Camera Bassa portano a casa il 4,66%. La sua posizione è di centro destra, spiccatamente populista e ben focalizzata sugli abitanti delle aree rurali, “grandi dimenticati” dalle politiche urbane ed europeiste. È anche per questo che molti dei reclami del BBB sono definiti “anti-ambientalisti”. 

Caroline van der Plas, capogruppo del Movimento Civico-Contadino (EPA/REMKO DE WAAL)

Del resto lo stesso PVV è scettico nei confronti del cambiamento climatico, è contrario alla costruzione di turbine eoliche offshore e di pannelli solari, rifiuta il Green Deal europeo e addirittura vorrebbe che Amsterdam si ritirasse dall’Accordo sul clima di Parigi. Similmente, il Movimento Civico-Contadino nasce proprio per combattere le politiche ambientaliste di Rutte, su tutte il “piano azoto” che puntava ad abbattere le emissioni inquinanti nelle fattorie (e la vittoria del BBB proprio nelle provinciali indica una forte dissenso popolare rispetto a queste politiche). Oltre all’euroscetticismo e all’approccio antiambientalista, il BBB condivide con Wilders le posizioni anti-immigrazione ma, per esempio, supporta la fornitura di armi in Ucraina a differenza di Wilders e non ha posizioni chiarissime su welfare, bilancio e politiche sociali.

Dal “gabinetto extraparlamentare” al governo tecnico: le opzioni al vaglio

Non è difficile capire perché le posizioni di Wilders, così nette e polarizzanti, non abbiano raccolto un consenso sufficientemente ampio da parte fra le altre forze politiche. I partiti di centrodestra cui il PVV si è rivolto hanno invece preferito la strada del basso profilo, e “vogliono poter dire: ‘Lavoro con il PVV, ma giuro che non gli appartengo!’” spiega il commentatore politico Joost Vullings su EenVandaag. È così che nel Paese si è aperto un dibattito, piuttosto tecnico e dal taglio quasi accademico, su opzioni di Governo “alternative” ad un classico Esecutivo di maggioranza, dal gabinetto di minoranza al gabinetto economico, fino a quello extraparlamentare. Il dibattito nasce proprio dal disagio degli altri partiti di vedersi troppo politicamente accostati a Wilders, ma sono lampanti tutti i limiti operativi e funzionali di un Governo alla costante ricerca di una maggioranza, ogni volta diversa, sui singoli temi: «poi va a finire che qualcuno pensa di poter trovare una maggioranza di sinistra sul clima, mentre un altro vuole fare piani di destra sull’agricoltura, e così finiscono per intralciarsi a vicenda» prosegue Vullings.

L’informatore Ronald Plasterk (dx) e Geert Wilders (sx) durante un dibattito nella Casa dei rappresentanti (EPA/Remko de Waal)

C’è poi ancora l’opzione (comunque tortuosa) di testare l’alleanza laburista-verde guidata dall’ex commissario europeo Frans Timmermans a cui si potrebbe affidare una sorta di mandato esplorativo per capire se ci siano le condizioni per un altro governo. Da cui sarebbe però rigorosamente assente il primo partito del Paese, un problema di legittimazione non da poco che potrebbe portare ulteriori consensi nel salvadanaio di Wilders. Inoltre il VVD ha già escluso un governo con i GroenLinks-PvdA, facendo sfumare in partenza l’ipotesi di un “gabinetto intermedio”, prospettiva ben oltre il campo largo.

Ad oggi la strada più probabile sembra essere quella di un “gabinetto extra-parlamentare”, una sorta di accordo a quattro tra PVV, NCS che ha aperto ad un “supporto costruttivo per un gabinetto di minoranza“, il BBB e il Partito della Libertà e Democrazia di Rutte, oggi guidato da Dilan Yesilgoz. Un governo che si prospetta quindi poco politico e molto tecnico, sulla base di accordi tutti da raggiungere su macro-temi chiave come l’immigrazione e la finanza pubblica. In questa soluzione nessun leader dei partiti metterà la faccia assumendo un Ministero, ma soprattutto Wilders non sarà il premier. Secondo un sondaggio dell’EenVandaag Opinion Panel solo il 31% degli elettori crede nella riuscita di un gabinetto programmatico; un olandese su due riterrebbe l’ipotesi “accettabile”, ma sono soprattutto i conservatori moderati del VVD a rigettare un accordo: secondo lo stesso sondaggio il 54% di loro non è disposto disposto ad accettare che Wilders, a tutti gli effetti il più votato dalla popolazione, diventi primo ministro. È una lezione che ormai stanno imparando tutti: vincere le elezioni è condizione solitamente necessaria, ma mai sufficiente a governare.

di: Marianna MANCINI

FOTO: ANSA/EPA/Koen van Weel