Il super boss della camorra Sandokan si è pentito. Ma sono più gli interrogativi che le certezze

«Voglio morire in famiglia». E punto. Sarebbe questo il significato del pentimento del capoclan dei casalesi, Francesco Schiavone, conosciuto come Sandokan, per una vaga somiglianza con l’attore Kabir Bedi. È stato per anni il vertice indiscusso del clan camorrista, tra i più potenti d’Italia, con radici a Casal di Principe, in provincia di Caserta. Ma non sarebbe malato di tumore, come inizialmente vociferato.

La notizia è uscita su “Cronache di Caserta”, il Venerdì Santo, ma gli organi inquirenti lo stavano già interrogando da circa due settimane. La decisione sarebbe avvenuta in concomitanza con il trentesimo anniversario dell’omicidio di don Peppe Diana, ucciso il 19 marzo 1994 proprio a Casal di Principe, dove fu catturato Sandokan stesso quattro anni dopo.  

Inizialmente detenuto nel carcere milanese di Opera, la richiesta di essere sentito è giunta dal carcere di Parma, dove si trovava ristretto in regime di 41 bis, noto come “carcere duro“. Ed è stato poi trasferito a L’Aquila, lo stesso iter di Matteo Messina Denaro

Le prime avvisaglie si erano avute già all’inizio dello 2023 quando Sandokan, intervenendo nel corso del processo per il triplice omicidio di Luigi Diana, Nicola Diana e Luigi Cantiello, nel 1983, aveva chiesto il rito abbreviato.

Il pentimento eccellente potrebbe aprire nuovi scenari nelle indagini contro la criminalità organizzata, soprattutto nel processo sugli appalti attribuiti da funzionari di Rfi a ditte colluse con la camorra, in cambio di soldi e regali. Ma anche sullo sversamento dei rifiuti tossici in quella che è drammaticamente diventata la “terra dei fuochi”. 

Chi è

Un arresto di Francesco Schiavone nel ’98 – FUSCO/ANSA/PAT

Nato nel ‘54 a Casal di Principe, iniziò la sua carriera criminale come autista e guardia spalle di Umberto Ammaturo, boss della camorra e leader nel traffico di droga con il Sud America.

Venne arrestato per la prima volta nel 1972, appena diciottenne, per detenzione e porto abusivo di arma da fuoco. La permanenza in carcere durò poco e una volta uscito venne denunciato per armi, lesioni e spari in luogo pubblico. Partecipò ad alcune guerre fra diversi clan camorristici che causarono, nel Casertano, centinaia di vittime.

Il suo primo arresto da latitante avvenne in Francia, a Nizza, nel 1989, quando Schiavone era già ritenuto ai vertici dei casalesi. Scarcerato per decorrenza dei termini dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere in attesa dell’estradizione, Sandokan riprese la guida del clan dall’estero. Tornato in Italia, dopo un’assoluzione scontò un residuo di pena di appena 3 mesi di reclusione nel 1992, prima di scomparire dai radar, dopo l’avvio della collaborazione da parte di suo cugino Carmine Schiavone, che si pentì nel 1993. 

La cattura di Francesco Schiavone è avvenuta l’11 luglio 1998, quando venne scovato in in un bunker nella sua città di origine. Il contenuto dei primi verbali illustrativi è secretato. 

Sandokan era ininterrottamente detenuto al 41 bis da quasi 26 anni. Da principale imputato, è stato condannato all’ergastolo nel maxi processo Spartacus, nel quale era accusato di sei omicidi, ma sta scontando altre condanne definitive all’ergastolo per almeno altri 5 delitti.

Anticipazioni e codici

Giuseppina Nappa, arrestata nel 2008 – FRATTARI / ANSA/ KLD

Tra le rivelazioni di Schiavone, potrebbero esserci conferme sulla sua scalata ai vertici del clan dei Casalesi e sull’omicidio di Antonio Bardellino, ucciso in Brasile nel 1988, delitto che gli permise di prendere il comando dell’organizzazione camorristica. Ma soprattutto i rapporti con la politica e con l’imprenditoria di Caserta e provincia. 

Nel processo Spartacus è stato assolto l’imprenditore Nicola Schiavone. Ma le rivelazioni del superboss potrebbero riportarlo alla sbarra. 

A parlare dei rapporti tra l’imprenditore e Sandokan era stata anche la moglie di quest’ultimo, Giuseppina Nappa, che ha ammesso di aver ricevuto somme di denaro da Nicola Schiavone (anche padrino di battesimo del figlio di Sandokan suo omonimo). Così nei verbali, riportati da Casertanews: «Nicola Schiavone e suo fratello Vincenzo devono tutte le loro fortune alle opportunità che mio marito ha dato loro». Su Nicola: «Grazie a mio marito è stato candidato ed eletto al comune di Casal di Principe ed ha cominciato a lavorare con il fratello Vincenzo nel settore degli scavi e della posa in opera dei cavi telefonici“. Un rapporto che sarebbe proseguito anche dopo in quanto Schiavone «continua ad utilizzare il lievito madre preparato da mio marito – ha detto ancora la moglie di SandokanHa sempre continuato ad avere interesse a non recidere completamente i rapporti per paura che noi potessimo riferirlo a mio marito e soprattutto per il timore che lui potesse collaborare con la giustizia».

La figura di Nicola Schiavone compare anche nei colloqui in carcere. Sandokan lo chiama “zio Nicola” ma anche “Pepino“. In un colloquio il capoclan dice alla figlia: «Al fratello che sta al lato di qua digli ha detto papà che vuole due tute x, x, x, x del Napoli originale. Poi digli a tuo fratello che si sta comportando in modo schifoso… . Si interessasse ogni mese per tutti quanti un poco noi». Per gli inquirenti il riferimento alle tute del Napoli è criptico: Sandokan mima il segno “3” fatto con la mano quando parla della taglia che sarebbe, in realtà, la richiesta da fare a “zio Nicola

Codici che dovrebbero fare riflettere sull’efficacia del 41 bis. 

Reazioni

Roberto Saviano – ANSA/CESARE ABBATE/ /DRN

Molte le reazioni all’iniziativa del boss. Tra queste, quella di Catello Maresca, magistrato che portò all’arresto di Michele Zagaria dice che la lotta alla camorra «è stata combattuta in maniera molto efficace a partire dagli inizi del 2000, e ora non esiste più. E questo è frutto dei grandissimi risultati della stagione antimafia la cui prima importante fase è culminata con la cattura di Zagaria, all’epoca capo indiscusso del clan e numero 2 dei latitanti più ricercati d’Italia, dopo Matteo Messina Danaro, preso nel dicembre 2011 dopo 16 anni di latitanza. Quello straordinario gruppo di lavoro, fatto da personale amministrativo, forze di polizia e magistrati, ma anche da tantissima gente comune, cittadini perbene di quelle terre, ha sancito il declino inesorabile della mafia casalese. Quel sistema investigativo, definito modello Caserta, ha raggiunto in poco tempo risultati straordinari, mettendo fine alla latitanza dorata di più di cinquanta tra capi ed organi apicali del clan e sequestrando centinaia di milioni di euro di beni. La lotta alla criminalità organizzata resta, però, ancora una priorità assoluta e va condotta con determinazione e strategia, sia sul fronte giudiziario che su quello di prevenzione e di diffusione della cultura antimafia».

Ma il pentimento così tardivo di Sandokan ha lasciato non pochi sospetti in molti attori del panorama antimafia come Federico Cafiero De Raho. «Certamente è un evento di grandissima importanza perchè Schiavone è stato il capo del clan dei Casalesi, un irriducibile – ha affermato l’ex procuratore antimafia, nonché vicepresidente della Commissione Giustizia – è stato il camorrista che nel corso di tutto il processo Spartacus, veniva considerato da tutti i collaboratori come il capo carismatico dei Casalesi, quello che era sempre stato coerente con le regole di camorra. Da lui si potranno ambire informazioni di grande rilievo, soprattutto sulla rete imprenditoriale, che costituiva i cartelli utilizzati dai Casalesi per potersi infiltrare negli appalti pubblici. E Schiavone potrebbe riferire sulla cassaforte del  clan che a tutt’oggi non è stata ancora trovata oppure sul traffico dei rifiuti e sul disastro ambientale che ha determinato il clan, potrebbe essere una fonte per sapere dove sono stati sversati realmente i rifiuti tossici».

E lo scrittore Roberto Saviano: «La mia grande paura è che possa sembrare una resa ma che in realtà stiano proteggendo i propri soldi, evitando ergastoli e accordandosi con nuovi capi. Le organizzazioni criminali sono l’economia vincente del nostro paese. Tutti sembrano averlo dimenticato».