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    “Sexy, animalier e molto, molto italiano”

    Giulia GuidiDi Giulia GuidiAprile 16, 2024
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    Morto lo stilista Roberto Cavalli, creatore di uno stile riconosciuto e intramontabile: il marchio (ora arabo) sta vestendo i Måneskin

    Roberto Cavalli, lo stilista che celebrava il glamour e l’eccesso, mandando modelle sulle passerelle e attrici sui tappeti rossi indossando abiti leopardati, jeans ingioiellati effetto consumato, corsetti di raso e altri abiti oltremodo appariscenti, è morto dopo una lunga malattia. Aveva 83 anni.

    Lo stile distintivo di Cavalli – “molto sexy, molto animalier e molto, molto italiano“, come lo descrisse una volta il quotidiano britannico The Independent – è rimasto sostanzialmente invariato durante la sua lunga carriera. Ma ha abilmente reinventato i suoi abiti per epoche diverse, godendosi diversi rinascimenti e costruendo un marchio di lifestyle globale.

    Creatore di materiali

    Passerella per Just Cavalli nel 2011 – EPA/ETTORE FERRARI

    Negli anni ’70, Cavalli disegnava giacche, jeans e miniabiti realizzati in denim patchwork, vendendo i suoi esclusivi abiti hippie in una boutique a St. Tropez, sulla Costa Azzurra, ad attrici come Brigitte Bardot e Sophia Loren.

    Per i successivi due decenni rimase in gran parte sconosciuto al di fuori dell’Europa. Poi, negli anni ’90, reinventò il denim di lusso, prima con l’aspetto sabbiato e poi, con un colpo di genio, inserendo la Lycra nei jeans, per renderli più aderenti e sexy. Quando la modella Naomi Campbell ne indossò un paio durante una sfilata nel 1993, i jeans elasticizzati divennero un must e non hanno più smesso di esserlo.

    Cavalli era un abile commerciante che creava un’aura di lusso attorno al suo marchio e alla sua persona, ma era anche un maestro artigiano che inventò nuovi modi per stampare, tingere e manipolare i tessuti. E ha mixato materiali, colori, fantasie e stampe con un estro invidiabile. Come ha detto a Women’s Wear Daily nel 2013, «Voglio far capire che dietro il favoloso yacht, lo champagne, le feste, c’è un uomo chiamato Roberto Cavalli, che ha lavorato molto, molto duramente per creare questa vita meravigliosa».

    Cavalli e la pop star che è in ognuno di noi

    Cavalli posa per una foto circondato dalle Conigliette, nel 2006 – GIULIO DI MAURO – ANSA – KRZ

    Prima della svolta denim elasticizzato, gli affari di Cavalli erano in difficoltà, tanto da aver preso in considerazione l’idea di chiudere la fabbrica. Ma dalla metà degli anni ’90 in poi, è stato uno dei più grandi nomi della moda, con negozi in tutto il mondo, ammiratori di celebrità come Lenny Kravitz e Cindy Crawford e licenze per qualsiasi cosa, da gioielli, profumi e occhiali da sole a vestiti per bambini, articoli per la casa e una vodka marchiata Roberto Cavalli, confezionata in una bottiglia ricoperta di pelle di serpente.

    «Roberto amava gli eccessi, ma non perdeva mai il suo punto di vista – ha detto nel 2020 Nina Garcia, caporedattrice della rivista Elle – Anche quando il minimalismo era la norma, credeva nel massimalismo. Ci ha vestito pensando che la vita – e la moda – debbano essere vissute a pieno ritmo».

    Gli abiti Cavalli, che attiravano l’attenzione e mettevano a nudo la carne, non erano per gli introversi. Né il suo marchio era intellettuale. Piuttosto, ha giocato con il lato divertente, stravagante ed edonistico della moda. Un outfit Cavalli attira l’attenzione, tanto da essere chiamato, nel 2005, a ridisegnare il costume delle conigliette Playboy. Peter Dundas, che è stato capo designer del marchio e poi direttore creativo, prima di lasciare nel 2016 per fondare la propria etichetta, ha detto in un’intervista che Cavalli era per «la pop star che esiste in ognuno di noi».

    E le pop star amavano Cavalli: ha vestito Jennifer Lopez, Beyoncé, Christina Aguilera, Shakira e le Spice Girls, per le quali ha disegnato abiti per il loro tour di reunion del 2007. Ultimi della lista sono i Måneskin, che hanno abbandonato lo stile bondage per indossare gli abiti patchwork e trasparenti disegnati per loro da Roberto Puglisi, attuale direttore creativo. 

    Lenny Kravitz era un altro cliente, un uomo abbastanza sicuro di sé da indossare un paio di pantaloni di pelle attillati. «Sono un grande fan del modo in cui Miles Davis si vestiva, con pelli, stampe e pelle, con una classe urbana e un’atmosfera da strada, ma più elegante – ha detto Kravitz a Vanity Fair in un profilo di Cavalli del 2009 -. Roberto è così».

    Esagerato

    Sharon Stone salutata dallo stilista – ANSA – DANIEL DAL ZENNARO – DRN

    Perennemente abbronzato e sempre con un sigaro in bocca, perseguiva uno stile di vita rock ‘n’ roll, come i suoi vestiti. Pilotò il suo elicottero viola iridescente, navigò nel Mediterraneo su uno yacht  dello stesso colore, e visse con la sua famiglia in un’antica fattoria fuori Firenze, in Italia, dove manteneva un serraglio di pappagalli, cani, gatti persiani e una scimmia da compagnia. Ha incontrato Eva Duranteer, che sarebbe diventata la sua seconda moglie e sua socia in affari, quando era giudice al concorso di Miss Universo del 1977 e lei era Miss Austria.

    Roberto Cavalli nacque il 15 novembre 1940, in un sobborgo di Firenze, da Giorgio e Marcella Rossi. Suo padre era geometra per una compagnia mineraria, sua madre una sarta che gestiva la casa.

    I suoi primi anni di vita furono segnati dalla tragedia: nel 1944, in rappresaglia per un attacco partigiano, l’esercito tedesco radunò un gruppo di uomini locali, tra cui il padre, e li uccise.

    Roberto sviluppò una balbuzie a causa dello shock della morte di suo padre ed è diventato un adolescente ribelle. Non trovò il suo scopo finché non frequentò l’Istituto d’Arte a Firenze, a partire dal 1957. Suo nonno, Giuseppe Rossi, era stato un macchiaiolo molto apprezzato, con opere ora esposte agli Uffizi. 

    Attraverso la sua formazione, Cavalli imparò a stampare disegni su magliette e maglioni e nel corso degli anni ’60 vendette a clienti come Hermès. Nel 1970 inventò e brevettò una tecnica per stampare su pelle leggera e scamosciata; quello stesso anno decide di presentare la sua prima collezione (compresi abiti da sera e costumi da bagno in pelle) all’annuale Salon du Prêt-à-Porter di Parigi. «Alla gente piaceva, ma nessuno comprava – confidò a Vanity Fair -, perché era troppo nuovo, troppo insolito».

    Ha avuto più successo con il denim. Comprò un container di vecchi jeans da una prigione americana, li lavò, li tagliò e ricucì insieme con pezzi di pelle per creare un patchwork. I suoi abiti decorati, realizzati a mano e bohémien-chic erano perfettamente in sintonia con la elaborata estetica hippie dei primi anni ’70, quando i musicisti rock indossavano abiti trasparenti e giacche di pelle East West e i fan ricamavano i loro bluejeans.

    Gli abiti ricchi e appariscenti di Cavalli caddero in disgrazia durante gli anni ’80, quando designer come Calvin Klein e Rei Kawakubo innescarono una tendenza verso il minimalismo. Trascorse quel decennio nella terra di nessuno della moda, quasi nutrendo rancore verso la semplicità stessa. «Mi piace la moda diversa: il minimalismo è noioso – disse al pubblico in una conferenza all’Università di Oxford nel 2013 – Sono una montagna nel deserto del minimalismo».

    Quando, all’inizio degli anni 2000 la moda divenne globale, Cavalli era di nuovo al top. Aprì  il suo primo negozio negli Stati Uniti nel 1999 e nel 2010 la sua casa di moda gestiva 60 boutique in tutto il mondo. Gli stilisti facevano a gara per mettere le mani sui suoi modelli per i loro clienti famosi, mentre Carrie Bradshaw, l’eroina di “Sex and the City“, vestiva con abiti Cavalli a macchie di giraffa e jeans con motivo peonia. I suoi abiti selvaggi e l’immagine della “dolce vita” sembravano rappresentare l’energia e l’eccitazione del nuovo millennio, con i suoi tabloid mondani, le Real Housewives, gli appuntamenti mondani in mondovisione e i viaggi transoceanici facili.

    Aveva anche i suoi critici. Come Versace, secondo il quale i suoi vestiti erano volgari, scadenti, pacchiani. «Questo è un uomo per il quale la stampa zebrata è tinta unita», disse al New York Times.

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    A Cavalli per sempre

    Un concerto dei Måneskin – ANSA/FABIO FRUSTACI.

    Nel 2019, dopo anni di grande espansione, Cavalli stava attraversando un altro periodo di crisi, così come il settore in generale. Quell’anno, la sua casa di moda chiuse i negozi negli Stati Uniti e si rifugiò nel concordato preventivo. Le stampe animalier non erano al passo con l’era dell’athleisure (la tendenza di indossare capi originariamente pensati per le attività sportive in contesti glamour o formali).

    Ma Cavalli non era certo tipo da resilienza. Per cinquant’anni, aveva costantemente ricoperto quel ruolo nella moda, realizzando abiti che davano a chi li indossava la sicurezza di essere la stella della propria vita. Durante il suo discorso a Oxford, Cavalli aveva riassunto la sua etica personale in questo modo: «La moda che non è pazza non è moda». 

    Dopo una serie di passaggi, l’azienda è finita nelle mani del miliardario di Dubai Hussain Sajwani, per una cifra non nota ma che potrebbe aggirarsi sui 350/400 milioni di dollari. 

    Il recente colpo di Puglisi, vestendo la band da oltre un miliardo di streaming, è l’ennesimo punto di ripartenza per l’idea di moda di Cavalli. Del resto, in “Mammamia”, Damiano David canta «They ask me why I’m so hot, ‘cause I’m italiano». 

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    Giulia Guidi

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