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    Home » Archivio Storico » 2024 » Rubabandiera alla Casa Bianca
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    Rubabandiera alla Casa Bianca

    Marianna ManciniDi Marianna ManciniMarzo 13, 2024
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    Gli esiti delle primarie in corso negli States non sono definitivi ma sono certi: Trump e Biden si sfideranno ancora a novembre e si promettono veleno. Con le convention estive all’orizzonte, i toni sono già altissimi e gli occhi tutti puntati sulla Corte Suprema

    Con l’accelerata del Super Tuesday le elezioni americane si avvicinano a passo lungo verso il fatidico 5 novembre. Avevamo lasciato Donald Trump in netto vantaggio sui suoi sfidanti, in corsa alle primarie, e lo ritroviamo ora saldamente al comando della brigata repubblicana che, pur con qualche perplessità, ha praticamente scelto il suo volto presidenziale. Arrancando un po’ di più, anche Biden è a un passo dall’ufficialità, anche se la sua corsa non è mai stata davvero messa i dubbio. Dall’ultimo faccia a faccia tra i due nemici è passato del tempo ma l’acqua scorsa sotto i ponti non ha fatto che estremizzare ulteriormente un confronto politico già drammaticamente polarizzato, tanto che entrambi sembrano costretti alla stessa strategia, quella del Rally ‘round the flag. E non è una buona notizia.

    Attualmente è già stato assegnato un terzo dei seggi dei delegati totali che andranno a eleggere il loro candidato definitivo durante le convention estive. Martedì 5 marzo erano chiamati al voto Alabama, Alaska, Arkansas, California, Colorado, Massachusetts, Maine, Minnesota, North Carolina, Oklahoma, Tennessee, Texas, Utah e Virginia e Vermont, e Biden e Trump hanno vinto il confronto con gli altri candidati dei rispettivi partiti in 14 Stati su 15. Trump ha lasciato il Vermont a Nikki Haley, che si è poi però ritirata dalla corsa. Biden ha invece “perso” le isole Samoa Americane dove a sorpresa ha vinto l’imprenditore del Maryland Jason Palmer. Pagliuzze dal valore più simbolico che pratico e che non cambiano il copione già scritto.

    Nikki Haley e la sua eredità

    Dopo il Super Tuesday l’ex ambasciatrice all’Onu Nikki Haley, l’ultima rimasta in corsa a sfidare Trump per la guida del Partito Repubblicano, ha annunciato il suo ritiro dalle primarie. La senatrice porta a casa due Stati, il distretto di Washington DC e il Vermont, raccogliendo da sola il 27% circa degli elettori, un “ampio gruppo di elettori repubblicani profondamente preoccupati da Trump” come spiega lei stessa. 

    Nikki Haley (EPA/RICHARD ELLIS)

    Fra i voti andati a Haley ci sono anche quelli di democratici “dissidenti” rispetto alla linea e di indipendenti, negli Stati dove il regolamento elettorale consentiva di aprire il voto anche a loro. Il destino degli elettori di Haley è incerto e dubbio persino ai sondaggisti. Pur discordando nei numeri, sembrano comunque tutti concordi nel supporre che una fetta non indifferente di popolazione è pronta a quella che i media statunitensi chiamerebbero una “traversata del deserto”: l’astensione.

    L’ex governatrice del South Carolina, dal canto suo, non regala nulla a Trump con cui i rapporti non sono mai stati sereni: «i miei voti? Se li deve guadagnare» chiarisce.

    Trump fra la sbarra e la Casa Bianca

    Quanto a Trump, l’unico ostacolo veramente concreto alla sua rielezione sembrano essere le sue beghe giudiziarie. Politicamente nessun rivale, nemmeno Biden, lo preoccupa così tanto. L’ex presidente è imputato con 91 capi d’accusa in quattro diversi processi, ma ha intanto scampato il rischio più grande, quello di non potersi candidare. A causa del suo presunto coinvolgimento nell’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2020, lo Stato del Colorado infatti aveva dichiarato Donald Trump ineleggibile. In un secondo momento la Corte Suprema Usa ha poi accolto il ricorso della difesa del candidato, ristabilendo la sua eleggibilità ed estendendo questa interpretazione a tutti gli altri Stati che quindi non potranno intraprendere azioni simili.

    Quattro anni dopo, l’assalto al Congresso è ancora la patata più bollente per i repubblicani. Anche i giudici della Corte Suprema Usa hanno indirettamente dato una mano al candidato accettando di esaminare la richiesta di Trump di ottenere l’immunità giudiziaria nel processo. La richiesta era già stata respinta da un giudice federale ma i suoi legali avevano fatto appello. L’ex presidente è accusato di aver tentato di sovvertire l’esito democratico delle presidenziali del 2020 ed è la prima volta che si richiede l’immunità per un’incriminazione penale. Il vero “favore” della Corte è stato calendarizzare l’inizio del processo a fine aprile, arrivando così a una decisione non prima di quest’estate e lasciando a Trump tutto il tempo di proseguire con la sua campagna elettorale.

    Corte Suprema Usa (EPA/JIM LO SCALZO)

    Oltre che dell’imputazione più grave legata all’assalto al Congresso, Trump deve rispondere anche dell’accusa di aver indebitamente trattenuto documenti governativi top secret nella sua residenza in Florida di Mar-a-Lago. La data di questo secondo processo è stata fissata per il 20 maggio, troppo tardi per i democratici che auspicavano di iniziare già a dicembre, troppo presto per i repubblicani che speravano di mettere tutto sotto al tappeto fino a novembre (parliamo pur sempre di un milione e 100mila pagine di dossier per 37 capi d’accusa).

    Il tycoon è anche ancora alle prese con il processo contro Stormy Daniels, l’attrice porno, e in Georgia dove è accusato di aver tentato di falsare l’esito elettorale delle presidenziali nel 2020. Nel primo caso, avrebbe pagato 130mila dollari all’attrice tramite il suo avvocato Michael Cohen per convincerla a non rendere pubblico un rapporto sessuale avuto nel 2006 (il pagamento risale al 2016). Nello stesso anno risulta che Cohen pagò 150mila dollari anche all’ex coniglietta di Playboy Karen McDolugal, che voleva divulgare una presunta relazione con Trump risalente ancora al 2006. Il problema è che i soldi dati a Stormy, erogati da Cohen e rimborsatigli da Trump, sarebbero stati rendicontati come una consulenza legale relativa alla campagna elettorale (in sintesi, un uso illecito di fondi). Nel 2018 per la vicenda era stato condannato solo Cohen che ha scontato tre anni di prigione.

    Infine, nella sola Georgia lo staff di Trump deve rispondere di 41 capi d’accusa, tutti legati al crimine organizzato (cospirazione contro lo Stato, intralcio al processo elettorale, false dichiarazioni, tentativo di influenzare i testimoni, falsa testimonianza solo per citarne alcuni), di cui 13 indirizzati direttamente all’ex presidente. Nel caso sono coinvolti anche l’ex sindaco di New York e suo ex legale Rudy Giuliani e l’ex capo dello staff della Casa Bianca Mark Meadows. Gli imputati avrebbero rifiutato di riconoscere la sconfitta e “consapevolmente e deliberatamente cospirato per modificare in maniera illegale i risultati delle elezioni in favore di Trump” si legge nelle pagine accusatorie del gran giurì della Contea di Fulton. Per farlo Trump avrebbe fatto pressioni sull’allora segretario di Stato georgiano Georgia Brad Raffensperger affinché reperisse circa 11mila voti per ribaltare l’esito delle elezioni. Il tentativo di corrompere la vittoria sarebbe avvenuto in una telefonata registrata.

    Convegno a supporto di Donald Trump in Florida, Mar-o-Lago (EPA/CRISTOBAL HERRERA-ULASHKEVICH)

    Ciò che non si è capito, o lo si è fatto troppo tardi, è che queste incriminazioni hanno avuto il solo effetto di far crescere Trump nei sondaggi. Esacerbando lo scontro e marciando sulla propria posizione di “perseguitato” dalla legge, Trump ha richiamato a sé una parte di elettorato che l’aveva abbandonato ma che, come lui, riconosce un accanimento della giustizia statunitense nei suoi confronti. All’imprenditore è bastato mantenere toni alti e allarmisti, costruendo una campagna comunicativa e mediatica non per nascondere i suoi processi, ma per pubblicizzarli. Trump si fa martire contro una giustizia partigiana forte dei suoi rodati cavalli di battaglia, su tutti l’accusa di complotto del “deep state”, i famigerati “poteri forti”. Il risultato è che nei soli 7 giorni successivi alla notizia dell’incriminazione per il caso Stormy Daniels (era il 30 marzo 2023) Trump raccoglie 13 milioni di dollari in donazioni (prima dell’annuncio, per raccoglierne 12 di milioni erano serviti tre mesi).

    Biden risponde con lo State of Union

    Dall’altro lato della staccionata Sleepy Joe si è preso un caffè: compreso che il gioco mediatico di Trump funziona meglio del suo (tutti gli ultimi sondaggi confermano il vantaggio pur non schiacciante del voto repubblicano), è costretto a giocare subito il suo unico asso nella manica. «Continueremo ad andare avanti o permetteremo a Donald Trump di trascinarci indietro nel caos, nella divisione e nell’oscurità che hanno caratterizzato il suo mandato?» pronuncia durante il suo discorso sullo Stato dell’Unione che sembra dettare il copione per la restante campagna elettorale. Il copione, però, rischia di essere troppo debole per le sfide che la sua Presidenza ha posto.

    A dare non pochi problemi a Biden è innanzitutto il nodo dell’immigrazione: stando ai dati rilasciati dal Governo Usa in cinque anni il numero di immigrati nel Paese è cresciuto del 167% e si stima che entro settembre gli stranieri possano raggiungere gli 8 milioni (nel 2019 erano tre milioni). La situazione al confine è esplosiva e l’opinione pubblica democratica è troppo stanca di promesse non mantenute per non cedere alla tentazione della risposta facile che echeggia dall’altra parte. C’è poi il tema dei diritti, qui un bastione 100% democratico, e ancora una volta la Roe vs Wade sull’aborto che Biden promette di ripristinare (a patto di averne i numeri…). Dal conflitto in Ucraina al massacro di Gaza in politica estera, passando per le restrizioni sull’aborto e per il fallimento del sistema di prima accoglienza dei migranti, il presidente ha più carbone che caramelle con sé e si presenta a casa degli elettori a tasche fondamentalmente vuote.

    Biden pronuncia il suo terzo discorso sullo State of Union al Congresso, applaudito dalla vice-presidente Kamala Harris (EPA/Alex Brandon)

    Prima di chiudere la sua arringa, Biden è costretto ad affrontare – e non poteva non farlo – la principale critica che gli viene mossa perlomeno dai suoi: l’età. questione dell’età: «so che potrebbe non sembrare così, ma sono in giro da un po’» scherza, vantando la saggezza e l’esperienza che solo i suoi anni gli fornirebbero. «Alcune altre persone della mia età vedono una storia diversa. Una storia americana di risentimento, vendetta e punizione. Non sono io» prosegue confermando che più che un discorso sull’Unione quello pronunciato davanti al Congresso è un atto di guerra nei confronti di Trump, 77 anni.

    La stoccata più profonda, però, l’asso di briscola sceso alla seconda mano, è ancora uno: per Biden il rivale Donald Trump è una “minaccia per la democrazia americana“. Nessun confronto aperto sulle posizioni, nessuna riga tirata sui risultati, nessuna nuova battaglia da combattere insieme: quando l’avversario è indegno della competizione, anche una lecita sconfitta elettorale diventa un pericolo per tutta la Nazione.

    È il buon vecchio Rally ‘round the flag: quando non c’è più niente che ci unisca internamente, è più facile trovare un nemico esterno per aggrapparci tutti alla stessa bandiera e fare fronte comune. Un po’ come quelle ampissime Coalizioni nazionali che però aspirano a ricostruire un Paese appena uscito dalla guerra, non a neutralizzare le controparti interne. All’alternanza politica e al serio confronto i due candidati si preferiscono i toni propagandistici della guerra, e la lezione che a forza di giocare col fuoco poi ci si brucia sembra non averla imparata nessuno.

    di: Marianna MANCINI

    FOTO: ANSA/EPA/ERIK S. LESSER

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