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    Passione giocattoli

    Francesca LasiDi Francesca LasiGennaio 3, 2025
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    Il ritorno del Tamagotchi è solo l’ultimo capitolo dell’interesse ritrovato per i giochi del passato

    È il settembre 2024 quando Bandai Namco, società giapponese specializzata in videogiochi, apre  a Camden Town, a Londra il primo negozio dedicato a uno dei giocattoli che hanno fatto la storia della cultura pop della metà degli anni Novanta e dei primi anni Duemila: il Tamagotchi. Tra il 2022 e il 2023, ha riferito la BBC, le vendite del colorato gioco a forma di uovo sono raddoppiate, quindi non sorprende la scelta dell’azienda di cavalcare la nostalgia dei Millennial (ma non solo) e avvicinare nuovo pubblico, in linea con quanto sta accadendo nell’industria culturale, che ripropone storie e personaggi legati al passato: un esempio su tutti i reboot, i remake e i sequel che stanno spopolando al cinema.

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    Negli anni sono state prodotte tantissime versioni dell’animaletto virtuale, di cui sono stati venduti oltre 82 milioni di esemplari in tutto il mondo. Ma che cos’è il Tamagotchi? Perché è diventato un fenomeno di massa?

    La storia del Tamagotchi

    Il 23 novembre 1996 Bandai lancia sul mercato il Tamagotchi, che arriva nel resto del globo l’anno seguente. È una piccola consolle a forma di uovo con un piccolo schermo e tre piccolissimi tasti. Il gioco consiste nel prendersi cura dell’animaletto, fornendogli cibo e cure, coccolando ed esaudendo i suoi desideri. E già qui sorge una domanda: che animale è il Tamagotchi? Inizialmente si credeva fosse un pulcino, in realtà si tratta di un cucciolo di una specie aliena chiamata proprio “Tamagotchi”: “tamago” significa “uovo”, mentre “tchi” riprende le ultime tre lettere della parola “watch”, “orologio” in inglese.

    Tutto inizia quando Akihiro Yokai, allora direttore dell’azienda di giocattoli giapponese Wiz, propone il progetto di un gioco basato su un animale da compagnia elettronico alla Bandai, che a sua volta lo acquista e ne affida lo sviluppo all’inventrice Aki Maita. Così nasce il piccolo animale custodito all’interno di una mini consolle colorata a forma di uovo.

    Tamagotchi è stato uno dei primi esempi di simulatori di vita, videogiochi in cui il giocatore o la giocatrice controllano lo sviluppo di creature artificiali. Lo scopo, in questo caso, è quello di accudire la creatura aliena dandole da mangiare, pulendola, curandola nel caso si ammalasse, giocandoci ed educandola. Attraverso i pulsanti è possibile controllarne l’età ma anche il comportamento (sì, è possibile anche sgridare la creaturina). Insomma, i parametri vitali vanno monitorati costantemente, quindi si tratta di un gioco che, per quanto possa sembrare semplice, richiede una certa dose di impegno. Poi, il tasto dolente: a un certo punto il Tamagotchi muore. Tante le cause della dipartita dell’esserino: solitamente muore di inedia, quando non viene nutrito, oppure perché non è stata fatto addormentare nel modo corretto e non dorme abbastanza, oppure perché si ammala. Oppure non si sa: a volte le cause sono misteriose. Spesso la morte è improvvisa, istantanea, e tante e tanti bambine e bambini a cavallo degli anni Novanta e Duemila erano disperati. Proprio questo è stato, all’epoca, motivo di discussione che ha coinvolto media, sociologi, genitori: il gioco veniva considerato pericoloso e diseducativo per il modo in cui presentava la morte. Alcuni avevano anche chiesto fosse ritirato dal mercato. Ma per molti bambini e bambine Tamagotchi è stato importante proprio per questo, perché ha rappresentato il primo contatto con la morte. Anche questo è stato parte del suo diventare fenomeno sociale.

    Un altro modello di Tamagotchi – SHUTTERSTOCK/PACAR

    In realtà bisogna specificare una cosa. Il Tamagotchi muore ma non muore davvero (così come vive ma non vive davvero): tramite i pulsanti è possibile fare reset e iniziare un nuovo ciclo con un uovo nuovo. Nonostante questo, molti giocatori e giocatrici hanno vissuto la perdita del proprio Tamagotchi come un vero e proprio lutto, anche perché avevano sviluppato affetto nei suoi confronti. Questo impatto è stato così potente che è stato coniato il termine “Tamagotchi effect” per descrivere il coinvolgimento emotivo che le persone possono provare per oggetti o creature virtuali.

    Secondo alcuni critici videoludici l’importanza del Tamagotchi sta nel fatto che ha anticipato l’abitudine di portare con sé device elettronici – cosa che oggi facciamo tutti i giorni – e ha aperto la strada ai social media.

    Come ogni moda che si rispetti Tamagotchi è tornato ciclicamente alla ribalta dopo molti anni. Oggi esistono versioni diverse del gioco, con nuove funzionalità. Già nel 2004 Bandai ha commercializzato Tamagotchi Plus, venduto nei Paesi occidentali con il nome di Tamagotchi Connection: dispositivi diversi potevano collegarsi tra loro tramite porte infrarossi, era possibile comprare oggetti o cibo attraverso i punti accumulati con i minigiochi. Nel 2008 esce in Giappone la versione a colori, Tamagotchi+Color, mentre nel 2013 arriva una nuova versione del gioco sotto forma di app per dispositivi mobili chiamata Tamagotchi L.I.F.E. Successivamente sono arrivate altre versioni che permettono di scegliere tra più personaggi ma anche la possibilità di collegarsi con giocatori e giocatrici in tutto il mondo.

    I giocattoli degli anni Ottanta e Novanta

    I giocattoli sono parte non solo della nostra infanzia ma anche della nostra età adulta, non solo per la dimensione relativa al gioco in sé ma anche perché hanno contribuito a creare un immaginario legato a decenni specifici, soprattutto anni Ottanta e Novanta.

    Negli anni sono cambiati, ne sono uscite nuove versioni, ma ancora oggi nei giochi persistono gli stereotipi e i costrutti di genere: alle bambine è associato il colore rosa e la cura della casa, ai bambini il colore azzurro, gli sperimenti scientifici, i lavori manuali o la lotta.  Negli anni sono stati sviluppati giocattoli genderless e in California è stata approvata una legge che obbliga i rivenditori specializzati ad avere corsie di giocattoli gender neutral.  Di questo si è discusso molto recentemente anche in concomitanza dell’uscita del film Barbie, diretto da Greta Gerwig, che ribalta lo stereotipo della bambola più famosa al mondo (partendo da “Barbie stereotipo”, appunto) in chiave femminista, pur legandosi a un’operazione di marketing.

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    La bambola ideata da Ruth Handler commercializzata nel 1959 nelle sue numerose versioni (senza contare gli innumerevoli accessori, le case, i camper) è la più venduta al mondo ed è il primo giocattolo con una strategia di mercato basata soprattutto sulla pubblicità televisiva.  

    Diversi modelli di Barbie – SHUTTERSTOCK/LEKA TALAMONI

    Molti dei giocattoli iconici degli anni Settanta, Ottanta e Novanta nascono da personaggi di fantasia attorno ai quali gira un intero universo. Ad esempio Hello Kitty, personaggio più celebre dell’azienda giapponese Sanrio. Creata nel 1974 dalla designer Yuko Shimizu, Hello Kitty è caratterizzata dal celebre fiocco rosso sull’orecchio sinistro e dall’assenza della bocca (fatta eccezione per la serie animata). Però pare non sia una gatta come tutti pensano, bensì una bambina.

    Tantissimi, poi, i giocattoli degli anni Ottanta e Novanta, alcuni legati a serie animate di successo. Pensiamo a He-Man e i dominatori dell’universo (He-Man and the Masters of the Universe), serie animata a supporto dei noti giocattoli action figure della Mattel a cui erano legati dei fumetti. He-Man e il franchise fantasy lanciato nel 1981 sono stai protagonisti di diverse serie di giocattoli, che oggi valgono una fortuna. Ma anche My Little Pony, la linea di pony coloratissimi dalle lunghe criniere pettinabili lanciata da Hasbro nel 1982 (in Italia nota anche come Mio Mini Pony), diventati protagonisti di serie e film animati. Che dire poi delle action figure tratte da altre opere, su tutti quelle di Jeeg Robot d’Acciaio, basate sul manga ideato da Gō Nagai e disegnato da Tatsuya Yasuda, dal quale viene subito tratta una serie anime nel 1975. Ma anche le Tartarughe Ninja, basate sulla serie a fumetti creata da Kevin Eastman e Peter Laird nel 1984. Le tartarughe mutanti Leonardo, Raffaello, Donatello e Michelangelo sono arrivati anche al cinema con numerose pellicole. Così come i Transformers, i robot trasformabili protagonisti della celebre saga cinematografica.

    Ma gli anni Ottanta sono anche gli anni delle Micro Machines, modellini di automobili da far sfrecciare su appositi playset (o per tutta la casa), e Gira la moda, che permette di creare, disegnare e abbinare svariati modelli di capi di abbigliamento. Il gioco, diventato subito cult, ha avuto grande fortuna anche negli anni Novanta. Tanti i giocattoli protagonisti di questo decennio, come Polly Pocket, una linea di bambole tascabili commercializzata nel 1989. Ogni bambola è accompagnata dal proprio scrigno (una sorta di casa) a forma di – letteralmente – qualsiasi cosa: bolle, acquari, isole, animali. Tante sono le fogge e i colori dei Polly Pocket, tanto che da qualche anno sono in commercio cofanetti ispirati a film e serie tv come i Simpsons, Stranger Things, Friends, I Tenenbaum, Shining, Il Signore degli Anelli.

    Alcuni scrigni, le case in miniatura delle Polly Pocket – SHUTTERSTOCK/LUOXI

    Impossibile dimenticare il Crystal Ball, che permette di creare palloncini con una pasta colorata soffiando all’interno di una cannuccia, Sbrodolina, la bambola che prima beve acqua e poi si sbrodola – uno dei giocattoli di maggior successo commerciale in Italia – Emiglio, il robot radiocomandato con luci e suoni (ricordate lo slogan «Emiglio è meglio»?), i voli pindarici delle Ballerine Volanti. E poi. E poi nel 1998 arriva Furby, animaletto elettronicoche muove occhi, orecchie, bocca e parla. Nello specifico parla il Furbish, una lingua inventata, ma anche quella del Paese in cui viene distribuito. Tantissime le versioni di Furby, l’electronic pet più venduto al mondo dopo il Tamagotchi.

    Sono tantissimi i giocattoli iconici che hanno caratterizzato gli ultimi 50 anni e che hanno successo ancora oggi, è impossibile nominarli tutti. Il ritorno – e le vendite – dei giocattoli “vintage” sono spinti sì dalla nostalgia, ma anche dal collezionismo. E a volte sono difficile da trovare. i Ricordate i Coccolotti, gli orsetti colorati e profumati che spopolavano negli anni Novanta? Poco tempo fa sono ritornati nelle edicole ma sono subito andati esauriti, complice anche un trend molto popolare su TikTok.

    Molti giocattoli oggi valgono moltissimo. Sui Pokémon i sarebbe da fare un discorso a parte perché sono un universo a parte formato da altri universi, ma pensiamo alle carte: alcune sono state battute all’asta per migliaia di dollari.

    di: Francesca LASI

    FOTO: SHUTTERSTOCK/ANA BELEN GARCIA SANCHEZ

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