La violenza sulle donne è strutturale. Un breve excursus sui maltrattamenti di genere tra legge e cultura, per andare oltre la retorica dell’emergenza

È il 26 dicembre 1965. Ad Alcamo, in Sicilia, una ragazza di 17 anni, Franca Viola, viene sequestrata (con il fratello Mariano, di 8 anni, subito rilasciato) da Filippo Melodia insieme ad altri 12 uomini. Franca viene violentata, picchiata e lasciata a digiuno per 8 giorni in un casolare fuori dal paese: viene liberata il 2 gennaio 1966 con un blitz dei carabinieri. La giovane, sostenuta dal padre Bernardo, rifiuta il “matrimonio riparatore”, denuncia Melodia per sequestro di persona e va incontro al processo. La sua storia, grazie anche alla copertura mediatica, diventa un caso nazionale, suscitando dibattiti e interpellanze parlamentari. Non mancano le intimidazioni e gli insulti alla famiglia e alla 17enne, accusata di essere in realtà complice del suo aguzzino e di aver compiuto una “fuitina” (una fuga che, però, prevede il consenso delle persone coinvolte). Alla fine Melodia viene condannato a 11 anni, ridotti poi a 10.

All’epoca il Codice Rocco (l’attuale codice penale istituito durante il regime fascista) classificava la violenza sessuale tra i “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume”, e non veniva quindi considerata come un reato contro la persona. L’articolo 544 c.p., inoltre, ammetteva il cosiddetto “matrimonio riparatore”: l’accusato di stupro, anche su minori, aveva la possibilità di estinguere il reato in caso di nozze con la persona offesa. Il “matrimonio riparatore” verrà abrogato solo nel 1981 insieme al “delitto d’onore” (con la legge 442 del 5 agosto 1981) che prevedeva un grosso sconto di pena per chi uccideva mogli, figlie o sorelle che avevano recato loro “disonore”, cioè avevano avuto una relazione extraconiugale o erano state vittime di violenza.  Di fatto, il “danno alla reputazione” veniva considerato un’attenuante all’omicidio.

È solo nel 1996, invece, con la legge n.66 del 15 febbraio – Norme contro la violenza sessualeche lo stupro diventa reato contro la persona e non più contro la morale pubblica.

La legislazione segue di molti anni un lavoro culturale lungo e faticoso (e non ancora finito) portato avanti soprattutto dal movimento femminista italiano degli anni Settanta (volendo guardare solo al nostro Paese) che si è battuto per i diritti umani fondamentali, come l’aborto (1978), il divorzio (1970), la riforma del diritto di famiglia (1975) e i consultori (1975). Un lavoro volto a porre luce su quanto la violenza sessuale, e la violenza sulle donne in generale, sia una realtà radicata all’interno della cultura patriarcale e maschilista che permea la società, caratterizzata da relazioni di potere storicamente ineguali. Non si tratta, quindi, di un’emergenza, ma di una questione sistemica, alla quale si lega la cultura dello stupro (“rape culture”). Con questa espressione, introdotta dal femminismo statunitense negli anni Settanta e ripresa dagli studi di genere, si fa riferimento a tutti quei comportamenti volti a banalizzare e a normalizzare gli abusi, a incoraggiare tutte quelle pratiche che giustificano ed esaltano la violenza, anche attraverso un linguaggio misogino. Strettamente legate alla cultura dello stupro sono lo “slut shaming (o “stigma della puttana”), il biasimo dei comportamenti e dei desideri sessuali femminili che si discostano dalle aspettative di genere, e la colpevolizzazione della vittima (“victim blaming”), che consiste nel ritenere chi subisce violenza parzialmente o interamente responsabile. «Com’era vestita?», «Eh, ma quella gonna è troppo corta», «Se non avesse voluto si sarebbe difesa», «Lo ha provocato», «Era ubriaca», «Perché non ha denunciato prima?», sono tutte frasi che vanno a delegittimare l’abuso e la donna stessa, alimentando dubbi e pregiudizi, fino a minarne la credibilità.

Questo tipo di atteggiamento arriva a volte anche dalle istituzioni, con la vittimizzazione secondaria: la magistratura, le forze dell’ordine, il personale medico e sanitario non riconoscono o minimizzano la violenza, umiliando la donna attraverso domande sulla sua condotta e le sue abitudini, portandola a rivivere nuovamente l’aggressione e ad avere paura di non essere creduta, oltre a deresponsabilizzare gli uomini che agiscono in modo violento. Anche i media hanno un ruolo nella vittimizzazione secondaria attraverso, ad esempio, la diffusione di immagini e filmati che ritraggono la violenza o l’utilizzo di termini quali “raptus” e “follia” che patologizzano l’aggressore e contribuiscono a costruire la narrazione per cui solo un uomo “malato” può picchiare, stuprare e uccidere una donna.

Il report dell’Associazione nazionale Di.Re – Donne in rete contro la violenza, riferito ai dati del 2021 e diffuso il 13 luglio 2022, fotografa nitidamente il fenomeno: solo il 28% delle donne accolte nei centri antiviolenza decide di denunciare, percentuale rimasta costante negli anni.

Spesso, però, anche quando le donne decidono di denunciare trovano risposte insufficienti o tardive da parte delle istituzioni e delle forze dell’ordine, come nel caso di Alessandra Matteuzzi, la 56enneuccisa dall’ex compagno Giovanni Padovani. Matteuzzi aveva denunciato per stalking l’ex fidanzato un mese prima di essere uccisa ma, come riportato dai media, secondo il procuratore di Bologna “dalla denuncia non emergevano situazioni di rischio concreto di violenza, era la tipica condotta di stalkeraggio molesto”. Dal racconto dei familiari della donna, però, è emersa una situazione totalmente differente, fatta di minacce, appostamenti, possessività.

Un meccanismo, quello della vittimizzazione secondaria, spesso sottovalutato ma fortemente stigmatizzato anche dalla Convenzione di Istanbul, primo vero strumento internazionale giuridicamente vincolante ratificato nel 2011 – dall’Italia nel 2013 – per prevenire e contrastare la violenza sulle donne e la violenza domestica. La Convenzione include l’obbligo per gli Stati di garantire servizi di protezione come i centri antiviolenza, linee telefoniche gratuite 24 ore su 24, consulenza psicologica e assistenza medica, oltre ad incentivare l’educazione all’uguaglianza di genere e alla sessualità. 

Nel 1999 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituisce la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (25 novembre).Simbolo di questa giornata sono le scarpe rosse allineate nei luoghi pubblici, a rappresentare le “survivor” (le persone sopravvissute alla violenza) e le vittime di femminicidio. L’idea nasce da Zapatos Rojos (Scarpe Rosse), installazione dell’artista messicana Elina Chauvet realizzata nel 2009 in una piazza di Ciudad Juarez, in seguito all’omicidio della sorella per mano del marito e per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise nella città. Ma sono tante le sfumature. L’UN Women, l’Entità delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile, sceglie, invece, l’arancione come colore ufficiale.

La data del 25 novembre viene scelta in ricordo dell’efferato assassinio delle sorelle Mirabal, avvenuto nel 1960 nella Repubblica Dominicana. Patria, Minerva e Maria Teresa, tre attiviste impegnate a combattere la dittatura di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961),vengono bloccatedal servizio segreto militare mentre si recano a far visita ai mariti in prigione. Portate in un luogo nascosto nelle vicinanze, vengono stuprate, torturate, strangolate e poi gettate in un precipizio, a bordo della loro auto, a simulare un incidente.  

E sono ancora tantissimi i femminicidi, tante le donne che muoiono ammazzate in quanto donne. Stando ai dati del dossier del ministero dell’Interno, diffuso in occasione del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica il 15 agosto 2022,in un anno, dal 1° agosto 2021 al 31 luglio 2022, nella Penisola sono state uccise 125 donne, in aumento rispetto alle 108 dei 12 mesi precedenti, in media più di una ogni tre giorni. Dal dossier emerge che 108 femminicidi sono stati compiuti in ambito familiare o affettivo, 68 da un partner o un ex: come sappiamo, spesso “l’assassino non bussa, ha le chiavi di casa”.

I numeri e le statistiche spesso tendono a cancellare le identità e a non dare conto dei casi che restano sommersi, ma danno idea dell’ampiezza del problema. Se si guarda ai dati diffusi dall’Istat (24 agosto 2022)inerenti alle richieste di aiuto arrivate al numero di pubblica utilità1522 contro la violenza sulle donne e lo stalking, nel primo trimestre dell’anno in corso oltre il 61,4% delle persone che hanno contattato il numero hanno dichiarato che le violenze vengono subìte da anni, dato in aumento sia rispetto al trimestre precedente (56,7%) sia allo stesso periodo nel 2021 (53,7%). Le forme di violenza sono di varia natura e a volte coesistono. Secondo il report Di.Re (2021), la più frequente è quella psicologica (77,9%), seguita da quella fisica (57,6%) e da quella economica (31,6%). I casi di violenza sessuale rappresentano il 16,1%, quelli di stalking il 15,6%.

Nel 2019 è stato approvato dal Senato il cosiddetto Codice Rosso (legge del 19 luglio 2019, n.19) che istituisce nuove misure nei confronti della violenza domestica e di genere. La legge si pone tre obiettivi: la prevenzione dei reati, la protezione delle vittime e la punizione dei colpevoli. Dal punto di vista procedurale, la polizia giudiziaria deve immediatamente informare il pubblico ministero che, a sua volta, entro tre giorni, dovrà ascoltare la persona offesa o chi ha denunciato i fatti. Il termine dei tre giorni può essere prorogato solo in caso di esigenze di tutela dei minori coinvolti. Chi subisce violenza, al contrario, ha 12 mesi di tempo per denunciare, invece dei 6 previsti solitamente dalla legge. Il Codice Rosso ha raccolto pareri contrastanti: da un lato chi vi ha ravvisato un cambiamento storico per l’introduzione del reato di “revenge porn”, la diffusione di immagini e video sessualmente espliciti senza il consenso della persona ritratta, dall’altro chi ritiene sia propagandistica (soprattutto per il limite dei tre giorni) e che si basi su un impianto repressivo, volto essenzialmente all’inasprimento delle pene, non sempre adatto a scardinare il problema dal punto di vista strutturale.

Certo, la violenza non si combatte solo con le leggi ma soprattutto con la formazione e la cultura. È sicuramente complesso trovare un raccordo tra la dimensione giuridica e quella culturale e politica, ma è necessario costruire una risposta articolata che vada ad abbattere gli stereotipi ancora diffusi nella nostra società, ad esempio attraverso l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole e la diffusione della cultura del consenso. Perché no significa no. Sempre.