Il leader per i diritti civili e umani è da tempo diventato un’icona ma il suo percorso intellettuale è stato complesso e il suo impatto profondo
Leader per i diritti civili degli afroamericani e per i diritti umani, predicatore, oratore abilissimo e carismatico rivoluzionario: sono tante le parole usate per descrivere Malcolm X, che è stato tante cose. Il fatto di essere diventato un’icona ha rischiato (e rischia) di eclissarne la complessità. La profonda evoluzione del suo pensiero – sfaccettato e ancora in divenire – già di per sé lo colloca lontano da ogni semplificazione.
È in carcere – dove sconta una condanna per rapina – che Malcolm Little si dedica alla lettura e allo studio. È in questo periodo che conosce la Nation of Islam (NOI), organizzazione religiosa fondata da Wallace Fard Muhammad nel 1930, che mescola, in un particolare sincretismo, elementi della religione islamica e del nazionalismo nero reinterpretati in chiave personale, lontani dall’Islam originario. La NOI promuove il separatismo tra persone nere e bianche e, dunque, si scontra con la linea integrazionista di un altro grande leader per i diritti civili, Martin Luther King. Nel frattempo Malcolm Little cambia cognome, perché eredità della schiavitù, e diventa Malcolm X. Una volta uscito di prigione, nel 1952, entra nella NOI, della quale diventa uno dei predicatori più conosciuti e che proprio grazie a lui si espande. In questi anni Malcolm X si fa conoscere per il suo linguaggio radicale attraverso il quale denuncia l’ipocrisia di una società di per sé violenta, oppressiva, razzista. Certo, non condivide il metodo della nonviolenza di King che, anzi, critica duramente, ma di cui non negherà mai completamente l’importanza. Spesso le due figure vengono contrapposte ma – per quanto differenti – potrebbero non essere considerate complementari. Nel 1963 iniziano i contrasti con la Nation of Islam e il suo leader Elijah Muhammad: l’organizzazione gli vieta di parlare in pubblico e, poi, lo espelle (ufficialmente per alcune frasi pronunciate all’indomani dell’omicidio di John Fitzgerald Kennedy). Subito dopo Malcolm X vive due esperienze fondamentali per la sua evoluzione politica e filosofica, i viaggi in Africa e il pellegrinaggio alla Mecca, che lo porta ad abbracciare l’Islam sunnita, che egli considera una religione in grado di superare ogni forma di discriminazione. Tornato negli Stati Uniti prende il nome di El-Hajj Malik El-Shabazz e fonda l’Organizzazione per l’Unità Afroamericana (Organization of Afro-American Unity, OAAU) e la Muslim Mosque, Inc.,con le quali intende internazionalizzare la lotta della popolazione nera.
Arriva, poi, il 21 febbraio 1965. Mentre si appresta a salire sul palco dell’Audobon Ballroom ad Harlem per tenere un comizio, Malcolm X viene ucciso a colpi di pistola. Aveva 39 anni. Ci sono ancora molti aspetti non chiariti sull’omicidio. Furono condannati tre esponenti della Nation of Islam, ma solo uno di loro, Talmadge Hayer (conosciuto anche come Thomas Hagan e Mujahid Abdul Halim), ha ammesso la propria colpevolezza. Gli altri due sono stati scagionati nel 2021: Khalil Islam (Thomas 15X Johnson) era già morto, mentre Muhammad Abdul Aziz (Norman 3X Butler) aveva già scontato la pena. Tre figlie di Malcolm X hanno fatto causa all’FBI, alla CIA e alla polizia di New York per aver occultato alcune delle prove durante il processo.
Abbiamo approfondito alcuni aspetti del pensiero di Malcolm X insieme a Gianluca Briguglia, docente di Storia del pensiero politico alla facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, autore del saggio Malcolm X e Martin Luther King. L’ape e la colomba (Einaudi Stile Libero, 2024).

Come si evolve il rapporto tra religione e politica in Malcolm X, dal suo legame con la Nation of Islam al suo pellegrinaggio alla Mecca?
«Malcolm X in carcere conosce la Nation of Islam, che è una setta che ha poco di ortodosso rispetto all’Islam, e che fa leva sul disagio degli afroamericani. Secondo la setta i neri sono l’umanità così come creata da Allah, mentre i bianchi sono il prodotto di alcuni esperimenti di Yakub, una sorta di scienziato pazzo che sarebbe nato migliaia di anni fa. Siamo, quindi, all’interno di un clima religioso ma fortemente settario e improvvisato dal punto di vista teologico ma che aveva il merito di predicare una nuova dignità per gli afroamericani, qui considerati i figli di Dio. Malcolm X sposa questa religione fino a quando si produce uno scontro con il leader Elijah Muhammad e verrà poi cacciato dall’organizzazione. Facendo il pellegrinaggio alla Mecca si rende conto che l’Islam non è una religione razziale, bensì universalistica, quindi tutti gli uomini e tutte le donne della Terra sono ugualmente investiti da questo messaggio di salvezza, che veniva, invece, negato nella religiosità della Nation of Islam. Questo ha un impatto sul suo pensiero politico: mentre prima il suo progetto di emancipazione degli afroamericani passava attraverso una netta inimicizia nei confronti dei bianchi, ora il suo pensiero politico si laicizza; il suo messaggio non è più rivolto esclusivamente ai musulmani ma a tutti, non solo agli afroamericani ma anche, in un certo grado, ai bianchi che volessero sostenere questo suo progetto. La religione è, quindi, centrale sia in questa fase di emancipazione personale, sia nella maturazione del pensiero politico vero e proprio».
Tenendo conto di questa evoluzione del suo pensiero, già così sfaccettato, cos’era il nazionalismo nero per Malcolm X? E in che senso trascende il concetto di Stato?
«Di nazionalismo nero aveva già parlato Marcus Garvey, un grande attivista, di cui il padre di Malcolm X era seguace. Il nazionalismo nero è una forma particolare di nazionalismo che qui non si rifà a un’idea di nazione ben determinata, che richiede uno Stato, ma si coniuga con l’idea di razza: significa nazionalismo del grande popolo nero, non solo degli afroamericani, ma di tutti i neri. Ci sono delle evoluzioni anche sui concetti di “nero” e di “bianco”. In una determinata fase sembra che Malcolm X consideri nero tutto quello che non è bianco e bianco tutto ciò che è sfruttamento e colonialismo, quindi, in qualche modo, anche i popoli asiatici sembrerebbero far parte di questo progetto. Quello che Malcolm X tenta di fare – non riuscendoci – è cercare di coinvolgere gli Stati africani, secondo una sorta di Panafricanismo, nel denunciare gli Stati Uniti all’ONU per il mancato rispetto dei diritti umani. Questo ai tempi di Garvey non sarebbe stato possibile perché la maggior parte dei Paesi africani erano ancora sottomessi a un regime coloniale. Quest’idea di nazionalismo ha degli elementi utopici ma ha dato degli spunti interessanti, cioè l’idea di portare gli Stati Uniti al tribunale dell’ONU per essere condannati. Anche Martin Luther King si è mostrato interessato a questo passaggio di Malcolm X dai diritti civili ai diritti umani. Però Malcolm X viene ucciso proprio quanto tenta di portare avanti questa operazione; un tentativo comunque destinato al fallimento perché i Paesi africani avevano preso una strada diversa. Eravamo, poi, in decenni di Guerra fredda: gli Stati Uniti, nel loro conflitto con l’Unione Sovietica, rappresentavano il mondo libero, c’erano, quindi, una serie di contraddizioni che alla fine non sono esplose».
Secondo lei quali sono gli aspetti dell’eredità di Malcolm X che sono rimasti maggiormente, seppur in forma differente, nei movimenti immediatamente successivi alla sua morte?
«Malcolm X ha creato uno spazio politico e culturale più con la sua morte che quando era in vita, ha mostrato che oltre alla via pacifica di Martin Luther King ce ne poteva essere un’altra in cui la violenza, in una qualche forma, poteva essere un elemento politico: questo non significava usare la violenza in modo immediato ma mostrare che gli afroamericani avevano una forza, anche fisica, oltre che intellettuale, culturale e storica. Per certi aspetti questo spazio viene colmato con il movimento Black Power e con le Pantere Nere, molto vicine sentimentalmente alla sua figura. Alla loro morte Malcolm X e King sono stati vissuti congiuntamente, come due vie che potenzialmente si sarebbero potute intrecciare per arrivare a ottenere gli stessi risultati. Nel processo che li ha resi due icone l’eredità di Malcolm X ha contaminato anche l’area dell’integrazionismo e di quelle che in Martin Luther King vedevano una guida».
Poco dopo il suo omicidio lo stesso Martin Luther King disse che Malcolm X è morto proprio mentre si apprestava a elaborare qualcosa di grandioso. Sembrerà scontato dirlo ma con la sua militanza Malcolm X ha segnato un punto di rottura e oggi, nell’anno del centenario della sua nascita e del 60esimo del suo assassinio – quando la questione è lungi dal trovare una risoluzione – l’impatto della sua complessa eredità si mostra a noi vivido.
