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    Home » Archivio Storico » 2024 » L’Irlanda dei referendum
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    L’Irlanda dei referendum

    Francesca LasiDi Francesca LasiMarzo 14, 2024
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    IRLANDA REFERENDUM FAMIGLIA DONNE
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    L’elettorato irlandese ha detto no alla possibilità di estendere il concetto di famiglia ed eliminare i riferimenti patriarcali al ruolo delle donne dalla Costituzione. Ma non è la prima volta che il Paese è chiamato a esprimersi su temi fondamentali

    In Irlanda sono stati bocciati i due referendum proposti dal governo sull’estensione del concetto di famiglia e sulle “cure familiari”, relativo al ruolo delle donne all’interno della famiglia. Due proposte per rendere la Carta costituzionale, ratificata nel 1937, meno sessista e più inclusiva, che però, come ha dichiarato il Taoiseach (primo ministro) Leo Varadkar, sono state “chiaramente sconfitte” con “un’affluenza rispettabile”, che si è attestata al 44,4%. «Era nostra responsabilità convincere la maggioranza delle persone a votare ‘sì’ e chiaramente non ci siamo riusciti» ha ammesso Varadkar, sostenitore dei due emendamenti.

    I quesiti erano, infatti, sostenuti sia dalla coalizione di governo, ovvero i due partiti di centrodestra Fine Gael, guidato da Varadkar, e Fianna Fáil, insieme ai Verdi, sia dall’opposizione come il partito indipendentista di sinistra Sinn Féin. E non sono mancate le frizioni. La presidente di Sinn Féin Mary Lou McDonald ha criticato il governo sostenendo che non sarebbe stato capace di “convincere” l’elettorato e che i referendum sarebbero stati bocciati a causa della loro formulazione. Una contestazione, questa, sostenuta anche da altri esponenti dell’opposizione, secondo i quali la formulazione dei quesiti non sarebbe stata chiara e la campagna del governo sarebbe stata “poco incisiva”, come ha sostenuto la leader del Partito Laburista Ivana Bacik, secondo la quale l’esecutivo non avrebbe tenuto conto della formulazione proposta della Commissione legislativa per l’uguaglianza di genere. Il voto si è tenuto l’8 marzo, durante la Giornata internazionale dei diritti delle donne.

    Ma cosa prevedevano i referendum? Il primo riguardava l’estensione del concetto di famiglia affinché venissero riconosciute nella Costituzione non solo le famiglie basate sul matrimonio ma anche altre tipologie, come la “convivenza fra coppie o con i figli”. Si chiedeva, quindi, di eliminare la clausola che vede il matrimonio come “base su cui si fonda la famiglia” per sostituirla con un’altrasecondo la quale le famiglie possono essere fondate anche su “altre relazioni durature”. Il quesito è stato bocciato con il 67,7% dei no.

    Il secondo, invece, sulle “cure” e “l’assistenza familiare” si proponeva di eliminare la dicitura “women in the home” (“donne a casa”) nell’articolo 41.2, che ascrive il ruolo della donna al lavoro riproduttivo, dalle faccende domestiche alla cura dei figli. Secondo questa clausola il lavoro delle donne tra le mura domestiche fa parte del bene comune dello Stato e, quindi, lo Stato stesso deve sincerarsi che le madri non abbiano la necessità economica di lavorare fuori casa se in questo modo vanno a trascurare i loro “compiti” domestici. Inoltre, era prevista l’aggiunta di una clausola che garantiva l’assistenza domiciliare “da parte dei membri della famiglia” e che lo Stato si sarebbe “sforzato” di riconoscere questo tipo di assistenza. La proposta ha ricevuto il 74% dei voti contrari. Proprio il termine “sforzare” non è piaciuto, in quanto ritenuto vago e poco incisivo. Nonostante l’eliminazione del linguaggio sessista, infatti, il timore era che l’assistenza fosse demandata interamente alle famiglie e che venissero meno l’impegno e il sostegno da parte delle istituzioni nei confronti non solo di chi si occupa della famiglia, ma anche delle persone con disabilità o anziane. Un timore espresso anche da alcune formazioni di sinistra e femministe, che pur avevano sostenuto il sì.

    L’articolo 41.2 della Costituzione era stato proposto dal patriota Éamon de Valera, che ha, poi, ricoperto il ruolo di primo ministro dell’Irlanda dal 1957 al 1959 e di presidente dal 1959 al 1973. Un articolo di cui si discuteva molto già all’epocaproprio a causa della sua formulazione.Secondo de Valera con l’articolo le donne avrebbero conquistato una posizione privilegiata nella società irlandese: allora a occuparsi del lavoro di cura erano quasi esclusivamente le donne e la clausola cercava di assicurarsi che non fossero costrette a lavorare fuori casa puramente per necessità economiche. In realtà secondo molte militanti femministe l’articolo 41.2 ha contribuito ad alimentare lo stereotipo della donna “moglie, madre e angelo del focolare” ed è quindi visto come espressione di una culturale patriarcale che vuole le donne solo ed esclusivamente tra le mura domestiche e gli uomini al lavoro, nella sfera pubblica. Per questo stesso motivo non riconoscerebbe le responsabilità domestiche degli uomini. Il ministro dell’Uguaglianza Roderic O’Gorman pochi giorni prima dei referendum aveva ricordato che “il posto di una donna è ovunque lei voglia che sia: nel mondo del lavoro, in quello dell’istruzione o in casa”. Nonostante questo, e nonostante la volontà di una parte della società di superare la visione patriarcale, la proposta non è passata.

    Il Taoiseach (primo ministro irlandese) Leo Varadkar in un seggio elettorale a Dublino insieme alla senatrice di “Fine Gael” Mary Seery Kearney – ANSA/EPA/MOSTAFA DARWISH

    Altri voti: il referendum sull’aborto

    Non si tratta dei primi referendum in Irlanda. Lo storico referendum del 2018 ha abolito il divieto all’aborto, che era permesso solo nei casi in cui la gravidanza avesse rappresentato un rischio per la vita della persona incinta. Il divieto era stato addirittura inserito nella Costituzione nel 1983 con l’ottavo emendamento ed era stato modificato successivamente. Un risultato monumentale, se si pensa anche a quanto è radicata la religione cattolica nel Paese.

    Il sì all’abrogazione della legge costituzionale che vietava l’interruzione di gravidanza era arrivato con il 66,4% dei voti. Il quesito riguardava la volontà di abolire o meno l’articolo 40.3.3 della Costituzione, che vietava l’aborto, per sostituirlo con un articolo che consentisse al Parlamento irlandese di emanare una nuova legge sul tema. A sostenere il sì, quindi l’abrogazione del divieto all’aborto, era stato anche il primo ministro Varadkar.

    Una questione, quella dell’interruzione di gravidanza, molto sentita nel Paese, tanto che allora si era diffuso l’hashtag #hometovote riferito alla popolazione irlandese che viveva all’estero ma che era tornata in patria per poter votare. Nonostante questo l’Irlanda si era, però, spaccata tra pro-choice, cioè favorevoli all’aborto, e pro-life, ovvero anti-abortisti. Alla fine è stato il sì a vincere.

    L’aborto in Irlanda era stato vietato nel 1983 quando, in seguito a un referendum, era stato introdotto nella Costituzione l’ottavo emendamento, che equiparava il diritto alla vita del nascituro a quello della madre e vietava completamente l’interruzione di gravidanza, anche in caso di stupro, incesto o anomalie del feto. Nel 1992 una sentenza della Corte Suprema aveva stabilito la possibilità di ricorrere all’aborto solo nel caso in cui ci fosse un “reale” pericolo per la salute della persona in gravidanza. A questa pronuncia aveva fatto seguito una legge, emanata solo nel 2013, chiamata Protection of Life During Pregnancy Act che permetteva l’interruzione di gravidanza solo nel caso in cui, appunto, la donna rischiasse la vita.La legge, però, aveva un campo di azione molto limitato ed era molto restrittiva: per abortite, infatti, era necessario seguire un iter piuttosto lungo. La norma è arrivata in seguito all’ondata di indignazione suscitata dalla morte di Savita Halappanavar, una donna di 31 anni deceduta a causa di una sepsi dopo che le era stata negata la possibilità di abortire, nonostante si fosse recata all’ospedale con forti dolori alla schiena. L’aborto non era un diritto ma un reato in Irlanda. Chiunque abortisse o aiutasse ad abortire rischiava fino a 14 anni di carcere. Molte persone, quindi, si recavano all’estero, soprattutto nel Regno Unito.

    Alla fine del 2018, in seguito al referendum, il Parlamento irlandese (Oireachtas) ha approvato la legge che consente di abortire fino alla dodicesima settimana, previo il consulto di due medici. Oltre questo periodo di tempo è possibile ricorrere all’interruzione di gravidanza solo in caso di grave pericolo per la salute o la vita della madre o di anomalie fetali definite “letali”. Tuttavia, sono ancora tante le proteste per modificare la legge, soprattutto l’abolizione del limite delle 12 settimane e l’eliminazione dei tre giorni di attesa tra la richiesta di aborto e l’esecuzione dello stesso. A preoccupare è anche il fatto che i servizi non siano ugualmente accessibili in tutte le aree de Paese.

    Festeggiamenti dopo la vittoria del “sì” al referendum che ha portato alla legalizzazione dell’aborto in Irlanda nel 2018 – ANSA/EPA/AIDAN CRAWLEY

    Il referendum sui matrimoni tra persone dello stesso sesso

    Nel 2015 in seguito a un referendum l’Irlanda ha introdotto nella Costituzione il matrimonio tra le persone dello stesso sesso. Il 62,1% dei cittadini e delle cittadine irlandesi ha votato sì, mentre il no è rimasto al 37,9%. Dato significativo quello dell’affluenza: il 60%. Il matrimonio egualitario era stato sostenuto da tutti i partiti politici (nonostante la contrarietà di alcuni esponenti più conservatori), ma non da alcuni vescovi cattolici e associazioni cristiane evangeliche e pentecostali. Ma anche qui ci sono state delle voci controcorrente: alcuni vescovi e suore cattoliche avevano sostenuto il sì.

    L’allora ministro dell’Uguaglianza Aodhán Ó Ríordáin aveva sottolineato come l’Irlanda fosse “il primo Paese a introdurre l’uguaglianza dei matrimoni attraverso il voto popolare. Non si tratta di piccoli numeri, ma di un voto schiacciante”. Prima di allora, infatti, i matrimoni tra persone dello stesso sesso erano già stati legalizzati in 20 Paesi ma la Repubblica d’Irlanda è stata la prima nazione a introdurli tramite referendum. Poco prima del voto Varadkar, all’epoca ministro della Salute, aveva fatto coming out: è stato il primo capo di un governo irlandese a farlo.

    Anche in questo caso è stato emendato l’articolo 41 della Costituzione, che riguarda la famiglia, al quale è stata aggiunta la frase: “Il matrimonio può essere contratto per legge da due persone, senza distinzione di sesso”. In questo modo le coppie sposate omosessuali possono godere degli stessi diritti di quelle eterosessuali, come il diritto di separarsi giuridicamente. In seguito al referendum il Parlamento irlandese ha approvato la legge che disciplina i matrimoni tra persone dello stesso sesso, il Marriage Act.

    Negli anni erano già stati fatti passi avanti per riconoscere i diritti delle persone LGBTQIA+, arrivando fino a risultati colossali, se si pensa che nell’ Éire praticare “attività omosessuali” era illegale fino al 1993: legge che è stata, poi, dichiarata in contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Nel 2010 erano state riconosciute le unioni civili con il Civil Partnership and Certain Rights and Obligations of Cohabitants Act (Diritti e doveri dei conviventi di partenariato civile), che è stato poi allargato nel 2015 con il Children and Family Relationships Act che, tra le altre cose, regola l’adozione da parte delle coppie dello stesso sesso.

    Da qui si è, poi, arrivati al referendum del 22 maggio 2015 e al Marriage Act. Il matrimonio tra persone dello stesso sesso è stato legalmente riconosciuto in Irlanda il 16 novembre 2015 e le prime cerimonie sono state celebrate il 17 novembre 2015.

    Alla luce di ciò, la bocciatura dei due referendum sulla famiglia è sembrata una battuta d’arresto in merito alle tematiche progressiste.

    di: Francesca LASI

    FOTO: ANSA/EPA/MOSTAFA DARWISH

    aborto famiglia irlanda matrimonio egualitario referendum ruolo delle donne TOP NEWS
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