L’elezione, per la prima volta, di un’esponente del partito repubblicano a First Minister apre la strada, molto complicata, alla riunificazione. O almeno al dibattito su questa possibilità
Michelle O’Neill già nel 2017 aveva fatto la storia nordirlandese arrivando alla guida di Sinn Féin, il partito repubblicano di radice cattolica storicamente a favore dell’unificazione con l’Irlanda. Aveva fatto la storia perché per la prima volta la leader del partito non era direttamente coinvolta con il conflitto che per decenni ha opposto unionisti e repubblicani.
O’Neill torna a fare la storia il 3 febbraio 2024 quando diviene la prima ministra dell’Irlanda del Nord. Già due anni prima la premier avrebbe dovuto insediarsi, a seguito della vittoria senza precedenti del partito alle urne, ma il Dup (Democratic unionist party) aveva boicottato le istituzioni in protesta contro gli accordi conclusi a seguito della Brexit. Il Partito Unionista Democratico ha bloccato la formazione del nuovo governo protestando contro le barriere commerciali nel mare d’Irlanda (secondo quanto sancisce l’Accordo del Venerdì Santo del 1998 nel governo condiviso è obbligata la presenza sia del principale partito unionista sia di quello nazionalista). Così per due anni il Parlamento non ha legiferato.
Il blocco ha portato a numerosi disagi per i cittadini dell’Irlanda del Nord, giovedì 18 gennaio 2024 oltre 150mila lavoratori del settore pubblico hanno scioperato, nella più grande azione sindacale degli ultimi 50 anni. I lavoratori hanno chiesto al Governo gli aumenti di stipendio che gli omologhi britannici hanno ottenuto grazie agli accordi sindacali che si applicano in tutto il Regno Unito ma che i dipendenti pubblici nordirlandesi non hanno ricevuto a causa della crisi politica.

Dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea era stato stabilito che l’Irlanda del Nord continuasse a far parte del mercato unico europeo e dunque fosse soggetta all’iter burocratico e agli stessi controlli doganali dei vari Paesi dell’Unione europea nello scambio di merci con la Gran Bretagna, una decisione presa per evitare di dover costruire una barriera fisica con l’Irlanda (parte dell’UE), e il Dup ha bloccato la formazione del nuovo governo protestando contro queste barriere commerciali.
Dopo un lungo braccio di ferro si è arrivati al Windsor Framework che stabilisce un “corridoio preferenziale” per il transito delle merci di Inghilterra, Scozia e Galles verso l’Irlanda del Nord; i prodotti a rischio di esportazione dall’Irlanda del Nord ad altri Paesi dell’Unione sono invece sottoposti a controlli tramite un “corridoio rosso”; e l’accordo prevede poi che i cittadini nordirlandesi abbiano diritto di accesso a prodotti britannici essenziali (quali i medicinali). Il governo britannico ha inoltre stanziato aiuti per circa tre miliardi e mezzo di euro a Belfast, facendo terminare le proteste del Dup, il leader del partito unionista di destra, Jeffrey Donaldson, si è detto soddisfatto dell’accordo, spiegando che “per le merci provenienti dal Regno Unito, il nostro obiettivo era quello di eliminare la frontiera del Mare d’Irlanda ed è quello che abbiamo ottenuto”.
Il primo ministro britannico Rishi Sunak, dopo gli incontri con O’Neill e la vicepremier del Dup, Emma Little-Pengelly, alla ripresa dei lavori del parlamento nordirlandese ha dichiarato: «oggi è un giorno storico e importante per il Paese perché i politici dell’Irlanda del Nord sono tornati al lavoro, a prendere decisioni per conto del loro popolo. Adesso il nuovo accordo dà loro più fondi e più poteri di quanti ne abbiano mai avuti, in modo che possano realizzare programmi per le famiglie e le imprese del Paese. Questa è la priorità di tutti, non quella di un referendum per cambiamenti costituzionali».

Nonostante O’Neill abbia già detto che le priorità sono le soluzioni ai problemi economici quotidiani, la questione dell’unità dell’Irlanda resta presente. Nel discorso di insediamento la premier ha sottolineato che “da qualunque parte stiamo, qualunque siano le nostre aspirazioni, possiamo e dobbiamo costruire il nostro futuro insieme” e ha promesso cooperazione e impegno nella “assemblea per tutti, cattolici e protestanti”. Londra ha dichiarato che il tema della riunificazione non sarebbe stato affrontato “prima di diversi decenni”, a nemmeno 24 ore dal giuramento O’Neill ha smentito queste parole dichiarando a Sky: «contesto assolutamente ciò che sostiene il governo britannico, la mia elezione dimostra il cambiamento che sta avvenendo sull’isola», la premier ha poi aggiunto che il Paese (che preferisce chiamare il Nord dell’Irlanda e non l’Irlanda del Nord) è entrato in un “decennio decisivo”. O’Neill ha sottolineato che “si possono avere poteri condivisi, lavorare insieme sui servizi pubblici e nello stesso tempo perseguire altrettanto legittime aspirazioni”.
In un sondaggio realizzato dal Times a fine 2023 il 57% dei nordirlandesi tra i 18 e i 24 anni si è detto favorevole alla riunificazione irlandese e voterebbe in questo senso in caso di referendum. Secondo il corrispondente del Guardian per gli affari irlandesi, Rory Carroll, in Irlanda del Nord gli abitanti “si dividono a grandi linee in tre categorie: il 40% di loro vuole la riunificazione, un altro 40% è ‘unionista’, un altro 20% non ha opinioni forti ma preferirebbe rimanere dentro al Regno Unito”. Come riporta Il Post l’analista politico Gerry Lynch sostiene: «in un eventuale referendum sullo status dell’Irlanda del Nord il risultato sarà deciso da persone non allineate con nessuna delle due fazioni, oppure che hanno un debole legame con entrambe: uno strano miscuglio di progressisti liberali a cui non piace il nazionalismo, cattolici conservatori, famiglie miste e persone che appartengono a una minoranza etnica (questi ultimi due gruppi stanno aumentando di numero). La carta migliore dell’unionismo, a lungo termine, rimane il fatto che la permanenza nel Regno Unito permetterà all’Irlanda del Nord di vivacchiare rimanendo una regione un po’ speciale, con qualche crisi politica e una qualità della vita tutto sommato decente. In un contesto del genere alcuni elettori preferiranno sempre un male minore che conoscono, piuttosto che un rischio che metta a repentaglio il loro benessere. Anche tanti di loro che non provano alcuna connessione emotiva col Regno Unito».
L’Accordo del Venerdì Santo
Nella storia irlandese e britannica una data centrale è quella del 10 aprile del 1998, quando viene siglato l’Accordo del Venerdì Santo.
Il Good Friday Agreement stabilisce lo status e il sistema di governo dell’Irlanda del Nord nel Regno Unito, la relazione tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda e la relazione tra la Repubblica d’Irlanda e il Regno Unito, e mette anche fine di “troubles” quell’insieme di attentati e violenze che hanno provocato la morte di 3.600 persone (la maggior parte civili) nell’Irlanda del Nord.
Le due fazioni in campo erano gli unionisti (favorevoli al Regno Unito) e i repubblicani (favorevoli all’unificazione con l’Irlanda e all’indipendenza dal Regno Unito), inoltre la differenza sostanziale tra i due gruppi era anche di stampo religioso con gli unionisti (la maggioranza della popolazione) protestati e i repubblicani cattolici. I primi moti esplodono sul finire degli anni ‘60 e in pochi anni le azioni sono di guerra dato che entrambe le fazioni possono contare su formazioni militari (l’IRA per i repubblicani e l’UDA per gli unionisti). Fino agli anni ‘90, nonostante diversi tentativi di negoziati, gli attacchi sono all’ordine del giorno, e solo nel 1994 l’IRA dichiara il cessate il fuoco e accetta di cercare una soluzione al conflitto per via politica. Per anni vanno avanti, a intermittenza, i negoziati – e continuano anche le violenze tra le due parti – sotto la mediazione dell’ex senatore degli Stati Uniti George Mitchell che impone il termine dei negoziati: la mezzanotte del 9 aprile, la mattina del 7 aprile i negoziatori presentano una bozza che, però, gli unionisti rifiutano così il braccio di ferro continua e solo nel pomeriggio del 10 aprile viene annunciato il successo dei negoziati.

L’Accordo, confermato in Irlanda e Irlanda del Nord con due referendum e che entra in vigore nel dicembre del 1998, stabilisce il riconoscimento delle istanze repubblicane e unioniste, definendo i rapporti tra i partiti nordirlandesi. Secondo quanto stabilito la maggioranza dei cittadini nordirlandese desidera appartenere al Regno Unito e la maggioranza dei cittadini dell’Irlanda, invece, desidera una repubblica irlandese unita, per la prima volta viene accettato dal governo irlandese che l’Irlanda del Nord appartenesse al Regno Unito e il governo si impegna a modificare la Costituzione (dove si parla di unità dell’isola) mentre il governo britannico si impegna a cancellare l’atto del 1920 che conteneva pretese di sovranità su tutta l’Irlanda.
Con l’Accordo del Venerdì Santo, come anticipato, viene anche stabilito il sistema di divisione dei poteri nordirlandesi: nessun partito può avere la maggioranza assoluta e ogni decisione politica deve essere presa con il consenso delle due parti.
Cosa è il Sinn Féin
Sinn Féin (“noi stessi” in gaelico irlandese) è un partito politico di sinistra, di ispirazione socialista democratica e repubblicana, fondato nel 1905. Fin dalla sua nascita promuove la causa indipendentista, per anni è stato l’ala politica dell’Ira (l’Esercito Repubblicano Iralandese) e ha partecipato alla stesura dell’Accordo del Venerdì Santo. Dal 1982 i risultati elettorali di Sinn Féin registrano un incremento: 10% (1982); 15,5% (1996); 17,7% (1998); 23,5% (2003); 26,2% (2007), 26,3% (2011), 24,0% (2016), 27,9% (2017), fino al 29% dei voti delle elezioni del 2022 quando ha raggiunto il maggior numero di seggi in Parlamento (27 su 90).

Parola all’esperto
Abbiamo posto alcune domande sul tema a Eugenio F. Biagini, Professore di Storia Moderna e Contemporanea della Facoltà di Storia dell’Università di Cambridge esperto e autore di diversi volumi dedicati all’Irlanda.
Professore, qual è la portata storica della nomina della prima Prima Ministra a favore della riunificazione irlandese?
«La portata storica è più simbolica che altro. La First Minister (che non è lo stesso di Prime Minister, molto meno potere) rimane legata dalla realtà dell’Irlanda del Nord, che è profondamente divisa. Inoltre è un governo duale, con il DUP in posizione cruciale. Quello che conta in Irlanda del Nord è:
1) la possibilità di riconciliare le due comunità: dal Brexit ad oggi si sono fatti molti passi indietro;
2) la disponibilità a negoziare un futuro unitario, di cui non c’è traccia finora;
3) la situazione politica al sud».
Nel corso degli anni il partito Sinn Féin è mutato, ma l’ideale indipendentista permane, reputa plausibile che si arrivi a un referendum per l’unificazione in un tempo relativamente breve?
«Il problema del referendum è che non funziona su questioni complesse come questa. Avere il 51% dei voti e procedere a cambiamenti su quella base sarebbe disastroso. In ogni caso, quale sarebbe la domanda al referendum? Si parla già di domande a più voci, tipo: in caso di unificazione, vorrebbe la repubblica adottare il sistema sanitario nazionale dell’Irlanda del Nord? (costa molto di più di quello del sud); in caso di unificazione chi pagherebbe i sussidi all’economia del Nord?; in caso di unificazione come si riforma il governo del nord, che al momento dà impiego al 70% della manodopera? e così via, per non parlare di bandiera, inno nazionale, costituzione ecc…».
Ritiene sia possibile rivedere anche nella Brexit il motore di nuove spinte indipendentiste che potrebbero aver influenzato gli elettori? Quanto pesa invece il superamento dei cittadini cattolici su quelli protestanti, nell’Isola?
«Non credo che né l’una né l’altra offrano, per il momento, motivi di prevedere un cambio di opinione circa l’unificazione. Il dato saliente è la proporzione crescente di coloro che non si ritengono né britannici né irlandesi, ma nordirlandesi».
Secondo Lei quali sono le sfide odierne per la costruzione della nazione irlandese unita che il Paese si troverà a dover gestire?
«Il problema principale è che l’unificazione non offre soluzione a nessuno dei problemi concreti né al sud, né al nord. Questi hanno a che fare con l’immigrazione di massa (al sud soprattutto), la disuguaglianza sociale, la marginalizzazione dei “bianchi”, la difesa, il ruolo della chiesa nel losco affare del child abuse (questo è un problema sia al sud sia al nord), e il distacco tra partiti e governati (soprattutto il Sinn Féin, che finirà per non essere né carne né pesce, vale a dire né un vero partito di sinistra, né un partito della destra alla Fratelli d’Italia)».
di: Flavia DELL’ERTOLE
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