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    Home » Archivio Storico » 2024 » “Lavoro o bado ai figli?”
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    “Lavoro o bado ai figli?”

    Maria Lucia PanucciDi Maria Lucia PanucciMarzo 19, 2024
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    Il dilemma delle mamme moderne: per molte donne lavorare non conviene e quasi una su cinque smette dopo la nascita di un figlio

    «Io sono presidente del Consiglio, sono una donna che potrebbe essere considerata tra le più affermate in Italia ma se mi si chiedesse cosa scegliere tra la Presidenza del Consiglio e mia figlia Ginevra io non avrei dubbi, come qualsiasi altra madre. La maternità ti regala qualcosa che niente altro ti regala. Ma un traguardo non deve toglierti l’opportunità dell’altro». E invece, cara Meloni, è proprio quello che accade. Nel nostro Paese, in cui le donne sono mediamente il 40% del totale della popolazione occupata, la maternità continua a rappresentare la prima causa di fuoriuscita dal mercato del lavoro. I più recenti dati del Rapporto Plus 2022 Comprendere la complessità del lavoro, che raccoglie i risultati dell’indagine Inapp-Plus, condotta su un campione di 45.000 individui dai 18 ai 74 anni, evidenziano come dopo la nascita di un figlio quasi una donna su cinque (18%) tra i 18 e i 49 anni smette di lavorare. Motivazione prevalente è il far fronte a esigenze di conciliazione tra lavoro e cura (52%), seguita dal mancato rinnovo del contratto o licenziamento (29%) e da valutazioni di opportunità e convenienza economica (19%). Se a questo aggiungiamo i dati dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, emerge che, in presenza di figli da zero a tre anni, al 2022 le richieste di dimissione di neo-genitori ammontano a 61.391 e nel 72,8% dei casi – 44mila – richieste da donne. Tra queste, il 63,6% indica esplicitamente la difficoltà di gestire lavoro e cura dei figli, una motivazione data solo dal 7% degli uomini che decidono di lasciare.

    Eurostat ricorda che nelle famiglie in cui lavorano entrambi i genitori, le donne sono il reddito più debole (non superano il 40% del totale) e quindi nel momento in cui si pone la scelta di convenienza familiare, sono loro a sacrificare il lavoro. «Tra i vari fattori che spiegano questa differenza di reddito tra uomini e donne incide sia il fatto che le donne lavorano in settori mediamente meno remunerativi degli uomini e sia la grande incidenza del part time femminile (le donne sono oltre il 70% dei part timers) che con meno ore lavorate garantisce remunerazioni inferiori – ci spiega chiaramente Valentina Cardinali, responsabile struttura mercato del lavoro Inapp. – E quando parliamo di part time non consideriamo solo la riduzione di orario richiesta dalle lavoratrici per motivi personali (anche qui di conciliazione) ma anche la forma contrattuale offerta prevalentemente dalle aziende per motivi di riduzione del costo del lavoro, che viene a configurare il cosiddetto part time involontario. Inoltre, sempre in tema di conciliazione tra lavoro e cura, le madri sono per l’80% le persone che richiedono congedi parentali, pagati al 30% dello stipendio, e quindi, nel momento in cui si deve effettuare una scelta familiare di ricavare tempo per la cura e la casa ad essere sacrificato è inevitabilmente il reddito più basso. Tempo e soldi sono due chiavi di volta che operano a sfavore delle donne».

    Quando la maternità finisce si tratta di scegliere come andare avanti e come rientrare al lavoro. Il problema è che un nido costa in media 500 euro al mese, 700 in alcune città, come ad esempio Milano. E se una donna, che mediamente ha il reddito più basso del marito, guadagna 1.000/1.200 euro al mese, ecco che lavorare diventa poco conveniente. Ma non finisce qui perché spesso gli orari delle aziende sono diversi da quelli dei nidi e quindi bisogna pagare qualcuno per andare a prendere il bambino, portarlo a casa ed accudirlo per un po’. Anche questo richiede un esborso di denaro non indifferente, perché non sempre i nonni sono disponibili. Se a questo aggiungiamo il fatto che se la donna lavora il marito perde i contributi per il coniuge a carico (circa 700 euro l’anno) ed in più l’Isee della famiglia, grazie al lavoro della donna, sfora le soglie che permettono tutta una serie di agevolazioni fiscali, è chiaro che alla mamma conviene di più stare a casa a badare esclusivamente ai figli. «Il fatto che sia la donna a rinunciare piuttosto che l’uomo ha una matrice economica perché statisticamente gli uomini guadagnano più delle donne, ma anche una matrice culturale, in una società che ancora vede incarnati nell’uomo certi privilegi, quali il potere economico e l’immagine pubblica – sottolinea la psicoterapeuta Paola Pompei. – Molto importante è anche il ruolo sempre più marginale dei nonni che spesso lavorano essi stessi e non possono essere d’aiuto, come avveniva in passato. Le famiglie in cui è il padre ad occuparsi in esclusiva dei figli sono pochissime e quel modello è spesso stigmatizzato dal sentire comune, con espressioni sbagliate e fuorvianti come “il mammo”, un’alterazione di mamma, non semplicemente il padre, indicando come nell’accezione comune la cura dei figli debba essere un ruolo esclusivamente materno. Un esempio per tutti è stato l’atteggiamento dei più rispetto al marito di Samantha Cristoforetti che si è occupato dei figli durante i mesi in cui lei si trovava nello spazio: questo fatto ha destato più curiosità di tutti gli altri aspetti della vicenda».

    La storia di Loredana è l’emblema di quanto detto finora. «Ho solo 30 anni ma sento che la mia vita è stata un fallimento. Sognavo una famiglia unita come quella in cui sono cresciuta ed invece ho già un divorzio alle spalle. Mi sono sposata per amore nel 2014, mio marito mi aveva promesso che si sarebbe preso cura di me e dei nostri figli ed invece ci ha abbandonato. Ho scoperto che mi tradiva e ha fatto una figlia con un’altra donna. Abbiamo divorziato nel 2019 e nonostante le sentenze del giudice mi passa pochi alimenti e i bambini li vede meno di quanto dovrebbe. Mi sono messa a lavorare ma solo due giorni a settimana perché non so a chi lasciare i miei figli di 8 e tre anni. I miei genitori ancora non sono in pensione e mia suocera è troppo lontana. Le baby sitter costano troppo, da sola non ce la faccio».

    La situazione delle madri lavoratrici in Italia da decenni è alquanto preoccupante. Quali interventi occorrono per invertire la rotta? «La questione della cura è un valore sociale ed è anche un tema di “genitorialità condivisa” non solo di maternità – ci spiega ancora Cardinali. – Da tanti anni si afferma che bisogna passare dalle misure di conciliazione alle misure di condivisione, adottando politiche paritarie tra donne e uomini, ma ancora la strada sembra lunga. Se abbiamo un generoso congedo di maternità di cinque mesi, abbiamo un congedo di paternità che è faticosamente arrivato a 10 giorni. La sproporzione tra questi due istituti la dice lunga sul cosa si pensa della gestione della cura della prima infanzia. Quello che spesso si dimentica quando si parla di diritti, oltretutto, è il punto di vista del bambino, che la legge 151/00 in modo lungimirante ha evidenziato come obiettivo delle politiche familiari a partire dai congedi parentali, ossia il “supremo diritto del bambino a disporre della presenza e della cura di entrambi i genitori in modo paritario”. Quindi il primo step è smettere di adottare sul tema della cura misure a favore delle donne e passare alla logica della condivisione e del recupero del ruolo paritario del padre. Vi sono ad esempio diverse proposte di legge sul congedo di paternità paritario a quello di maternità, che sono importanti anche da un punto di vista culturale. Perché nel momento in cui il sistema, ad esempio, sancisce che madri e padri in occasione di un figlio si assenteranno per lo stesso periodo, le imprese non avranno più atteggiamenti discriminatori nei confronti delle assenze per cura o la discrezionalità di esprimere preferenze nelle assunzioni in favore dei candidati uomini che, in quanto tali, avrebbero assicurato maggiore presenza sul lavoro. Altro aspetto per azzerare le differenze di genere e puntare alla condivisione è l’eliminazione delle assenze con retribuzione parziale, perché sino a quando i permessi di cura avranno una decurtazione percentuale dello stipendio sarà sempre il reddito più basso ad essere sacrificato per convenienza familiare. Ultimo ma non ultimo il versante discriminatorio».

    La maternità è indubbiamente un dono, un’aspirazione per tutte quelle donne che si sentono veramente realizzate solo quando mettono al mondo i figli e si costruiscono la loro famiglia. Ma stare a casa a badare esclusivamente ai propri bambini deve essere una scelta non una decisione “forzata” in mancanza di alternative. Molte rinunciano alla maternità perché hanno paura che sia troppo faticoso gestire il lavoro e i figli e non vogliono trovarsi di fronte ad una scelta, senza contare che allevare un bambino oggi ha dei costi elevati che non tutti possono permettersi. Ecco allora spiegato perché in Italia la natalità è crollata con 393 mila nati, 7 mila in meno rispetto al 2021 (-1,7%) e ben 183 mila in meno (-31,8%) rispetto al 2008 (dati Istat 2022)*. Ma senza figli, lo sappiamo bene, non c’è futuro. Una donna ha il diritto di sentirsi realizzata nel privato e nel lavoro, se questo è ciò che vuole senza chiamarsi per forza Von der Leyen (ha 7 figli) o Metsola (quattro figli). Adesso è tempo di imprimere una svolta e si spera che sia Meloni a darla, essendo donna e mamma. Per un uomo al potere, forse, le priorità sono ben altre. 

    *I più recenti dati Istat sulla natalità relativi all’anno 2023 non danno segnali positivi: il tasso di natalità è sceso al 6,4 per mille (era 6,7 per mille nel 2022). La diminuzione delle nascite rispetto al 2022 è di 14mila unità (-3,6%) e di 197mila unità rispetto al 2008 (-34,2%). Il numero medio di figli per donna scende da 1,24 nel 2022 a 1,20 e si avvicina al minimo storico del 1995, 1,19.

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