La scarcerazione del capo della polizia giudiziaria libica accusato dalla Corte penale internazionale di crimini di guerra e contro l’umanità infiamma la politica italiana
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha pubblicato sui social un video in cui dichiara di essere indagata in merito alla liberazione e all’espulsione dal territorio italiano di Njeim Osama Elmasry, noto anche come Almasri, capo della polizia giudiziaria libica. Su Elmasry – arrestato il 19 gennaio a Torino – pende un mandato di arresto internazionale emesso dalla Corte penale internazionale: è accusato di diversi crimini di guerra e contro l’umanità, compresi omicidio, stupro, tortura.
La premier ha affermato che i reati ipotizzati sono favoreggiamento e peculato, e che sono indagati anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Nel video Meloni ha dichiarato di aver ricevuto un “avviso di garanzia” ma l’Associazione Nazionale Magistrati ha, poi, spiegato in una nota che quello ricevuto dalla premier e dai ministri non è un avviso di garanzia ma una comunicazione di iscrizione nel registro degli indagati, che è un atto dovuto della procura. «La procura di Roma non ha emesso, come è stato detto da più parti impropriamente, un avviso di garanzia nei confronti della presidente Meloni e dei ministri Nordio e Piantedosi – si legge nel comunicato dell’Anm – ma una comunicazione di iscrizione che è in sé un atto dovuto perché previsto dall’art. 6 comma 1 della legge costituzionale n. 1/89. La disposizione impone al procuratore della Repubblica, ricevuta la denuncia nei confronti di un ministro, ed omessa ogni indagine, di trasmettere, entro il termine di quindici giorni, gli atti al Tribunale dei ministri, dandone immediata comunicazione ai soggetti interessati affinché questi possano presentare memorie al collegio o chiedere di essere ascoltati. Si tratta, dunque, di un atto dovuto». Come spiegato da Pagella Politica, l’avviso di garanzia è lo strumento con cui una persona indagata “viene a conoscenza di un procedimento penale a suo carico nel momento in cui il pubblico ministero compie un atto di indagine al quale il difensore ha diritto di assistere”. La comunicazione di iscrizione nel registro degli indagati è “un’informativa che viene mandata come atto dovuto ai soggetti interessati da una notizia di reato”.
L’indagine della procura di Roma, guidata da Francesco Lo Voi, è scaturita da un esposto presentato dall’avvocato Luigi Li Gotti. «Io ho fatto una denuncia ipotizzando dei reati e ora come atto dovuto, non è certo un fatto anomalo – ha dichiarato Li Gotti all’Ansa – la Procura di Roma ha iscritto nel registro la premier e i ministri. Ora la Procura dovrà fare le sue valutazioni e decidere come proseguire, se individuare altre fattispecie o inviare tutto al tribunale dei Ministri». Ora, infatti, la palla passa proprio al tribunale dei Ministri, che dovrà decidere se archiviare le accuse o procedere con l’indagine.
Ma cosa è successo? Ripercorriamo le tappe salienti del caso fino a oggi.
Il caso: le tappe in breve
Domenica 19 gennaio 2025 Elmasry viene arrestato dalla DIGOS a Torino su mandato della Corte penale internazionale (Cpi) – emesso il 18 gennaio – che lo accusa di crimini di guerra e contro l’umanità commessi dal febbraio 2015 in particolare nella prigione di Mitiga, nella Capitale libica Tripoli. Tra questi vi sono omicidio, stupro, tortura, persecuzione e detenzione inumana, È accusato di aver commesso personalmente questi crimini, di averli ordinati o di esserne complice. La Cpi aveva aperto il fascicolo sull’uomo il 2 ottobre 2024, mentre il mandato di arresto è stato emesso il 18 gennaio 2025.
Elmasry, 47 anni, fa parte della RADA, le Forze speciali di deterrenza (chiamate anche Forze speciali per il contrasto al terrorismo e al crimine organizzato), una milizia libica creata per combattere il crimine organizzato e, poi, inglobata nel tentativo di arginare i flussi migratori. Nel 2016 Elmasry viene nominato responsabile della polizia giudiziaria nella prigione di Mitiga, nella Capitale libica Tripoli, nella quale, secondo alcune indagini indipendenti, tra cui un rapporto dell’ONU, avverrebbero sistematicamente violazioni dei diritti umani. Nel 2021 viene nominato capo della prigione di Mitiga e di altre carceri.
L’uomo è stato arrestato a Torino dalla DIGOS su segnalazione dell’Interpol, organizzazione internazionale per la cooperazione della polizia. Elmasry si trovava nel Capoluogo torinese insieme ad altri tre uomini per assistere alla partita tra Juventus e Milan. Era arrivato nella città dopo essere stato in altri Paesi europei, tra cui la Germania. L’uomo viene portato nella casa circondariale Lorusso-Cutugno. Martedì 21 gennaio il capo della polizia giudiziaria libica viene scarcerato e riportato in Libia con un Falcon 900, un aereo dell’aeronautica italiana, partito dall’aeroporto torinese di Caselle e atterrato a Tripoli. Inizialmente non è chiaro il motivo della scarcerazione e dell’espulsione dal suolo italiano.
Poco dopo interviene la Cpi con una nota in cui chiede chiarimenti all’Italia. «Il 21 gennaio 2025, senza preavviso o consultazione con la Corte – si legge nella nota della Corte – il signor Osama Almasri Njeem sarebbe stato rilasciato dalla custodia e riportato in Libia. La Corte sta cercando, e deve ancora ottenere, una verifica dalle autorità sui passi presumibilmente intrapresi. La Corte ricorda il dovere di tutti gli Stati Parte di cooperare pienamente con la Corte nelle sue indagini e nei procedimenti penali per crimini».
La Corte d’Appello di Roma ha ritenuto “irrituale” l’arresto di Elmasry “perché non previsto dalla legge” e non ha convalidato l’arresto.Alla base di questa decisionec’è un vizio di forma procedurale. Secondo la legge 237 del 2012, con cui l’Italia si adegua allo statuto istitutivo della Corte penale internazionale, deve essere il ministro della Giustizia a dare “corso alle richieste formulate dalla Corte” all’esecutivo italiano, cioè deve essere il Guardasigilliad autorizzare le forze dell’ordine a procedere dopo aver ricevuto il mandato di arresto. La Corte d’Appello di Roma e lo stesso ministro della Giustizia Carlo Nordio hanno, però, affermato che il mandato è arrivato quando Elmasry era già stato arrestato, per questo motivo i giudici della Corte d’Appello non hanno convalidato l’arresto.

Il 22 gennaio in un comunicato la Cpi ha affermato di aver rispettato le consuete procedure per comunicare con le autorità italiane, così come quelle degli altri cinque Stati europei avvisati del caso, e che la richiesta di arresto “è stata trasmessa attraverso i canali designati da ogni Stato ed è stata preceduta da consultazioni e coordinamenti preventivi con ogni Stato per assicurare l’adeguato recepimento e la conseguente attuazione della richiesta della Corte”.
Il governo italiano non si è espresso immediatamente sulla vicenda. E subito è scoppiata la bufera, con le opposizioni che hanno chiesto delucidazioni in merito e hanno accusato il governo di aver compromesso la credibilità internazionale dell’Italia e di aver rimpatriato un uomo accusato di crimini di guerra.
Poi, il 23 gennaio durante il question time al Senato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha affermato che Elmasry è stato espulso per “motivi di sicurezza dello Stato”, in quanto presentava “un profilo di pericolosità sociale, come emerge dal mandato di arresto della Cpi”. Il ministro ha dichiarato che il 21 gennaio “la Corte d’Appello di Roma, nell’ambito delle prerogative di vaglio dei provvedimenti di limitazione della libertà personale, ha dichiarato il non luogo a provvedere sull’arresto del cittadino libico, valutato come irrituale in quanto non previsto dalla legge, disponendone l’immediata scarcerazione se non detenuto per altra causa”. «A seguito della mancata convalida dell’arresto da parte della Corte d’appello di Roma – ha aggiunto Piantedosi – considerato che il cittadino libico era ‘a piede libero’ in Italia e presentava un profilo di pericolosità sociale, come emerge dal mandato di arresto emesso in data 18 gennaio dalla Corte Penale Internazionale , ho adottato un provvedimento di espulsione per motivi di sicurezza dello Stato».
Dopo la notizia dell’indagine, è stata rinviata l’informativa che Piantedosi e Nordio avrebbero dovuto tenere alla Camera e al Senato. Il rinvio ha scatenato le proteste delle opposizioni, che hanno chiesto che a riferire in Aula sia la stessa Meloni. Il 31 gennaio è arrivata la notizia che martedì 28 gennaio la premier ha incontrato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per informarlo di aver ricevuto la comunicazione di iscrizione nel registro degli indagati.
Un caso, questo, che alimentato il dibattito sul rapporto tra governo e magistratura. Durante il suo intervento a La ripartenza, liberi di pensare di Nicola Porro, Meloni, allargando al questione, ha affermato che “alcuni giudici vogliono decidere le politiche ambientali, industriali, dell’immigrazione, su come riformare la giustizia e spendere le risorse” Ha, inoltre, dichiarato che la sua iscrizione nel registro degli indagati è stato un “atto voluto” e non dovuto, come ha spiegato la magistratura. La vicepresidente dell’Anm Alessandra Maddalena ha dichiarato che “le aggressioni sono piuttosto manifestazioni di insofferenza nei confronti dei poteri di controllo della magistratura. Noi non remiamo né a favore, né contro il governo. Non è questo che ci viene chiesto dalla Costituzione. Semplicemente applichiamo al legge nei limiti in cui la Costituzione ci impone di farlo”.
Le opposizioni sono intervenute anche su questo tema. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha dichiarato: «È evidente che Meloni alzi lo scontro coi giudici per non parlare del merito della questione: la scelta politica di riportare a casa un torturatore libico». «Giorgia Meloni dovrebbe riferire al Paese nelle sedi istituzionali e non ai propri follower» ha aggiunto la leader dem.
di: Francesca LASI
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