La storia di Hong Kong è costellata di proteste, ma la politica della Cina non intende concedere democrazia alla Regione Amministrativa Speciale
Yu Wai-pan e altri due militanti, a quasi cinque anni dalle grandi proteste del 2019, sono tornati a manifestare a Hong Kong, precisamente davanti al quartier generale dell’Esecutivo. Sono evidentemente ben lontani i tempi delle folle oceaniche che nelle strade della Regione Amministrativa Speciale cinese chiedevano a gran voce democrazia.
Secondo quanto riporta Agi l’attivista della Lega dei socialdemocratici (LSD) Yu Wai-pan contraddice il ministro della Giustizia Paul Lam – impegnato a difendere la nuova legge sulla sicurezza nazionale dopo quella nata proprio a seguito delle proteste del 2019 – che sostiene di non aver ricevuto obiezioni durante il mese di consultazioni pubbliche. Secondo l’attivista di uno degli ultimi gruppi di opposizione “molte persone di Hong Kong sono molto preoccupate”, l’attivista Chan Po-ying ha aggiunto che “la sicurezza nazionale è importante per il popolo, ma deve basarsi sulla democrazia, sulla libertà e sullo stato di diritto”.
Hong Kong, una storia di proteste
La storia dell’ex colonia britannica è costellata di proteste, quelle del 2019 sono solo le ultime in ordine di tempo e sono nate per contestare un emendamento (poi ritirato) alla legge sulle estradizioni trasformandosi in breve in una sommossa contro l’ingerenza cinese.

Già nel 2014 per quasi tre mesi la popolazione si riversò in strada per alzare la voce contro l’ingerenza della Cina continentale a causa della decisione del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo di Pechino di riformare il sistema elettorale di Hong Kong, la proposta (che non venne adottata) fu ritenuta estremamente restrittiva dai cittadini della Regione dato che avrebbe comportato una sorta di “preselezione” dei candidati politici di Hong Kong da parte del Partito Comunista Cinese. I moti presero il nome di rivoluzione degli ombrelli perché i manifestanti portavano ombrelli gialli in piazza per difendersi dai lacrimogeni lanciati dalla polizia, leader della protesta furono i professori universitari Benny Tai e Chan Kin-man insieme al reverendo cristiano Chu Yiu-ming. Il movimento di protesta si concluse con un fallimento, senza ottenere concessioni dal governo, solo la metà dei seggi nel Consiglio legislativo rimane eletto direttamente, e il capo dell’esecutivo di Hong Kong continua a essere votato dal Comitato elettorale.
Quattro anni e mezzo più tardi si torna a protestare. L’intenzione di modificare la legge nasce a seguito di un fatto di cronaca: durante una vacanza a Taiwan avvenne l’uccisione di Poon Hiu-ala da parte del suo fidanzato Chan Tong-kai, dato che tra Hong Kong e Taiwan non esiste un trattato di estradizione (il governo cinese non riconosce la sovranità taiwanese) il governo di Hong Kong decide di proporre un emendamento alla legge sui latitanti e alla mutua assistenza giudiziaria nella legge sulle materie penali, con l’obiettivo di istituire un meccanismo per il trasferimento in caso di fuggitivi, su ordine del capo dell’esecutivo, a qualsiasi giurisdizione in cui la città non dispone di un trattato formale di estradizione.
Tra queste giurisdizioni compare anche la Cina continentale ed è questo motivo di sgomento da parte della popolazione che teme la compromissione del sistema degli accordi della politica “un Paese, due sistemi” che vige tra Hong Kong e Cina, dato che la nuova legge avrebbe sottoposto i residenti di Hong Kong sotto la giurisdizione dei tribunali controllati dal Partito Comunista Cinese. A preoccupare i cittadini di Hong Kong è soprattutto il fatto che le richieste di estradizione verso la Cina continentale avrebbero potuto dare adito a violazioni dei diritti umani e che avrebbero potuto potuto essere usate come pretesto per raggiungere i dissidenti politici fuggiti a Hong Kong dal territorio cinese.
La prima protesta avviene il 15 marzo, si tratta di un sit-in organizzato da Demosistō al Complesso del governo centrale, il 31 marzo alla seconda manifestazione organizzata partecipano 12mila persone, meno di un mese dopo, il 28 aprile, alle proteste prendono parte 23mila persone secondo la polizia, mentre per gli organizzatori il numero è di 130mila. A giugno le manifestazioni si ampliano, a scendere in strada sono secondo la polizia 240mila, mentre per gli organizzatori di sarebbe superato il milione di partecipanti, il 12 giugno – quando il governo tenta di presentare il disegno di legge per la sua seconda lettura – le proteste fuori dal quartier generale del governo si trasformano in violenti scontri. Fin da subito manifestanti, stampa e personale medico denunciano la violenta repressione operata dalla polizia e la responsabilità della brutalità degli agenti diventa una delle richieste dei manifestanti nelle manifestazioni successive, il 16 giugno scendono per questo in strada quasi due milioni di persone secondo gli organizzatori (circa 338mila per la polizia).

In questo clima si arriva al primo luglio, giorno delle celebrazioni del 22esimo anniversario dell’indipendenza britannica di Hong Kong, mentre centinaia di giovani protestano prendendo d’assalto il Consiglio legislativo e distruggendo i simboli associati alla Repubblica popolare cinese, 550mila persone (190mila secondo la polizia) tornano a manifestare chiedendo maggiori diritti civili. Il 9 luglio la governatrice Carrie Lam annuncia che il disegno di legge sull’estradizione è “morto”, definendo gli sforzi per modificare la legge “un fallimento totale”, senza però assicurare che il disegno di legge fosse ritirato o che le altre richieste dei manifestanti sarebbero prese in considerazione, per questo le manifestazioni non si fermano e gli scontri tra polizia, attivisti pro-governativi, pro-Pechino e residenti locali si fanno sempre più duri. Intanto chi scende in piazza chiede, oltre all’abolizione della legge sull’estradizione, anche le dimissioni di Carrie Lam; l’avvio di un’inchiesta sull’uso della violenza da parte della polizia; il rilascio dei manifestanti arrestati e la garanzia che maggiori libertà democratiche avrebbero continuato ad essere garantite alla città.
A novembre le elezioni del Consiglio distrettuale (si tratta però di organi locali senza veri poteri) registrano una vittoria senza eguali dei partiti pro democrazia, ma con la pandemia di Covid-19 del 2020 il movimento subisce una brusca frenata e i cittadini di Hong Kong tornano a protestare a maggio, quando Pechino decide di promulgare una legge sulla “sicurezza nazionale” per Hong Kong, percepita come una minaccia alle libertà politiche sancite dalla Legge fondamentale di Hong Kong.
Dopo il fallimento delle proteste, Hong Kong non è più stata la stessa. La città ,considerata una delle più libere dell’Asia, cade sotto un autoritarismo molto pesante, stupendo gli analisti per la rapidità e la durezza con cui è stato imposto. Durante le manifestazioni del 2019 sono morte due persone, mentre gli arresti sono stati almeno 9mila.

La parola all’esperta
Abbiamo posto alcune domande sulla situazione di Hong Kong alla Dottoressa Daniela Licandro, Ricercatrice a tempo determinato (Lettera A) del Dipartimento di Lingue, Letterature, Culture e Mediazioni dell’Università degli Studi di Milano Statale.
È di questi giorni la notizia delle proteste portate avanti dall’attivista della Lega dei socialdemocratici Yu Wai-pan e altri militanti, nei cinque anni trascorsi dalle grandi manifestazioni pro-democrazia, com’è cambiato il Paese?
«Parto dalla premessa che non sono una politologa né una specialista di Hong Kong. Mi occupo di letteratura cinese (Cina continentale) e di studi di genere. Detto questo, la situazione a Hong Kong è indubbiamente cambiata negli ultimi anni. L’implementazione della legge sulla sicurezza nazionale nel 2020 ha riconfigurato i rapporti tra la popolazione e le autorità, riducendo libertà e diritti. Gli arresti sono incessanti, molti attivisti si sono trovati costretti a lasciare il paese, la libertà di espressione (persino all’interno delle università, che fino a poco tempo fa erano baluardi del pensiero critico) è sensibilmente limitata. Il processo giudiziario che si è concluso nel dicembre 2023 e che ha condannato molti attivisti del movimento del 2019 sulla base dei principi elaborati dalla legge sulla sicurezza nazionale getta luce non solo sui rischi in cui attivisti e militanti incorrono, ma anche sulle ambiguità inerenti alla stessa legge sulla sicurezza, che ha espresso in un linguaggio vago i concetti di secessione, sovversione, terrorismo e collusione con le forze straniere. La difficoltà di sapere quale gesto o comportamento rientri nelle attività criminalizzate dalla legge sulla sicurezza nazionale ha contribuito a creare un clima di paura, conferendo al contempo maggiore potere e autorità al governo locale. Eppure, né la legge sulla sicurezza né le proteste del 2019 scatenate dalla proposta di legge sull’estradizione dovrebbero essere considerati eventi isolati. È necessario situarli in una traiettoria storica più estesa che include aspettative inattese, delusioni e frustrazioni che hanno spinto diversi gruppi a manifestare già nel 2014 contro le proposte di revisione della legge elettorale. Nel 1997, Hong Kong è stata restituita alla Cina con specifiche disposizioni che conferivano a Hong Kong lo stato di Regione Amministrativa Speciale (SAR) e stabilivano una nuova struttura amministrativa sintetizzata dalla formula “un paese, due sistemi”. La “Legge Fondamentale” (Basic Law) prevedeva il progressivo avanzamento di Hong Kong verso un livello più elevato di democrazia e l’affermazione del suffragio universale nelle elezioni del governo locale. Tuttavia, tali promesse non sono mai state realmente mantenute e la relazione tra la Cina continentale e Hong Kong è diventata sempre più tesa. La “Decisione del 31 agosto” (2014) di modificare la legge elettorale, tradendo la promessa del suffragio universale, suscitò l’indignazione dei cittadini di Hong Kong, generando il movimento degli “ombrelli”. Le proteste del 2014 e quelle del 2019 hanno caratteristiche diverse, anche dal punto di vista delle strategie adottate. Tuttavia, credo che sia importante collocare gli eventi degli ultimi anni in un contesto storico più ampio per meglio cogliere causalità e continuità.
Sebbene le proteste siano ormai diventate illegali, così come illegali sono quegli slogan che le hanno contraddistinte, non sono sorpresa dai tentativi più recenti di manifestare contro il governo, anche se su scala decisamente inferiore. Nonostante il clima di paura e il diffuso senso di scoraggiamento, gli “Hongkongers” sono ancora capaci di credere nel cambiamento o almeno nell’idea che la situazione attuale non debba essere quella definitiva. I movimenti degli anni passati hanno creato nuove forme di solidarietà che hanno riconfigurato l’identità stessa degli “Hongkongers” su base politica piuttosto che esclusivamente etnica o sociale—anche se la partecipazione politica e l’attivismo pro-democratico abbiano assunto una dimensione intersezionale e si siano sovrapposti a battaglie definite da politiche identitarie. Nonostante le limitazioni e le paure, l’attivismo non è del tutto scomparso. Piuttosto, si è trasformato. Come direbbero l’antropologa Laura Meek e l’attivista Bai Hua (“Fugitive Hong Kong”, 2023), è divenuto “fugitive” (fuggitivo). Spinto nelle “crepe” (“cracks”) da un contesto sempre più autoritario, l’attivismo fuggitivo non si basa sul raggiungimento di una realtà diversa, ma crea le condizioni perché “un altrimenti” (“an otherwise”) possa emergere. Questo attivismo è integrato nella realtà quotidiana; si manifesta in atti apparentemente triviali di protesta che tuttavia rivelano non solo la sua resilienza ma anche la sua capacità di rivalutare il concetto stesso di “raggiungimento” come elemento insidioso dell’ordine moderno (Meek and Bai 2023, 745). È così che appaiano nelle bakeries pro-democratiche cupcakes decorate con gli slogan messi al bando, o foglietti appesi ai muri che, pur non presentando alcuna scritta, hanno una forte valenza simbolica: rappresentano un’assenza che punta a quell’ “altrimenti” in cui gli Hongkongers continuano a credere».
A quale destino va incontro, secondo Lei, Hong Kong? Vi sono, a suo avviso, possibilità di raggiungere un’autonomia dalla Cina?
«Questa è una domanda a cui è veramente difficile dare una risposta. Oggi sembrano non esserci i presupposti per il raggiungimento di un’autonomia dalla Cina. Forse, la dicotomia assoggettamento/autonomia non è utile per comprendere le peculiarità della situazione di Hong Kong e immaginare il suo futuro prossimo. Mi chiedo piuttosto se esista una formula alternativa che non sia strutturata su binomi riduttivi».
La prospettiva cinese
Le manifestazioni di Hong Kong arrivano in un momento storico particolare per la Cina, il 2019 è infatti un anno particolare: mentre Pechino è impegnata in una guerra commerciale con gli Stati Uniti di Donald Trump, si trova anche a gestire l’anniversario dei 30 anni dalle proteste in piazza Tienanmen. Come ricorda la giornalista Ilaria Maria Sala nel 1989 Hong Kong scese in piazza per sostenere le proteste di piazza Tiananmen e a seguito di queste manifestazioni la Cina introdusse l’articolo 23 della Costituzione che prevede che Hong Kong “da sola varerà leggi che proibiscano qualsiasi atto di tradimento, secessione, sedizione, sovversione contro il governo centrale del popolo o il furto di segreti di stato, e che impediscano a organizzazioni o organi politici stranieri di condurre attività politiche nella regione, e a organizzazioni o organi politici della regione di stabilire legami con organizzazioni o organi politici stranieri”. Secondo Sala “Pechino si era resa conto allora che quella che riteneva poco più di una piazza finanziaria poteva invece rappresentare più problemi del previsto dal punto di vista politico. Così fece inserire l’articolo 23, che chiedeva a Hong Kong di dotarsi di nuove leggi per garantire la sicurezza, anche se ne aveva già varie di eredità coloniale. Questo per essere certi che, una volta ripreso il controllo della città nel 1997, dopo un secolo e mezzo di sovranità coloniale britannica, Pechino non avrebbe avuto di che preoccuparsi”.

Nella storia di Hong Kong infatti una data fondamentale è il 1997, nel 1984 il governo britannico di Margaret Thatcher firma un protocollo d’intesa per la restituzione della città allo scadere dei 99 anni dalla cessione dei “New Territories” (ovvero i territori ceduti come bottino di guerra all’Impero britannico a seguito delle Guerre dell’Oppio) così l’1 luglio 1997 in una sfarzosa cerimonia alla presenza dell’allora principe Carlo e del primo ministro Tony Blair insieme al presidente cinese Jiang Zemin l’ultima colonia britannica vede la sua cessione alla Cina. La Cina, da par sua, assicurava che avrebbe mantenuto per 50 anni le libertà di Hong Kong, promettendo anche di espanderle – concedendo ai cittadini di eleggere i propri rappresentanti a suffragio universale (cosa che il Regno Unito non fece mai) – l’insieme di decisioni prese il nome di “un Paese, due sistemi”, proprio a voler sottolineare come Cina e Hong Kong seppur riunite avrebbero avuto due regimi diversi. Per circa 15 anni la Cina mantenne le promesse e Hong Kong divenne la porta al mercato occidentale, potendo inoltre godere di stampa libera, un sistema giudiziario indipendente, piena libertà d’espressione e di protesta, internet ed editoria non censurati.
Tutto cambia a partire dal 2013, con l’inizio della presidenza cinese di Xi Jinping. Con l’introduzione di un governo più nazionalista e autoritario gradualmente la Cina inizia a revocare alcune libertà a Hong Kong. Dopo le proteste del 2014 e, soprattutto, del 2019 la repressione si fa sempre più dura. Con la legge sulla sicurezza nazionale alle autorità viene dato un margine molto ampio per accusare chiunque si opponga o critichi il regime di “sedizione, sovversione e secessione”. Allo scadere dei 50 anni, nel 2047, Hong Kong cesserà dunque di avere standard politici, economici e istituzionali diversi e più autonomi rispetto al resto della Cina e la Cina di Xi Jinping ha dimostrato ben presto l’intenzione di erodere, anche se in modo quasi impercettibile, il grado di autonomia di Hong Kong.
Hong Kong, un futuro economico sempre più cinese
Per decenni, Hong Kong ha goduto di una posizione privilegiata, da fulcro di un capitalismo senza freni, appollaiato ai margini della più grande economia socialista (in transizione) del mondo. La città è stato il luogo in cui una generazione di banchieri d’investimento, gestori di fondi e banchieri privati andò a fare fortuna, contribuendo alla fulminea ascesa della Cina. Era il luogo in cui le blue chip cinesi andavano a quotare le loro azioni, dove i magnati asiatici sperperavano la loro ricchezza, un parco giochi sibaritico fatto di negozi e ristoranti. Vivere lì permetteva di immergersi nell’inebriante mix tra il flusso libero dei capitali e i petegolezzi sul gigante oltre confine, godendo di tutti i comfort e le libertà di un centro finanziario internazionale.
Fino al 2019, Hong Kong era la borsa valori più quotata al mondo per le IPO (cioè le offerte al pubblico dei titoli di una società che intende quotarsi per la prima volta su un mercato regolamentato), titolo che ha mantenuto per sette anni. Ma nel 2023, secondo Refinitiv, è scesa all’ottavo posto , rimanendo indietro rispetto a entrambe le borse indiane e arrivando appena davanti alla relativamente arretrata Abu Dhabi. Ancora più preoccupante è il fatto che la capitalizzazione di mercato totale delle azioni quotate a Hong Kong, che ospita giganti della tecnologia come Tencent e le maggiori banche e società di consumo cinesi, è scesa al quarto posto, sotto quella dell’India. Solo pochi anni fa questo sarebbe stato impensabile.

La mancanza di accordi tra Usa e Cina è stata capitale per i banchieri d’investimento di Hong Kong, una volta tra i più ricompensati al mondo. Goldman Sachs e Morgan Stanley hanno annunciato diversi tagli al personale nel corso del 2023, mentre sia UBS sia JP Morgan hanno ridimensionato i loro ranghi. Oltre al mercato anemico delle IPO, i volumi di fusioni e acquisizioni in Cina sono scesi ai minimi di nove anni a causa dell’impennata dei tassi di interesse e del governo che ha scoraggiato le acquisizioni estere. Le banche internazionali ora devono lottare duramente per conquistare spazi commerciali contro le banche di investimento cinesi nazionali come CITIC e CICC, che possono sfruttare le profonde connessioni a Pechino per ottenere mandati.
Anche il mondo più stabile della gestione patrimoniale ha registrato un calo delle attività gestite lo scorso anno, alimentato dal calo dei valori azionari e dalla concorrenza aggressiva di Singapore. Con le tensioni geopolitiche in lenta ebollizione, i ricchi cinesi hanno sempre più adottato una strategia di “multi-shoring” per distribuire i loro beni in diverse giurisdizioni a bassa tassazione piuttosto che mettere tutte le loro uova d’oro nel paniere di Hong Kong.
Sin dal passaggio di consegne agli inglesi nel 1997, questa città di 7,5 milioni di abitanti ha goduto dello status di Regione amministrativa speciale (SAR) della Cina. Sotto il regime “un paese, due sistemi”, Hong Kong ha continuato a preservare una combinazione unica di tasse basse, leggi trasparenti e stampa libera. È stato facile sia per gli stranieri che per la gente del posto convincersi che Hong Kong fosse una versione bollente della City di Londra, più piccante di Zurigo, tra neon e dim-sum. Mentre la Repubblica Popolare Cinese diventava una potenza manifatturiera mondiale, Hong Kong forniva un portale sofisticato e ben regolamentato dove gli investitori globali potevano scommettere sui campioni aziendali emergenti della Cina, al riparo dai capricci del Partito.
Oggi la SAR, non sembra così speciale. La maggior parte delle azioni IPO cinesi si sono spostate oltre la baia, a Shenzhen e fino a Shanghai, poiché le borse nazionali di azioni A cinesi si sono classificate al primo posto per i proventi IPO nel 2022 e nel 2023. Gli investitori stranieri e le banche multinazionali sono sostanzialmente esclusi da queste operazioni, per favorire le imprese dei settori che il governo centrale ha individuato come strategici.
Le istituzioni globali hanno, almeno per il momento, perso l’appetito per le azioni e le obbligazioni cinesi, spaventate dalle insolvenze nel settore immobiliare, dalle turbolenze nella regolamentazione del settore tecnologico e dalla crescente difficoltà di reperire dati sulle società, in un momento in cui la sicurezza ha assunto più importanza. Gli investitori stranieri hanno venduto il 90% delle azioni cinesi acquisite all’inizio del 2023 e hanno continuato ad alleggerire la loro esposizione nel 2024.
Di fronte a questa serie di sfide, i leader aziendali di Hong Kong hanno risposto lanciando una campagna “Hello Hong Kong” per riattirare i capi della finanza e i turisti. I funzionari della città hanno assicurato che Hong Kong manterrà l’imposta zero sulle plusvalenze e la valuta convertibile in dollari “con ogni probabilità”.

Hong Kong avrà, quindi, un futuro vitale, ma sempre più strettamente integrato con la Cina continentale. Le sue scintillanti torri di uffici saranno probabilmente sempre più piene di filiali di istituti finanziari cinesi. Sebbene le richieste di residenza da parte di professionisti stranieri siano diminuite, sono state sostituite da candidati provenienti dalla Cina continentale desiderosi di tentare la fortuna.
La città dispone di enormi riserve di talenti professionali in grado di cavalcare la realtà imprenditoriale cinese e le aspettative globali. Secondo Drew Bernstein, esperto di mercati asiatici, «la ragione principale per credere che Hong Kong continuerà a prosperare è che si tratta semplicemente di una risorsa troppo preziosa perché la Cina possa trascurarla. Hong Kong funge da laboratorio in cui la Cina può sperimentare l’apertura della propria infrastruttura finanziaria al mondo esterno – dall’Hong Kong Stock Connect che fornisce l’accesso ai mercati azionari nazionali agli sforzi per rendere il RMB digitale una valuta di riserva internazionale».
Mentre le società più legate alla sicurezza continueranno a quotare le loro azioni a Shanghai o Shenzhen, Hong Kong continuerà ad attirare le società cinesi che cercano di impegnarsi con i mercati globali, accedere a finanziamenti convertibili in dollari e attirare talenti internazionali. Per citare il “premier” di Hong Kong, John Lee Ka-chiu, la città si sforza di essere un “super connettore” e un “super valore aggiunto” per le aziende nazionali che cercano di diventare globali.
Da finestra del mondo esterno sulla Cina, la nuova Hong Kong sta diventando la finestra della Cina sul mondo.
di: Flavia DELL’ERTOLE e Giulia GUIDI (Un futuro economico sempre più cinese)
FOTO: ANSA/EPA/FAZRY ISMAIL