La prima premier donna italiana dalla Garbatella arriva a Palazzo Chigi, tra timori europei e dibattiti sul femminismo

È il 1992, in via d’Amelio la violenza inaudita di una bomba distrugge il simbolo della lotta alla mafia aprendo una ferita profonda e insanabile in tutta Italia. A più di 900 chilometri di distanza una giovane donna decide di impegnarsi in politica proprio sulla spinta emozionale di quanto successo in Sicilia. Meno di 30 anni dopo vince le elezioni e si insedia a Palazzo Chigi. In Italia è il primo governo guidato da una donna ed è il più a destra dai tempi di Benito Mussolini.

La storia di Giorgia Meloni inizia così, alla metà degli anni ‘90, nella borgata romana. La strada che la porta dalle sezioni giovanili dei partiti di destra alla guida del Paese è percorsa velocemente e Meloni rivendica la sua storia con orgoglio e appartenenza, come dimostrano i discorsi tenuti alla Camera e al Senato prima di ottenere la fiducia.

Tra i momenti in cui Giorgia Meloni spicca e si fa notare va annoverato il primo discorso pubblico tenuto in veste di coordinatrice di Azione Giovani a Bologna nel 2002 durante il congresso di Alleanza Nazionale, partito nato nel 1995 prendendo il posto del Movimento Sociale Italiano e guidato da Gianfranco Fini. La sconosciuta coordinatrice sale sul palco chiedendo al governo Berlusconila soluzione del disagio giovanile, sulla mancanza di luoghi di aggregazione, sulla partecipazione degli studenti alla vita delle scuole e delle università, sulle droghe e sui problemi legati alle devianze giovanili, sulla tutela al diritto alla vita”. Le “devianze” diventeranno un vero e proprio cavallo di battaglia di Meloni che le ripropone 20 anni dopo quando nel calderone della campagna elettorale sotto il cappello delle “devianze” finisce tutto: “droga, tabagismo, ludopatia, autolesionismo, obesità, anoressia, bullismo, baby gang, hikikomori”. Ancora nel suo discorso alla Camera la premier decide di portare avanti la narrazione delle “devianze” che in questa occasione divengono “crescente emergenza” composta da “droga, alcolismo, criminalità”; durante il discorso programmatico Meloni non spiega come affrontare il problema se non ponendo l’unico punto fermo nell’opposizione alla “cannabis libera”.

Passano quattro anni dal discorso a Bologna e il nome di Giorgia Meloni torna agli onori della cronaca venendo eletta per la prima volta alla Camera dei deputati e ricoprendo il ruolo di vicepresidente della Camera (a 29 anni), nel 2008 diviene ministra della Gioventù nel Governo Berlusconi IV. Nel 2009 Alleanza Nazionale confluisce nel Popolo della Libertà quando dopo un anno i due leader si scontrano, Meloni sceglie di non seguire Fini e rimane a fianco del Cavaliere. Passano due anni e Meloni,con Crosetto e La Russa, decide di fondare un nuovo soggetto politico e abbandonare Berlusconi (che dopo aver promesso le primarie per scegliere il candidato alla presidenza del Consiglio alle elezioni del 2013 decide che non avranno luogo).

Dal 2012, dunque, Giorgia Meloni guida il suo soggetto politico Fratelli d’Italia. Tornando agli esordi compaiono alcuni nomi che saranno sempre a fianco della leader: quando nel 2004 Meloni è candidata alla carica di presidente di Azione Giovani, a sostenerla ci sono Ignazio Benito Maria La Russa e Maurizio Gasparri (che aderirà poi a Forza Italia), ma anche Fabio Rampelli (attuale braccio destro della leader). Tra i nomi impegnati nelle elezioni di Viterbo del 2004 spicca quello di Adolfo Urso (presidente del Copasir durante l’Esecutivo di Draghi), ma anche quello dello sconfitto che diventerà poi un fervente sostenitore di Giorgia Meloni, Carlo Fidanza, quel Fidanza che nel 2021 finisce al centro del servizio di Fanpage e che si prodiga in spiegazioni su come acquisire soldi in nero per il partito, saluti romani e battute a sfondo antisemita.

Durante gli anni, poi, si affiancano figure su cui la leader fa sempre maggior affidamento come Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, e Giovanbattista Fazzolari, responsabile del programma di FdI. Fondamentale per la leader anche il cognato, Francesco Lollobrigida, capogruppo alla Camera di FdI.

Molti dei fedelissimi di Giorgia Meloni hanno trovato spazio nel suo Esecutivo. Una scelta di per sé politica con l’intenzione non dichiarata, ma manifesta, di non cercare profili non divisivi, come dimostrato dalle nomine delle più alte cariche dello Stato. A sedere alla presidenza del Senato è stato infatti posto La Russa, mentre la presidenza della Camera è andata al leghista ultracattolico Lorenzo Fontana. La squadra di governo vede Adolfo Urso al ministero dello Sviluppo Economico e Francesco Lollobrigida a quello delle Politiche agricole alimentari e forestali. Al ministero della Difesa si è invece insediato Guido Crosetto (al centro anche di una polemica sul conflitto d’interessi a causa del suo ruolo come consulente nel settore della difesa) e al Turismo Daniela Santanché, che nel 2017 dopo anni passati a fianco del Cavaliere approda in Fratelli d’Italia; anche per lei si è parlato di conflitti d’interessi per il lavoro come imprenditrice (suo è lo stabilimento Twiga di Forte dei Marmi).

Una tra le nomine più discusse non appartiene ai fedelissimi di Meloni, ma è la ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella. Si tratta una ex militante radicale che ha combattuto per il diritto delle donne all’aborto (il padre della ministra fu uno storico dirigente del Partito). Dopo un allontanamento dalla politica, torna in campo come editorialista di Avvenire e biografa di Silvio Berlusconi, dal 2008 rientra anche nella scena politica. Da quel momento combatte contro la “terrorizzante” pillola RU486 e sostiene convintamente che l’omotransfobia “non è un’emergenza”. Nel 2011, poche ore prima della fine del Governo Berlusconi,riesce a emanare nuove linee guida per la legge 40/04, che norma la procreazione medicalmente assistita, imponendo nuovamente il divieto di diagnosi preimpianto sull’embrione (eliminato dalla ministra Livia Turco) sostenendo che le diagnosi di anomalie cromosomiche o di patologie genetiche negli embrioni prima del trasferimento nell’utero fossero in realtà una “selezione genetica”. La ministra ha sottolineato di non voler cambiare la legge sull’aborto, come “Giorgia Meloni ha ripetuto fino alla nausea”, posizione non preoccupante se non fosse per il manifesto dei movimenti antiabortisti, che non intendono infatti cancellare la legge 194, ma svuotarla attraverso la legge stessa, rafforzando ad esempio l’obiezione di coscienza. Secondo la ministra Roccella l’aborto è “il lato oscuro della maternità” e una “scorciatoia che non dovrebbe più esserci”, la pillola abortiva “un enorme inganno”, mentre le unioni civili portano verso “la fine dell’umano”.

Le politiche intorno alla natalità sono un punto fermo di Giorgia Meloni fin dal suo esordio. Nel sopracitato discorso del 2002 infatti veniva chiesta “l’istituzione di un fondo nazionale per gli aiuti economici alla gravidanza, che possa sostenere le madri e le famiglie in difficoltà economiche fin dal momento del concepimento”. Sostenendo “che lo chiamino embrione o feto per noi rimarrà sempre un bambino e ha dei diritti che devono essere riconosciuti e garantiti” e di nuovo 20 anni dopo il programma elettorale di Fratelli d’Italia si apre con le proposte su natalità e famiglia. Da sottolineare che a proposito di interruzione di gravidanza nel programma elettorale FdI mette in chiaro di sostenere la “piena applicazione” dellalegge 194, formula appunto ribadita da Roccella, ma al 12esimo punto i Fratelli propongono di “tutelare la vita umana fin dal suo inizio”. Quello dell’aborto è stato un punto particolarmente dibattuto durante tutta la campagna elettorale, al primo discorso alla Camera Meloni ha voluto sottolineare che “un governo di centrodestra non limiterà mai le libertà esistenti di cittadini e imprese” e ha lanciato il guanto di sfida all’opposizione: «vedremo alla prova dei fatti, anche su diritti civili e aborto, chi mentiva e chi diceva la verità in campagna elettorale su quali fossero le nostre reali intenzioni».

Se sulle scelte intorno a natalità e aborto la premier è stata sempre molto chiara, lo stesso non si può dire della sua visione in merito all’Unione Europea. Meloni negli anni si è infatti distinta per una spiccata dialettica anticomunitaria che adesso invece viene sempre meno. La leader di FdI ha spiegato a lungo di volere un’Unione Europea “confederale” (che in realtà già esiste, dato che l’Unione è intergovernativa) e dopo aver tifato per la Brexit, aver definito la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea “comitato d’affari e di usurai” e chiesto apertamente l’uscita dell’Italia dall’Euro, Giorgia Meloni si presenta a Bruxelles a suon di “è finita la pacchia”. Una “pacchia” che durante la pandemia da Covid-19ha fatto sì che l’Ue decidesse di fare debito comune così da poter sostenere i Paesi maggiormente in difficoltà e a rischio a causa del debito (tra cui l’Italia), decisione non votata da Meloni che ha scelto di schierarsi con altri esponenti euroscettici come Viktor Orban. Dopo le elezioni, ma prima che il presidente Mattarella conferisse l’incarico a Meloni, la premier in pectore si è scagliata contro la mancata intesa europea sul price cap, la presidente del Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei ha scritto su Facebook che “la crisi energetica è una questione europea e come tale deve essere affrontata” e che “azioni di singoli Stati tese a sfruttare i propri punti di forza rischiano di interferire nella competitività delle aziende e creare distorsioni nel mercato unico europeo”, ma proprio l’idea che lei come Orban persegue, intesa come Europa delle patrie dove si portano avanti interessi propri e non comuni, è la ragione stessa per cui l’Ue fatica a trovare intese e soluzioni ai problemi che affliggono tutti gli Stati membri. Un altro alleato europeo di Fratelli d’Italia, che rende il rapporto con l’Unione significativamente complicato, è il leader di estrema destra Mateusz Jakub Morawiecki che dal 2017 guida la Polonia. Un Paese che si oppone alle quote obbligatorie a lungo termine per la ridistribuzione dei migranti proposte dall’Unione e dove nel 2021 la Corte Costituzionale ha stabilito che ogni sentenza o atto normativo dell’Unione Europea deve essere conforme alla legge polacca per essere applicato, non riconoscendo così uno dei principi su cui è fondata l’Ue, ovvero la supremazia delle leggi europee su quelle degli Stati membri. Oltre questo, la politica del partito di Morawiecki Diritto e Giustizia ha reso possibile la creazione in Polonia di “Strefa wolna od lgbt”, cioè “zone libere da lgbt” che hanno comportato dure condanne europee.

In ultimo, un altro aspetto della leadership di Giorgia Meloni che non può essere ignorato, è la portata storica della prima donna a ricoprire il ruolo di presidente del Consiglio. Durante tutta la campagna elettorale, in cui Fratelli d’Italia era dato da tempo in vantaggio sugli altri partiti, la tematica femminista è stata discussa con fervore. Da una parte c’è chi vede un passo avanti per l’emancipazione femminile la vittoria di Giorgia Meloni, atteggiamento che è contestato come paradosso del femminismo paritario che arriva a esprimere sé stesso con la posizione del “donna purché donna”, dove il semplice sesso della persona che occupa una posizione apicale è un merito di per sé e non vengono prese in considerazione le istanze, le politiche e le idee portate avanti dalla donna in questione. Perseguendo questa idea il femminismo si svuota di significato per diventare un mero feticcio; come sottolineato da Non una di meno, “essere donna non vuol dire essere femminista” dato che Meloni porta avanti una retorica che “ri-naturalizza le donne come madri, si fa bandiera di politiche razziste e derubrica la violenza maschile sulle donne a una questione di ordine pubblico”. Quella di Giorgia Meloni è dunque in realtà una vittoria del femonazionalismo, un concetto studiato da Sara R. Farris che indica “l’associazione favorevole tra un tipo di ideologia nazionalista e alcuni postulati del movimento femminista con motivazioni xenofobe”. In questo la leader italiana è accomunata a Marine Le Pen, nei programmi politici delle due leader di destra infatti il femminismo non trova spazio mentre entrambe hanno utilizzato in maniera strumentale la violenza contro le donne (Meloni condividendo il video della violenza sessuale avvenuta a Padova) per sostenere le proprie politiche anti migratorie.

Quello che la vittoria di Giorgia Meloni mette in evidenza è la differenza tra un potere femminile e uno femminista; con le scelte che ha intrapreso finora e con le parole espresse davanti alla Camera, la premier ha ben dimostrato di incarnare in pieno la cultura patriarcale. Vanno in questa direzione anche l’accettazione e la rivendicazione di essere considerata il presidente del Consiglio, manifesto del maschile sovraesteso, e l’aver citato, durante il discorso alla Camera, le donne che “hanno costruito con le assi del loro esempio, la scala che oggi consente a me di salire e rompere il pesante tetto di cristallo che sta sulle nostre teste” senza però storicizzarle, privandole del cognome. Chi sono Cristina, Rosalie, Alfonsina, Maria, Grazia, Tina, Nilde, Rita, Oriana, Ilaria, Mariagrazia, Fabiola, Marta, Elisabetta, Samantha e Chiara? Sono donne che non hanno dignità storica perché citandole con il solo nome di battesimo si crea un contesto semantico di finta familiarità paternalistica. Giorgia Meloni, inoltre, né in occasione del discorso, né prima durante la sua lunga carriera politica, ha mai parlato del perché della discriminazione delle donne e a chi le ha contestato la scelta di riferirsi al maschile Meloni ha spiegato di non aver “mai considerato che la grandezza della libertà delle donne fosse potersi far chiamare ‘capatrena’. No, io ho pensato che fossero cose più concrete, quelle sulle quali bisognava lavorare e per le quali bisognava battersi”, dimostrando di non cogliere l’importanza rappresentativa insita nella semantica che in tante, invece, reclamano.

La scelta del modello di potere da esercitare è di quello il più lontano possibile dal femminismo e come sostiene Michela Murgia: «se può fare la presidente del Consiglio, Meloni deve ringraziare senza dubbio il femminismo, ma il femminismo non ha niente di cui ringraziare Meloni. La sua elezione non è stata una vittoria delle donne, ma del patriarcato che è riuscito nel capolavoro di mettere una donna a realizzare i suoi peggiori progetti di riduzione della libertà femminile». Insomma, Giorgia Meloni ha distrutto il soffitto di cristallo, ma su quante donne finiranno le schegge?