Ha preso il via in Qatar la 18esima edizione della competizione continentale d’Oriente. In Italia, occhi puntati sull’ex Mancini
A un anno di distanza dalla storica Coppa del Mondo FIFA 2022, il Qatar è pronto a difendere la sua corona di campione asiatico del calcio ospitando le migliori squadre del continente alla AFC Asian Cup 2023. Con una potenziale platea di 3,7 miliardi di spettatori, è il più seguito tra i campionati continentali. Il torneo a 24 squadre è iniziato il 12 gennaio presso l’iconico Lusail Stadium, dove l’Argentina di Lionel Messi ha alzato la sua terza corona di Coppa del Mondo davanti a quasi 89.000 tifosi. .
Era stata la Cina ad aggiudicarsi l’ospitalità del torneo, che avrebbe dovuto svolgersi in 10 città, in stadi per lo più di nuova costruzione, tra giugno e luglio 2023. Tuttavia, il Paese ha rinunciato ai suoi diritti in seguito alla pandemia di covid-19 e a causa della sua politica zero-covid. Nell’ottobre 2022, la Confederazione asiatica di calcio (AFC) ha annunciato il Qatar come nuovo Paese ospitante, sulla scia della sua preparazione ad ospitare la Coppa del Mondo. La nazione del Medio Oriente ha già ospitato la Coppa d’Asia nel 1988 e nel 2011.
La fase a gironi durerà fino a giovedì 25 gennaio e gli ottavi di finale inizieranno dopo due giorni di intervallo domenica 28 gennaio e si protrarranno fino al 31 gennaio. I quarti di finale si giocheranno l’1 e il 2 febbraio, le semifinali il 6 e 7 febbraio e, proprio come la Coppa del Mondo, le Il torneo si concluderà con la finale a Lusail – sabato 11 febbraio.
Nell’albo d’oro della competizione, inaugurata nel ‘56, primeggia il Giappone (1992, 2000, 2004, 2011), seguito dall’Arabia Saudita (1984, 1988, 1996) e dall’Iran (1968, 1972, 1976), Corea del Sud (1956, 1960), Kuwait, Australia, Israele, Iraq e Qatar, il detentore della Coppa, con una vittoria a testa. E in questa rosa ci sono anche i nomi dei favoriti: Giappone, Corea del Sud, Australia, ma anche i campioni in carica e l’Arabia Saudita di Roberto Mancini.
Italiani d’Oriente

L’ex commissario tecnico azzurro, al suo esordio in una competizione ufficiale, sorride a metà per la conquista in anticipo degli ottavi di finale. Le prestazioni dell’Arabia, contro Oman prima (vittoria di rimonta per 2 a 1, con gol allo scadere) e contro il modesto Kyrgyzstan poi (2 a 0 con poca storia), non sono state entusiasmanti, tanto da far dire a Mancini che i pronostici su un loro piazzamento tra le prime vanno ridimensionati. Era stato lo stesso ex commissario tecnico azzurro a dichiarare, in sede di presentazione, alla fine dello scorso agosto, che il suo obiettivo era riportare il trofeo continentale a Ryiad. Ma probabilmente non sarà in questa edizione. O forse mai.
Dopo la decisione di escludere per scelta tecnica 6 giocatori che sono ritenuti chiave per la nazionale («Chi gioca lo decido io»), Mancini ha creato intorno a sé un clima molto critico e Yasser Al-Qahtani, ex giocatore del calcio arabo ha attaccato l’allenatore di Jesi a BeiNSports: «Una persona più codarda di lui non l’ho mai incontrata! Non merita di allenare questa squadra, è vigliacco, irrispettoso e ha un complesso psicologico». E ha aggiunto, facendosi sedicente portavoce del pensiero della maggior parte dei tifosi sauditi: «Ha abbandonato giocatori che prestano servizio al calcio saudita. Un bugiardo quando parla dell’esclusione di quei tre. Li ha accusati di scarso patriottismo ma non sa la loro storia. Penso che alla fine lui voglia andare via e stia trovando il pretesto».
Al di là dell’ira dell’ex calciatore e dei reali progetti di Mancini (che, ovviamente non saranno rivelati prima della conclusione per l’Arabia del torneo asiatico), è improbabile che il mister di Jesi alzi il trofeo, impresa già riuscita da un italiano, Roberto Zaccheroni. Zac, dopo un campionato tribolato con la Juventus, nel 2010 fa le valigie e va in Giappone per sedersi sulla panchina della nazionale. Dopo un anno è campione d’Asia (proprio in Qatar) e porta a Tokio l’ultima coppa continentale dell’albo d’oro nipponico: una vittoria che gli vale un’udienza ufficiale con l’imperatore Akihito (onore molto raro) . Resterà sulla panchina del Sol Levante fino al 2014.
Meno fortune orientali sono toccate all’ex campione del mondo Marcello Lippi. Nel 2016, sfumata la possibilità di tornare sulla panchina azzurra, si siede su quella della nazionale cinese. Fallisce la qualificazione a Russia 2018 ma conquista i quarti di finale nella Coppa d’Asia negli Emirati Arabi, cedendo le armi solo all’Iran. Prende qualche mese di pausa, sostituito da un altro campione del mondo, Fabio Cannavaro, ma il rientro dura poco: fallita la qualificazione ai mondiali del Qatar, si ritira dall’attività.
Giocare con la guerra nel cuore

Su tutti gli spalti degli sfavillanti stadi qatarini, ha trovato spazio la guerra in corso a Gaza dal 7 ottobre, con i suoi orrori senza fine. Tra le 24 squadre che si sono qualificate c’è anche la Palestina, e gli spettatori non hanno mai fatto mancare la loro solidarietà, con bandiere e cori «Palestina libera». Nelle scorse ore, è arrivato nella sede del ritiro della squadra un gruppetto di tifosi del Celtic Glasgow per manifestare il proprio (chiassoso) supporto.
Alla posizione numero 99 del ranking FIFA, la squadra è affidata all’allenatore tunisino Makram Daboub. I giocatori sono sintonizzati in tempo reale con le famiglie e con i fatti in corso a Gaza. C’è chi ha perso parenti, chi amici, chi la casa, il 6 gennaio è morto sotto i bombardamenti Hani Al-Masdar, ct della nazionale olimpica. Secondo una nota della federazione palestinese, dal 7 ottobre sono stati uccisi 88 tra giocatori e giocatrici degli sport di squadra, di cui ben 67 solo nel calcio.
«Scendere in campo e giocare è molto complicato – ha detto mister Daboub – ma noi, come sempre, daremo il massimo non solo per noi, ma anche per la nostra gente». Mohammed Saleh, difensore, ha dichiarato all’agenzia Afp di non avere notizie della sua famiglia da giorni. «Vivono in una tenda in aperta terra… Che Dio li aiuti», ha detto nelle dichiarazioni del post-partita, spiegando che la sua casa a Gaza City era stata distrutta e la sua famiglia ha dovuto trasferirsi costantemente durante oltre 100 giorni di combattimenti nella città di Gaza.
Poco prima dell’inizio del torneo, al difensore è stato detto che suo zio, sua zia e i loro figli erano stati uccisi nel conflitto. «Giochiamo a calcio per loro… per Gaza… per la nostra causa», ha aggiunto. Dopo una sconfitta (con l’Iran) e un pareggio (con gli Emirati), domani, martedì, i palestinesi si giocano contro l’Hong Kong il sogno della prima vittoria in Coppa d’Asia e, ancora di più, la possibilità di passare il turno. E, ancora di più regalare una gioia al proprio popolo.
In Palestina il football ha un seguito enorme ma praticarlo è complicatissimo. Anche nei momenti di minor tensione, le autorità israeliane hanno reso la vita impossibile ai giocatori. Con la guerra in corso a Gaza è stato occupato lo stadio principale, ripetendo lo schema già collaudato dall’esercito statunitense in Iraq. Violare il calcio significa umiliare ulteriormente la sensibilità di alcuni Paesi.
La Striscia di Gaza non è l’unico fronte caldo in questa Coppa d’Asia. In Siria dal 15 marzo 2011 è in corso la guerra civile che ha distrutto il paese e provocato la diaspora di milioni di profughi. Il Libano vive in uno stato di precarietà perenne. L’Iran il 3 gennaio è stato scosso dall’attentato che ha prodotto la morte di 103 morti durante la commemorazione di Soleimani, mentre il boia del regime continua a eseguire condanne a morte in grande scala. Il romanista Azmoun è una delle poche voci che hanno avuto il coraggio in questi anni di sfidare la teocrazia di Teheran. La presenza di Hong Kong, con la sua nazionale che in posizione numero 150 del ranking è la più debole del panorama, pone una delle questioni cinesi più scottanti.
La competizione continentale, purtroppo, non ha fatto scattare alcuna sospensione delle ostilità: del resto, è solo calcio.
di: Giulia Guidi
FOTO: ANSA