La consapevolezza sul benessere (e malessere) psicologico è aumentata notevolmente, ma sono ancora diversi i punti da affrontare
Il 10 ottobre ricorre la Giornata mondiale della salute mentale (World Mental Health Day), istituita nel 1992 dalla Federazione mondiale per la salute mentale (World Federation for Mental Health, WFMH). La giornata è supportata anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) attraverso attività e campagne che hanno l’obiettivo di aumentare la consapevolezza sul benessere psicologico.
Certamente negli ultimi anni si è iniziato a parlare più diffusamente di salute mentale e in parte è venuto meno lo stigma: affermare di rivolgersi a una o un professionista non è più un tabù. Un aspetto enormemente positivo che, però, potrebbe trasformarsi in un’arma a doppio taglio, alimentando il rischio di una semplificazione eccessiva. Di questo – e molto altro – abbiamo parlato con Elisabetta Camussi, Professoressa associata di Psicologia sociale all’Università Milano-Bicocca e presidente della Fondazione della Professione Psicologica Adriano Ossicini. È stata parte del Comitato di esperti in materia economico e sociale guidato da Vittorio Colao.
«Il passaggio che ha permesso la riduzione dello stigma e la trasformazione dei bisogni psicologici in una domanda di psicologia, quindi in una diversa e meglio formulata richiesta di aiuto da parte di gruppi diversi di persone, è stata l’esperienza della pandemia -spiega Camussi – che ha reso evidente a tutti e a tutte quanto il malessere psicologico sia una dimensione che attraversa il quotidiano, anche e soprattutto laddove intervengano eventi che non sono previsti. La pandemia ha intercettato le vite di tutti e di tutti, aggravando le situazioni in cui le persone si trovavano, con delle ricadute molto ampie sul benessere e il malessere. Già prima i servizi pubblici non erano in grado di dare sufficienti risposte alle richieste di aiuto psicologico ma nel post-pandemia questa richiesta è diventata enorme. Da una parte si è cercato di supplire con una misura temporanea come il bonus psicologo, che ha permesso a un gruppo più ampio di persone – seppur non sufficiente rispetto alla richieste – l’accesso alle cure psicologiche con professioniste e professionisti privati».
A questo si lega l’istituzione della figura dello/a psicologo/a di base, per la quale manca ancora una normativa a livello nazionale (nonostante ci siano numerose proposte di legge in attesa di approvazione), anche se alcune Regioni si sono mosse autonomamente. Secondo Camussi la figura dello psicologo di base “risponderebbe almeno ad un primo livello di presa in carico alla difficoltà e alla carenza dei servizi pubblici, nei quali le figure psicologiche sono in numero enormemente inferiore rispetto a quello degli altri professionisti sanitari”.

«I due paradossi nei quali ci muoviamo con la richiesta di aiuto in ambito psicologico -spiega la professoressa Camussi– sono, da una parte la difficoltà per chi ne ha bisogno di accedere ai servizi potendo contare su una una progettualità complessiva che prevenga il malessere. Avere psicologi e psicologhe di base diffusi sul territorio potrebbe finalmente far sì che si intercettino precocemente criticità e fragilità anche in collaborazione con i medici di base, e quindi si riduca molto il bisogno successivo di cure psicologiche. Dall’altra che, a fronte di questa forte domanda di psicologia del tutto giustificata si finisca per banalizzare il malessere psicologico nelle forme di risposta. Anche laddove la risposta venga offerta in ambito sanitario pubblico, e la persona non debba investire auspicabilmente denaro proprio, deve rimanere chiaro che la psicologia è un’enorme risorsa che richiede risorse di tempo, di pensiero, di riflessione, di cambiamento. Questo è infatti il modo corretto di declinare la domanda e la risposta in ambito psicologico, che diventa un aiuto e un accrescimento delle risorse interne delle persone e di conseguenza della comunità, ed è diverso da alcune forme di semplificazione, fatte anche con strumenti online di autodiagnosi che rischiano di essere improduttivi, quando non potenzialmente dannosi».
La salute mentale è un diritto umano universale, ma ancora oggi non tutti ne possono godere. Secondo un rapporto della Commissione europea, nel 2022 oltre il 60% delle richieste per il bonus psicologo sono arrivate da giovani under 35. Un segno, sì, di consapevolezza, ma anche del fatto che, spesso, a chiedere aiuto sono persone che hanno già gli strumenti culturali e/o materiali per formulare quella richiesta di aiuto. «La capacità di formulare la domanda potrebbe essere supportata dal welfare di prossimità, che ad oggi continua a non essere garantita dal sistema sanitario nel suo complesso, dalle decisioni di non investimento in ambito sanitario -afferma la professoressa. – Se dal punto di vista psicologico e sociale osserviamo l’intero arco di vita delle persone – senza eventi tragici, statisticamente più rari – con buona approssimazione, possiamo preventivare in quali fasi della vita per la maggioranza si presenteranno delle criticità. Le transizioni di età, quelle scolastiche e professionali, la costruzione o la fine delle relazioni di coppia, la nascita dei figli, la separazione da un partner o dai figli, la cura e/o la perdita dei genitori, la relazione con l’ambito professionale, sociale, partecipativo. Questi, per la maggior parte degli individui, costituiscono eventi stressanti, in grado di procurare un plus di fatica». Tenere presente questo, afferma Camussi, e costruire “una dimensione di rete e di intervento che prevenga il degenerare di queste situazioni”sarebbe già un modo per fare welfare di prossimità. Il PNRR prevede le Case della Comunità, strutture socio-sanitarie che, con approccio multidisciplinare, realizzano interventi di carattere sociale e sanitario. Che, però, avverte Camussi “non devono sottrarre spazio e risorse a situazioni preesistenti, quali ad esempio i Consultori pubblici”e, soprattutto, devono avere una presenza capillare sul territorio perché “è attraverso la diffusione che si intercettano le persone anche prima dell’insorgere di situazioni di criticità”.

Questo si ricollega a un altro aspetto fondamentale. La salute mentale viene spesso ridotta alla sua dimensione individuale e non viene inserita in quella collettiva, in ottica di comunità, riducendo il propagarsi di una cultura condivisa, che consenta di ragionare su questioni che riguardano la società stessa, come gli stereotipi di genere e tutto ciò che è loro connesso, fino ad arrivare alla violenza di genere e al femminicidio. «I dati di livello nazionale e internazionale ci dicono che le principali fruitrici dei servizi psicologici sono donne»afferma Camussi, che sottolinea come questo sia legato a un aspetto culturale importante, la socializzazione dei ruoli di genere che, comporta, per le donne, “una maggiore capacità autoriflessiva rispetto alle proprie emozioni”. «Questa spiegazione, però, rischia di essere riduttiva – prosegue – perché molte delle ragioni per cui, secondo la letteratura, le donne si rivolgono ai servizi psicologici hanno a che fare non con il loro essere singole individualità nel mondo, ma con il loro sistematico svantaggio. La maggior parte delle situazioni di depressione o ansia per le quali le donne si rivolgono ai servizi psicologici hanno spiegazioni che rimandano all’impossibilità di conciliazione tra vita personale/familiare e professionale, a esperienze di discriminazione e isolamento nel mondo del lavoro, alla solitudine (intesa come spazio che hanno nel contesto politico e sociale) che le donne molto più degli uomini attraversano. E dunque con aspetti che riguardano la loro appartenenza ad un gruppo sociale svantaggiato, più che le loro storie individuali».Queste ricadute della socializzazione di genere di tipo tradizionale hanno una correlazione molto forte, afferma la professoressa, “con l’incapacità di esprimere, da parte della componente maschile, una fatica emotiva, dimensione che è tra i predittori della violenza di genere e dei femminicidi, che non sono episodi né di raptus, né istantanei, né singoli”.Per questo il welfare di prossimità “potrebbe consentire anche agli uomini di iniziare precocemente ad esprimere il disagio che vivono”.
Alla luce di questo, la psicologia potrebbe rivestire un ruolo fondamentale nella riduzione delle disuguaglianze, spiega Camussi, ma è necessario chiedersi come. Supportare i singoli e le comunità “nell’accesso alle proprie risorse attiverebbe un circolo virtuoso molto importante, che però non può essere avviato a prescindere da investimenti di ordine politico ed economico”.
Il punto è, ancora una volta, interrogarsi su come superare l’approccio emergenziale e retorico.
di: Francesca LASI
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