Perché abbiamo bisogno di credere che la vita abbia un significato anche dopo la fine?
È questa la domanda che accompagna The Good Place fin dal primo episodio.
Eleanor Shellstrop apre gli occhi e scopre una realtà agghiacciante: è morta. Davanti a lei non c’è il nulla, non c’è il buio che tutti noi temiamo, c’è il “lato buono” (il good place), una versione colorata e perfetta dell’aldilà in cui ogni desiderio può essere realizzato per l’eternità.
Niente paura, niente dolore, niente perdita.
Sembra il Paradiso.
Morire non basta per diventare persone migliori
Ciò nonostante, come in ogni serie che si rispetti, c’è qualcosa che non va. Eleanor, accompagnata da altri tre personaggi cardine, capisce di trovarsi nel posto sbagliato. La sua presenza è un errore, la sua anima e quella di un’altra Eleanor sono state scambiate e si trova dove non dovrebbe essere.
Eppure, proprio da questo errore nasce il viaggio introspettivo che percorrerà la sit-com in tutta la sua interezza.
Eleanor Shellstrop è una giovane donna egoista e abituata a mettere sé stessa prima di chiunque altro e non è l’unica ad essere stata vittima dell’errore di collocamento. Insieme a lei c’è il personaggio di Chidi Anagonye, un professore di filosofia tormentato dal bisogno di fare sempre la scelta giusta, tanto da trasformare ogni decisione in un dilemma infinito, impedendogli costantemente di prendere una posizione solida. Tahani Al-Jamil sembra incarnare la perfezione: è elegante, generosa e ammirata da tutti, ma nasconde un bisogno costante di approvazione. Jason Mendoza, infine, è l’opposto della razionalità: è ingenuo, impulsivo e apparentemente incapace di comprendere la complessità di ciò che lo circonda.

Sono quattro individui che, sulla carta, non hanno nulla da insegnarsi l’un altro, tuttavia, nella loro diversità, con pregi e difetti, faranno nascere qualcosa di inaspettato. The Good Place, racconta così la storia di un gruppo di persone che cercano di diventare migliori per meritare il Paradiso eterno. Il “non è mai troppo tardi” è l’eufemismo e motore che caratterizza la serie, in cui anche quando si crede che non ci sia più speranza, invece, una speranza c’è ancora.
Quattro persone imperfette alla ricerca del loro posto
Tuttavia, è un insegnamento che, per gli spettatori, vale poco se applicato al loro contesto, quando ormai si è già morti e sepolti.
Migliorare non dovrebbe essere una ricompensa, non dovrebbe servire soltanto a evitare una punizione o a conquistarsi un posto migliore dopo la morte. Si deve migliorare prima che sia troppo tardi e deve essere una scelta fatta senza secondi fini. Il vero good place non è un luogo da raggiungere, ma un percorso che si sceglie di intraprendere. La sit-com ci ricorda che anche quando pensiamo di essere arrivati troppo tardi, una trasformazione è ancora possibile.
Il vero Good Place è qui
Forse il bisogno di credere nella vita dopo la morte nasce dalla paura più antica dell’essere umano: l’idea che tutto ciò che facciamo possa scomparire senza lasciare traccia. The Good Place ci ricorda, però, che il valore di una vita non si trova soltanto nel modo in cui termina, ma nelle persone che diventiamo mentre la viviamo.
Anche il cinema d’animazione può diventare uno strumento per leggere ciò che accade dentro di noi: ne abbiamo scritto anche in Da Inside Out al mondo reale: tra emozioni amiche e ‘nemiche’.

