In corso indagini su presunti accessi abusivi alle banche dati per ottenere informazioni riservate su politici e vip. Ma si tratta davvero di questo?

Un altro caso scuote la politica italiana (e non solo la politica). Anche se al momento i contorni sono ancora poco chiari e gli aggiornamenti si susseguono di ora in ora. Alcuni parlano di presunto “dossieraggio”, altri ritengono non si tratti di questo. Ma allora di cosa si tratta?

Tutto comincia con un’inchiesta della Procura di Perugia, guidata da Raffaele Cantone, che vede indagate 16 persone accusate di aver avuto accesso a informazioni riservate di politici, imprenditori e personaggi del mondo dello spettacolo e dello sport. Tra gli indagati figurano Pasquale Striano, tenente della Guardia di Finanza, e Antonio Laudati, magistrato e sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia (Dna) che, secondo l’accusa, avrebbero utilizzato le banche dati della Dna per ottenere informazioni riservate di centinaia di personaggi pubblici: per questo sono accusati di accesso abusivo a sistema informatico, abuso d’ufficio e falso.

Non è detto, però, che si tratti di dossieraggio, anzi, secondo molti commentatori non si tratterebbe di questo. Con il termine “dossieraggio” si fa riferimento all’attività volta a raccogliere in un dossier informazioni private su personaggi pubblici per poi usarle, spesso, a fini ricattatori. Al momento non sarebbero emerse finalità di questo tipo.

Striano ha sempre difeso la correttezza del suo operato, mentre Laudati ha respinto le accuse: a lui la Procura contesta quattro accessi effettuati senza presupposti investigativi ma per finalità personali.

Come è nata l’inchiesta

Andiamo con ordine. L’inchiesta non è cosa nuova, infatti ne era stata data notizia già nell’agosto 2023. All’inizio l’inchiesta era stata aperta dalla Procura di Roma in seguito a un esposto presentato dal ministro della Difesa Guido Crosetto dopo la pubblicazione di un articolo su Domani nel quale venivano svelati i compensi che Crosetto aveva ricevuto per alcune consulenze ad aziende partecipate pubbliche nel campo delle armi, come ad esempio Leonardo, fino a pochi giorni prima della nomina a ministro nel governo Meloni. Crosetto presentò un esposto chiedendo alla procura di Roma di indagare sull’accesso alle informazioni riservate (le informazioni diffuse erano, infatti, vere e verificate). La Procura aveva, quindi, scoperto, che a fornire i dati ai giornalisti di Domani era stato Striano; per questo sono indagati anche i tre cronisti della testata Giovanni Tizian, Nello Trocchia e Stefano Vergine, accusati di concorso in accesso abusivo e rivelazione di segreto, anche se, va ricordato, la Costituzione e la legge italiana permettono ai giornalisti di pubblicare qualsiasi informazione in base al diritto di cronaca, purché la notizia sia di pubblico interesse, e rispetti i limiti di pertinenza e continenza formale. Secondo l’accusa Striano avrebbe inviato ai tre cronisti alcuni documenti. Il finanziere, infatti, lavorava all’ufficio che si occupa delle SOS, le segnalazioni di operazione sospetta che vengono inviate dagli istituti di credito alla Banca d’Italia che, a sua volta, le trasmette alle forze di polizia e al procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo nel caso si sospetti di operazioni di riciclaggio, di finanziamento al terrorismo o di fondi derivati da attività criminali. Striano e Laudati avevano accesso non solo ai dati delle SOS e alla Sidda/Sidna, il sistema informatico usato dalla direzione nazionale antimafia e dalle direzioni territoriali, ma anche ad altre banche dati Serpico delle Agenzie delle Entrate (relativo ai redditi), a SIVA (Sistema Informativo Valutario), per esaminare operazioni finanziare ritenute anomale, e InfoCamere (Società di Informatica delle Camere di Commercio Italiane), che conserva i dati del Registro delle imprese.

Ma perché l’indagine è passata dalla procura di Roma a quella di Perugia? Dalla Capitale avrebbero scopertoche a effettuare alcuni controlli sarebbe stato anche Antonio Laudati, sostituto procuratore della Dna; per competenza l’indagine è passata alla Procura di Perugia, che si occupa delle indagini relative ai magistrati in servizio a Roma.

Tra le personalità al centro delle ricerche ci sono molti esponenti dell’attuale governo Meloni come i ministri Gilberto Pichetto Fratin, Francesco Lollobrigida, Marina Elvira Calderone, Giuseppe Valditara, Adolfo Urso e i sottosegretari Giovanbattista Fazzolari e Andrea Delmastro e anche Maria Elisabetta Alberti Casellati, che all’epoca delle ricerche ricopriva il ruolo di presidente della Camera. Sono stati oggetto di ricerca anche Marta Fascina, parlamentare di Forza Italia e compagna di Silvio Berlusconi, Mattero Renzi, l’imprenditore Marco Carrai e Olivia Paladino, compagna dell’ex premier Giuseppe Conte. Ma non solo politica. Nella lista dei personaggi ci sono anche figure del mondo dell’imprenditoria, dello sport e dello spettacolo, come il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, l’ex presidente (allora in carica) della Juventus Andrea Agnelli, l’allenatore del club bianconero Massimiliano Allegri, il calciatore Cristiano Ronaldo ma anche il rapper Fedez, tra gli altri.

Nel frattempo Domani ha difeso i suoi giornalisti, affermando che gli atti che hanno ricevuto non riguardano le SOS ma ordinanze e avvisi di chiusura di indagini.

Ci si interroga poi su quali siano state le finalità degli accessi e su chi siano gli eventuali mandanti, ammesso che ci siano. Due temi che hanno evidenziato nelle loro audizioni in Commissione Antimafia il Procuratore della Repubblica di Perugia Raffaele Cantone e il Procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo.

L’audizione di Melillo in Commissione Antimafia

Cantone e Melillo hanno, infatti, chiesto di essere sentiti in Commissione Antimafia, dal Consiglio superiore di magistratura e dal Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) sulla vicenda.

In Commissione Antimafia Melillo ha chiesto che venga evitato “il pericolo di disinformazione, di speculazione e di letture strumentali di vicende che riguardano delicate funzioni statuali”. «Per tacere delle punte di scomposta polemica – ha dichiarato il capo della Dna, come riportato dall’ANSA – che sembrano mirare non ad analizzare la realtà e a contribuire alla sua comprensione e all’avanzamento degli equilibri del sistema ma ad incrinare l’immagine dell’ufficio e a delegittimare l’idea di istituzioni neutrali come la Procura nazionale antimafia e magari anche la Banca d’Italia».

«Potrà essere interessante rilevare che nella nostra banca dati, ben lontana dall’essere un mostro nero, si ritrova una ridotto numero delle SOS generate nel sistema finanziario e trasmesse dall’unità di informazione finanziaria» ha proseguito Melillo, sottolineando che “la gravità dei fatti in corso è estrema”. «Bisogna sottolineare la complessità estrema della corretta e rigorosa gestione delle banche dati dove confluiscono quelle e altre non meno delicate informazioni al fine della repressione dei reati – ha proseguito il magistrato – La consapevolezza della serietà estrema dei rischi che gravano sull’immagine di trasparenza, correttezza e affidabilità di tutte le istituzioni che gestiscono informazioni riservate, credo potrà utilmente contribuire a valutare l’adeguatezza degli attuali strumenti legislativi tecnologici e gli assetti della pubblica amministrazione necessari per assicurare la tutela del segreto d’ufficio e investigativo ma anche la protezione di persone coinvolte dall’eventuale uso abusivo di quelle informazioni e di ogni altro patrimonio informativo, ma anche a tutelare la sicurezza della Repubblica».

«Le SOS –ha dichiarato il magistrato– sono uno strumento essenziale alla lotta al riciclaggio mafioso e alla lotta al terrorismo, fondamentali per il funzionamento dell’ufficio. Sono però degli strumenti delicatissimi perché contengono dati, informazioni in grado di profilare chiunque. Per questo l’uso delle SOS deve essere basato sul massimo rispetto delle norme e del campo di applicazione». «Il nostro sistema antiriciclaggio – ha aggiunto- è guardato con rispetto e ammirazione da tutto il mondo. E a questo sistema il mio ufficio partecipa fornendo un contributo importante”.

Secondo Melillo le azioni di Pasquale Striano sembrano “difficilmente compatibili con la logica della deviazione individuale. Credo ci siano molti elementi che confliggano con l’idea di un’azione concepita e organizzata da un singolo ufficiale ipoteticamente infedele”. «Uno dei punti centrali della procura di Perugia sarà comprendere la figura e il sistema di relazioni di Striano» ha proseguito il capo della Direzione nazionale antimafia, sostenendo che si tratta di “una mia personale valutazione. «Ma ho una discreta esperienza anche come vittima di autentici dossieraggi abusivi come quelli ritrovati negli archivi paralleli della sede Sismi affidati a Pio Pompa nel 2006» ha dichiarato Melillo.

All’audizione era presente anche il vicepresidente della Commissione Antimafia Federico Cafiero de Raho, deputato per il MoVimento 5 Stelle.L’altro vicepresidente Mauro d’Attis (Forza Italia) aveva chiesto, di concerto con altri colleghi, che de Raho si astenesse dal partecipare perché all’epoca dei fatti era Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo. Il deputato pentastellato, però, ha rivendicato il suo diritto a esserci.

Il Procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo con la presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Chiara Colosimo durante l’audizione – ANSA/FABIO FRUSTACI

L’audizione di Cantone in Commissione Antimafia

Nella sua audizione Raffaele Cantone ha parlato di “numeri mostruosi e inquietanti”.Innanzitutto, il capo della Procura umbra ha constatato che“il mercato delle Sos non si è affatto fermato”. «Durante la prima fuga di notizie – ha dichiarato ilprocuratore capo di Perugia– ad un certo punto su un giornale è uscito il riferimento di una SOS che non ha visto Striano ma un suo collega, e che parla di un rapporto tra un imprenditore e il ministro della Difesa».

Fin da subito Cantone ha sottolineato che “i numeri” illustrati erano “ben più ampi di quelli circolati finora, sono numeri mostruosi e inquietanti”. Il Procuratore della Repubblica di Perugia ha spiegato che dall’1 gennaio 2019 al 24 novembre 2022 Pasquale Striano avrebbe avuto acceso a “oltre 10mila SOS”. Il numero in questione deriva dall’incrocio di alcuni dati, anche se quello al momento verificato è “4.124 SOS”.  I dati, ha affermato Cantone, riguarderebbero “1531 persone fisiche e 74 persone giuridiche per le , 1123 persone sulla banca dati Serpico, 1947 per la banca dati Sdi”. Striano, ha affermato il procuratore capo di Perugia “ha scaricato 33.528 file dalla banca dati della Direzione nazionale antimafia”. Cantone si è, dunque, chiesto che fine abbia fatto “questa enorme mole di dati”.

Il magistrato ha, poi, dichiarato che Strianointerrogava le Sos anche su se stesso o la moglie, forse per capire se era stato sottoposto ad indagini”. Cantone ha dichiarato che ci sono stati “165 accessi che abbiamo definito “vip”, che sono oggetto del capo di imputazione”.

Inoltre, la Guardia di Finanza ha esaminato gli articoli giornalistici che Striano aveva menzionato in alcune chat per verificare se ci fossero state delle ricerche specifiche in merito. «Abbiamo indagato i giornalisti con imputazioni provvisorie solo quando non c’era una notizia di indagine che era stata data alla stampa – ha spiegato il magistrato – ma era la stampa ad aver chiesto informazioni su qualcuno e sulla base di questo si faceva l’interrogazione a SOS. Per le mere fughe di notizie per atti riservati abbiamo proceduto in modo separato rispetto agli accessi ad hoc».

Cantone, come anticipato all’inizio di questo articolo, ha affrontato la questione “dossieraggio”. «Ci sono stati accessi anche che non abbiano portato nulla. Non spetta a me dire cosa è dossieraggio e cosa è informazione, ma Striano ha fatto una ricerca spasmodica di informazioni che spesso si è limitato alla singola interrogazione – ha dichiarato Cantone Se pensiamo che queste ricerche abbiano portato ad archiviazioni e schedature noi non abbiamo elementi per dirlo. Come ad oggi non abbiamo prove o elementi su attività ulteriori, ad esempio che avesse una vita al di sopra delle proprie possibilità, non abbiamo elementi per le finalità economiche quindi».

«Abbiamo fatto controlli solo quando l’input era irregolare – ha proseguito il capo della procura umbra – Striano ha fatto accesso anche per l’indagine sui fondi della Lega, ma l’attività sui fondi della Lega è uno degli oggetti di futuro approfondimento». Pasquale Striano lavorava presso il gruppo SOS della Procura nazionale antimafia ma, è stato spiegato, non lavorava sempre in sede; a volte lavorava dalla sede del Gruppo Valutario della Guardia di Finanza, pur lavorando solo per il gruppo SOS. «Striano poteva accedere a banca dati Dna, banca dati SOS e quelle della Guardia di finanza. Era quindi uno degli investigatori con maggior potere di accesso agli archivi» ha precisato il magistrato, aggiungendo che Striano lavorava in team, era il capo di una squadra” «Non ho elementi, non ci risulta assolutamente che Striano abbia avuto rapporti con agenti segreti stranieri» ha, poi, specificato Cantone.

Successivamente il procuratore generale di Perugia Sergio Sottani ha diffuso una nota in cui, a proposito dell’audizione di Cantone, ha affermato di voler verificare il rispetto della presunzione di innocenza. La Procura, spiegava il comunicato, ha “attivato le proprie funzioni di sorveglianza sull’attività dei magistrati requirenti del distretto al fine di acquisire ogni elemento utile per consentire, eventualmente, agli organi istituzionalmente competenti, di far piena luce sui fatti circostanziatamente segnalati”. Sottani ha preso la decisione, viene riportato dai media, dopo che “sono comparsi sugli organi di informazione degli articoli in cui si riporta il contenuto di interlocuzioni che sarebbero state intrattenute, all’interno della Procura della Repubblica di Perugia, tra un funzionario di cancelleria, sottoposto a procedimento penale per accesso abusivo a sistema informatico, ed alcuni magistrati dello stesso ufficio perugino”. Il pg di Perugia aveva definito “inusuale” la richiesta di Cantone (e di Melillo) di essere sentiti in Commissione Antimafia.

Lo stesso Sottani è, poi, ritornato sulla vicenda, spiegando a La Repubblica che le sue “funzioni di sorveglianza” non devono essere interpretate come “censura” e ha spiegato che con l’aggettivo “inusuale” non intendeva “irrituale” o “anomalo” ma “inedito” perché due magistrati in ruoli apicali avevano chiesto di essere ascoltati su circostanze gravi. E ha smentito qualsiasi attrito con il Procuratore della Repubblica. Sottani ha spiegato che lo scopo è “acquisire informazioni e, se opportuno, sottoporre la vicenda al Consiglio Superiore della Magistratura”. «La mia attività è anche a tutela della procura – ha dichiarato il pg – Era doveroso comunicare che vigilerò perché le informazioni sull’indagine siano tracciabili, cioè veicolate con comunicati, conferenze stampa, audizioni». L’obiettivo della nota, ha dichiarato Sottani, “è stato quello di dare un segnale di tranquillità alla procura, il cui lavoro è stato oggetto di polemiche esterne. Per far vedere quindi che c’è un organo che controlla”.

Il procuratore di Perugia Raffaele Cantone durante l’audizione alla Commissione Antimafia – ANSA/ANGELO CARCONI

Altri sviluppi

L’Ufficio di Presidenza della Commissione parlamentare Antimafia in seguito ha deciso di voler ascoltare anche il comandante della Guardia di Finanza Andrea De Gennaro, il direttore della Direzione investigativa antimafia Michele Carbone e il direttore dell’Unità di informazione finanziaria Enzo Serata. Stando a quanto riferito da RaiNews, i membri della Commissione avrebbero proposto altri nomi – in lista ce ne sarebbero almeno cinquanta – per i quali, però, al momento, non è stata fissata alcuna audizione (e non è detto che accadrà in futuro).

Nella lista della Commissione sono comparsi anche il ministro Crosetto, l’Ordine dei giornalisti, la Sogei (Società Generale d’Informatica), il direttore di Domani Emiliano Fittipaldi e l’editore Carlo De Benedetti.

La politica

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha proposto l’istituzione di una Commissione d’inchiesta sulla vicenda. Una proposta che ha ulteriormente alimentato il dibattito. Secondo il Guardasigilli la Commissione d’inchiesta sarebbe necessaria perché “siamo arrivati ad un punto di non ritorno”. L’ipotesi è stata sostenuta dalla Lega, ma non da Fratelli d’Italia – partito di Nordio – e anche dalle opposizioni.

Lo stesso Crosetto, pur concordando sulla necessità di fare chiarezza, ha sottolineato che esiste già una commissione che si sta occupando del caso, quella Antimafia, e che i tempi di istituzione di una Commissione d’inchiesta sono piuttosto lunghi. «C’è un tempo per ogni cosa – ha dichiarato il ministro della Difesa – Ora c’è l’indagine che sta portando avanti Cantone e l’idea di una commissione non deve depotenziarla, né fermare il lavoro già iniziato da Copasir e Antimafia. La costituzione di una commissione d’inchiesta, poi, può richiedere tempi lunghi, anche perché spesso questi organi hanno fatto comodo a molti, in Parlamento, nello scontro politico».

Anche la premier Giorgia Meloni ha posto un freno anche se non ha chiuso definitivamente la porta all’ipotesi. A margine di un evento a Trento, alla domandava se l’idea di una commissione d’inchiesta era da considerarsi ormai accantonata, la presidente del Consiglio ha risposto: «Non penso che la cosa vada vista così, penso che oggi ci sta lavorando la commissione Antimafia che è una commissione che ha poteri d’inchiesta e quindi credo che bisogna vedere dove riesce ad arrivare la commissione Antimafia e poi valutare se c’è bisogno di qualcos’altro – ha dichiarato Meloni – Perché è anche un tema di tempistiche: per istituire una nuova commissione ci vuole qualche mese. Per cui oggi abbiamo già una commissione che ci sta lavorando e penso che bisogna farla lavorare nel miglior modo possibile. All’esito del lavoro che farà la commissione antimafia, secondo me va valutato se servano altri strumenti. Il punto – ha rimarcato Meloni – è che bisogna arrivare fino in fondo perché quello che sta emergendo è obiettivamente incredibile e vergognoso per uno stato di diritto».

Gravina

C’è poi il filone che riguarda il presidente della Figc Gabriel Gravina, indagato dalla Procura di Roma per autoriciclaggio. In realtà, si tratterebbe di un’iscrizione “tecnica”, di un atto dovuto. Come ha riferito La Stampa, è stato lo stesso Gravina a volere un incontro con il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi e l’aggiunto Giuseppe Cascina per “chiarire la sua posizione”, come hanno affermato i suoi legali. Dagli accessi alle banche dati – oggetto dell’inchiesta principale – sarebbero emerse presunte irregolarità nell’assegnazione dei diritti televisivi della Lega Pro del 2018 (di cui Gravina è stato presidente dal 2015 al 2018). A vincere il bando è stata la ISG Ginko, società che si occupa di piattaforme digitali. Si indaga sull’ipotesi che quell’assegnazione fosse collegata a una compravendita, poi fallita, di libri antichi, ma da cui il presidente della Figc avrebbe ugualmente incassato il denaro e lo avrebbe usato per acquistare una casa a Milano per la figlia della sua compagna.

Gravina, hanno dichiarato i legali, ha messo a disposizione dei magistrati una serie di atti, come i bonifici bancari. «L’interrogatorio nel pomeriggio è durato oltre due ore –hanno dichiarato gli avvocati Fabio Viglione e Leo Mercuri – e abbiamo chiarito ogni cosa, presentando due plichi di documenti contenenti copie dei bonifici bancari che provano che ogni acquisto di Gravina è stato fatto con soldi propri. Il nostro assistito non ha nulla da temere ma è stanco delle falsità trapelate dai mass media».

La Procura di Roma ha continuato ad analizzare le carte. Sarebbe poi emerso che Gravina avrebbe firmato il contratto di collaborazione e partnership con la ISG Ginko durante il suo ultimo giorno da presidente della Lega Pro. Diversi media hanno riportato dell’esistenza del documento, firmato anche dal direttore esecutivo della società Simon Burgess, datato 15 ottobre 2018. Gravina ha rassegnato le dimissioni il 16 ottobre e pochi giorni dopo è stato eletto presidente della Figc con il 97,2% dei voti.

Si tratta in generale di una questione delicata sulla quale è necessario attendere maggiore chiarezza.

di: Francesca LASI

FOTO: ANSA/MASSIMO PERCOSSI