Cosa è rimasto della kermesse musicale e televisiva più famosa d’Italia

Ballo del qua qua, il televoto in tilt, i soliti monologhi, il Fantasanremo che fagocita il palco, i cantanti-presentatori, la cassa dritta, gli anniversari, e altre polemiche. Cosa rimarrà di questo Sanremo, l’ultimo di Amadeus? Forse è già tutto in queste poche parole, in un festival sottotono rispetto agli altri anni, vuoi per la proposta musicale, vuoi per la stanchezza che comincia a farsi sentire (anche – soprattutto – per i telespettatori e le telespettatrici). “Sanremo si ama” ma qualcosa nella macchina si è inceppato e in alcuni momenti si è rasentata “la noia”. E no, non la canzone di Angelina Mango, vincitrice del festival, la prima donna in 10 anni (e questo meriterebbe una riflessione a parte): l’ultima era stata Arisa con Controvento nel 2014. Di certo rimarranno anche gli ascolti record: nella serata finale oltre 14 milioni di persone hanno voluto salutare la kermesse musicale e la macchina mediatica più famosa d’Italia, facendo schizzare lo share oltre il 74%.

74 come 74esima edizione del Festival che ha visto la vittoria della cantautrice lucana, che si è portata a casa anche il Premio Sala Stampa Lucio Dalla e il Premio Giancarlo Bigazzi per la miglior composizione musicale. Soprattutto nelle ultime due serate si è scatenata una sorta di “battaglia del voto” tra Angelina Mango e Geolier, arrivato secondo con I p’ me, tu p’ te. Il rapper napoletano ha vinto la serata cover e duetti con il medley insieme a Guè, Luchè e Gigi D’Alessio, ma il pubblico dell’Ariston ha deciso poco elegantemente di fischiare. Non quello a casa (in parte), però, che lo ha invece amato e votato. In tanti hanno voluto dare diverse chiavi di lettura di uno “scontro” che in realtà non è mai esistito. I due giovani artisti hanno portato sul palco il loro modo di intendere e fare musica, che piaccia o meno. Angelina Mango ha mostrato non solo la sua abilità vocale ma anche la sua presenza scenica grazie alla cumbia di La noia, scritta con Madame e Dardust, e ha emozionato nella serata cover – in cui è arrivata seconda – con La Rondine, brano del padre Pino Mango, scomparso nel 2014. Geolier ha portato un pezzo in lingua napoletana (e anche per questo si erano scatenate le solite polemiche sterili) uptempo, con cassa dritta, che parla di una coppia che capisce che è arrivato il momento di prendere strade separate. E questo è.

Una delle grandi favorite era Annalisa, arrivata terza con Sinceramente che richiama il pop internazionale più raffinato come Kylie Minogue e Sophie Ellis-Bextor, con echi all’elettropop anni Ottanta. La cantautrice ligure continua il percorso intrapreso con le hit Bellissima e Mon Amour, discostandosi sempre più dalla ballad, che aveva portato nelle sue cinque partecipazioni precedenti al festival.

Al quarto posto è arrivato Ghali con Casa mia. Qui ci sarebbe da fare un discorso a parte. Ghali ha fatto uno dei festival migliori, politico, con una narrazione solida dall’inizio alla fine. Il pezzo, contraddistinto dal flow riconoscibile del rapper e da un ritmo incalzante, racconta di un dialogo tra lui e un amico alieno arrivato sulla terra, rappresentato da Rich Ciolino, che lo ha accompagnato durante la kermesse. Il brano è una riflessione sui concetti di “casa”, di “appartenenza” e di “alieno”, e fa riferimento non solo ai conflitti in generale ma anche alla guerra nella Striscia di Gaza. Un riferimento diventato ancora più esplicito durante la serata finale, quando Ghali (e Rich Ciolino) ha detto coraggiosamente “Stop al genocidio” in diretta su Rai1 davanti a milioni di telespettatori e telespettatrici. Questo, però, ha scatenato prima l’ira dell’ambasciatore di Israele a Roma Alon Bar e poi un comunicato dell’ad Rai Roberto Sergio letto da Mara Venier durante Domenica In. Subito si è scatenata la bufera, con critiche da parte del web e delle opposizioni, che hanno fatto notare come la libertà di espressione degli artisti debba essere sempre rispettata e quanto sia importante salvaguardare il pluralismo del servizio pubblico. In questo festival il rapper milanese ha avuto il coraggio di metterci la faccia, la musica e di dire la sua (uno dei pochi insieme a Dargen D’Amico spalleggiato da Diodato), portando un manifesto politico e lanciando messaggi necessari. Come nel medley insieme al pianista tunisino Rat Chopper, composto da Bayna (un brano dell’album Sensazione Ultra), che si apre con una strofa in arabo, Cara Italia e una rivisitazione de L’Italiano di Toto Cutugno. Bayna è anche il nome dell’imbarcazione di salvataggio che l’artista ha donato alla ONG Mediterranea Saving Humans con la quale sono state salvate 227 vite in mare. E questo dovrebbe bastare.

Al quinto posto è arrivato Irama con Tu no, una ballad che ripropone lo stile del cantautore, con molto sentimento, molto cuore e molto pathos, espresso anche nella serata cover con Riccardo Cocciante.Cioè, è Irama che fa Irama.Fuori dalla Top Five uno dei favoriti, Mahmood.Forse Tuta gold non è Soldi e non è Brividi– brani con cui ha vinto ben due festival, uno insieme a Blanco– ma è un pezzo ben costruito, un po’ club un po’ funk, con un ritornello serratissimo, martellante al punto giusto, con un testo con molto slang in cui si innestano i ricordi della vita nella periferia milanese e della figura del padre assente. Per non parlare della cover di Come è profondo il mare di Lucio Dalla con i Tenores di Bitti, un omaggio alla Sardegna e alla madre. Una scelta non scontata, raffinata, che ha fatto centro. Molto amata anche Loredana Bertè, che dopo essere arrivata prima nella classifica della Sala Stampa, si è aggiudicata il settimo posto con Pazza e il Premio della Critica Mia Martini dedicato alla sorella. Basterebbe già questo per chiudere un cerchio. Il brano è un passo in più verso la riappacificazione con sé stessa, Bertè urla fiera che è pazza di sé ed è anche ora perché si è “odiata abbastanza”. Il pezzo ha conquistato pubblico, critica e radio (anche chi l’ha attaccata in passato) e ha rappresentato una rivincita e un giusto riconoscimento per la cantante. Finalmente diamo a Loredana quel che è di Loredana. Quindicesima, invece, Fiorella Mannoia, che ha vinto il Premio Sergio Bardotti per il miglior testo. La sua Mariposa èun inno alle tante sfaccettature delle donne, rappresentate da immagini come la strega sul rogo e la farfalla che imbraccia il fucile. Non tutti hanno capito le sonorità latineggianti del pezzo ma il messaggio era decisamente a fuoco. Così come quello di BigMama, che sulle note del brano La rabbia non ti basta ha portato all’Ariston la sua queer revolution femminista. La rapper e cantautrice è arrivata 22esima ma è stata sicuramente una delle rivelazioni di questa edizione.

Molto a fuoco (in tutti i sensi) anche i Ricchi e Poveri. Ma non tutta la vita è un pezzo molto più interessante di quel che sembra, un tango-pop con atmosfere disco ben costruito. E poi diciamolo: il gruppo genovese ha rappresentato la quota camp essenziale alla macchina-Sanremo e Angela Brambati è la vera icona dei social (e della vita). In generale questo festival è stato dominato dalle canzoni uptempo con cassa dritta, con una quota minore di ballad. Poi c’è chi ha deciso di fondere le due cose in un unico pezzo come Rose Villain in Click boom!.

Ma Sanremo (purtroppo) non è solo musica. È arrivato il momento di affrontare gli elefanti nella stanza. A seconda serata già inoltrata Amadeus e Fiorello fanno ballare Il ballo del qua qua a un già abbastanza confuso John Travolta. Potrebbe bastare solo questo a generare espressioni attonite e preoccupate, ma la scia di sbigottimento è proseguita con le polemiche del giorno dopo tra liberatoria sì, liberatoria no, scarpe, loghi in bella vista, sponsor, lo spettro della pubblicità occulta (di nuovo) all’Ariston e la battuta-dissing di Russell Crowe (qualcuno ha fatto notare che forse il dissing non era rivolto a Travolta, ma ai posteri l’ardua sentenza). A far discutere è stato anche il monologo recitato dal cast di Mare Fuori 4 e scritto da Matteo Bussola che avrebbe dovuto affrontare il tema del femminicidio, almeno così lo aveva introdotto Amadeus. Lo scrittore ha, poi, specificato che il tema era, in realtà, quello delle relazioni in generale. Al di là di questo, ci si chiede innanzitutto perché affidare questa tematica a un uomo e non a una scrittrice o una persona che si occupa di studiare la violenza di genere. E del perché si scivoli sempre nella stessa retorica vuota. Di tutt’altro tenore il monologo con echi antispecisti e femministi con cui Teresa Mannino, co-conduttrice della terza serata, ha cercato di demolire la convinzione dell’uomo – cioè del maschio bianco, occidentale e ricco – di esercitare superiorità sulla natura, sugli animali, sui bambini e sulle donne. Ovviamente qualcuno (maschio) si è risentito, soprattutto per la storia delle formiche tagliafoglie, ma finalmente c’è stato un monologo che ha provato ad andare fuori dal canone del “solito-monologo-di-Sanremo”. Ancora diverso il tenore del dialogo in musica tra Stefano Massini e Paolo Jannacci, che hanno restituito dignità alle persone morte sul lavoro con la canzone L’uomo nel lampo. Un modo per rompere il silenzio su vite e morti che spesso restano sottotraccia e per ricordare “l’amore per i diritti che ci spettano”, come ha detto Massini. L’amore per la dignità ce lo ha ricordato anche Giovanni Allevi, che ci ha zittiti tutti e sul quale c’è davvero poco da aggiungere.

Come dimenticare la tiritera sulle proteste degli agricoltori, la cui partecipazione è stata prima quasi annunciata, poi smentita con i trattori alle porte della città, e alla fine si è conclusa con un comunicato letto velocemente dal conduttore e direttore artistico. È diventato un altro dei tanti ingranaggi che compongono la più grande macchina dell’intrattenimento italico, ormai metatelevisiva che fa il giro per arrivare alla rete e ai meme, per poi tornare a sé in modo autoreferenziale. L’era Amadeus ha sicuramente accentuato il potenziale memetico di Sanremo, che ha raggiunto il suo picco lo scorso anno con la storia di Blanco e le rose e con la stola “Pensati libera” di Chiara Ferragni (citata quest’anno da Fiorello nello striscione “Ama pensati libero”: la tv che arriva ai meme che ritorna a sé, dicevamo). Certo, quella è un’edizione difficile da battere, e quest’anno non ci sono stati grandi picchi fino al Travolta-gate, ma Marco Mengoni in veste di co-conduttore ha fatto il suo, con il cartello “Quanti ne mancano?” e con il “preserbacino”, incredibilmente senza scadere nell’imbarazzo delle solite gag sanremesi. Mentre salutiamo questi meme ci chiediamo già: quali saranno i trend del prossimo anno? Ci saranno?

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