Navalny non è né un santo né un eroe, ma una persona che ha scelto di lottare contro la corruzione non facendo sconti a nessuno. Pagando, a caro prezzo, le conseguenze

Nota del direttore: Alexei Navalny è morto il 16 febbraio 2024 in prigione, nella colonia penale n.3 dell’Okrug autonomo di Yamalo-nenets. Secondo quanto riportato dal dipartimento regionale del servizio penitenziario federale si sarebbe “sentito male dopo una passeggiata”. Dal Cremlino, al momento in cui l’autore scrive, non sono arrivate ulteriori informazioni.


All’inizio del dicembre del 2023 torna al centro del dibattito internazionale uno dei più noti oppositori, già in carcere dal 2021, del presidente russo Vladimir Putin. Per settimane non si hanno sue notizie, alle domande il governo russo risponde tramite il portavoce Dmitri Peskov che spiega che la Russia non ha “la capacità, il diritto o il desiderio di tenere traccia dei destini dei prigionieri che stanno scontando una sentenza emessa da un tribunale”. Il 25 dicembre viene scoperto il suo trasferimento in un’altra prigione, a Charp nella Yamalo-Nenetsia, una regione remota della Russia settentrionale oltre il Circolo Polare Artico che ospita diverse colonie penali. Pochi giorni prima del trasferimento era stata annunciata, dal team del dissidente, una campagna contro la rielezione di Putin alle presidenziali del 2024.

La storia di Alexei Anatolievich Navalny ha origine ben prima del 2023. Nato nel 1976, ha 24 anni quando si inizia a interessare alla politica e si iscrive al partito di opposizione Yabloko, ma ai russi è già noto da qualche anno. Dopo la laurea in legge Navalny inizia a occuparsi di corruzione e lo fa con un modo innovativo che, rimanendo sempre entro i binari della legalità, è quasi impossibile da ostacolare.

Nel 1998 Navalny – come lui stesso racconta al Guardian nel 2011 – investe “un po’ di soldi” in un’azienda di compravendita immobiliare affacciandosi al mondo azionario e scoprendo “che i consigli di amministrazione non pagavano i dividendi agli azionisti. Scorrendo la lista dei più ricchi, su Forbes, puoi capire facilmente dove vanno a finire i soldi”. A quel punto l’avvocato decide di acquistare piccole quote di società controllate dallo Stato, per lo più con consiglieri di amministrazione di nomina governativa. Divenendo azionista e avendo il diritto di conoscere la gestione del capitale, Navalny inizia a porre domande scomode sulle decisioni sui dividendi, sugli enti che beneficiano di una donazione e, soprattutto, a pubblicare tutto ciò che scopre su Internet, sul suo blog su Live Journal. L’azione di Navalny è perfettamente legale anche perché le informazioni in questione dovrebbero essere pubbliche, come stabilisce la legge russa, ma le aziende tendono a non diffonderle. Dalle pagine del suo blog, poi, lancia campagne e petizioni per mobilitare i cittadini e, in alcuni casi, dalle sue inchieste si passa ai processi.

Parallelamente al suo impegno civile contro la corruzione viene meno quello politico, o meglio, Navalny lascia il partito disilluso dalla sua efficacia e continua la sua battaglia, arrivando ad accusare anche esponenti del governo di aver intascato in modo illecito denaro appartenente ad alcune aziende.

L’avvocato si avvicina, inoltre, sempre di più al nazionalismo, negli anni ‘10 del nuovo millennio in Russia si sta sviluppando un acceso dibattito intorno all’eredità geopolitica dell’Unione Sovietica: se mantenerla in modo da salvaguardarne la struttura multietnica e multireligiosa (seppur profondamente compromessa dal crollo dell’URSS) o concentrarsi unicamente sulla popolazione etnicamente russa. Si delineano due fazioni che vedono i suoi attori principali in Navalny, spiccatamente propenso per la seconda posizione, e il presidente Vladimir Putin, che simpatizza per la prima. Salito al potere nel 1999, dal suo insediamento l’ancora presidente russo porta avanti diverse guerre e ne consegue una stagione di terrorismo che porta a una diffusione di sentimenti xenofobi e islamofobi nel Paese. Nel 2006 Navalny partecipa alla Marcia Russa, un raduno dell’ultra destra, e l’anno successivo fonda il movimento patriottico Narod, nello stesso anno viene diffuso un video che mostra l’avvocato paragonare gli abitanti musulmani del Caucaso settentrionale a scarafaggi, sostenendo che se gli scarafaggi possono essere uccisi con una paletta, per gli esseri umani è necessario usare le pistole. In un altro video appare vestito da dentista e sostenere: «tutto ciò che ci infastidisce dovrebbe essere accuratamente, ma inflessibilmente eliminato mediante la deportazione. Un dente senza radice è considerato morto. Un nazionalista è colui che non vuole che la radice ‘russa’ venga cancellata dalla parola ‘Russia’. Abbiamo il diritto di essere russi in Russia e proteggeremo questo diritto». Anni dopo Navalny ha assicurato che non si sarebbe più espresso in quel modo, ma senza prendere le distanze sui contenuti. Questi video e le dichiarazioni pro-nazionaliste vengono riconosciute internazionalmente come incitamento all’odio e scatenano un acceso dibattito intorno alla sua figura, così Amnesty International nel febbraio del 2021 ritira la designazione di “prigioniero di coscienza” (per poi ripristinarla a maggio dello stesso anno).

Inoltre nel 2008 l’avvocato appoggia l’intervento russo in Ossezia del Sud e Abkhazia ed è a favore della richiesta di espulsione di tutti i cittadini georgiani dalla Federazione Russa, mentre nel 2011 partecipa alla campagna Stop Feeding The Caucasus sostenendo che la Russia appoggiasse i regimi sanguinari nel Caucaso a discapito degli interessi sia dei russi, sia degli abitanti di quelle regioni.

Negli anni la popolarità di Alexei Navalny e del suo canale YouTube non fanno che aumentare e nel 2009 il quotidiano finanziario russo Vedomosti lo nomina Persona dell’anno sostenendo che le vicende dell’avvocato dimostrano “che anche un semplice cittadino può difendere i suoi diritti. Mentre i grossi investitori pensano solo ai loro interessi, questo uomo comune – senza un particolare status o potere – sta cercando di combattere il sistema”.
Nel frattempo la situazione politica russa muta: dopo i primi 10 anni di Putin alla Presidenza la crescita rallenta e le condizioni di vita dei cittadini peggiorano, così si fa strada una nuova generazione di russi che chiede benessere e, soprattutto, democrazia. Sono continui gli scandali di corruzione che coinvolgono uomini vicini al presidente, le elezioni politiche e locali sono percepite sempre più come una farsa e così tra il 2011 e il 2013 l’opposizione si fa più forte. Importante ricordare che in quegli anni alla guida delle proteste in Russia, accanto a Navalny, c’è il leader del Partito della Libertà Popolare, Boris Nemtsov, assassinato nel 2015 a pochi passi dal Cremlino appena due giorni prima la Marcia contro Vladimir Putin – Primavera.

Nel 2012, per la prima volta, il leader dell’opposizione viene condannato da un tribunale a tre anni e mezzo di reclusione con la condizionale e con obbligo di presentarsi al commissariato di polizia due volte al mese. Ad accusare Navalny e il fratello di appropriazione indebita per 30 milioni di rubli è la multinazionale russa Yves Rocher. Si tratta di fondi dell’azienda che i due avrebbero ottenuto con delle tariffe applicate dalla società di spedizioni della famiglia Navalny. L’anno successivo Navalny si candida a sindaco di Mosca, ottenendo il 29,24% dei voti, mentre il sindaco uscente, Sergei Sobyanin, si riconferma con il 51%.

Nel 2014 la politica estera torna al centro del dibattito russo, con lo scoppio del conflitto nel Donbass e l’intervento in Siria, Navalny non prende posizioni chiare su questi temi mentre continua ad attaccare Putin sulla corruzione senza mai sbilanciarsi a proposito della politica internazionale. In un’intervista di allora alla domanda di Aleksey Venediktovse lei diventasse presidente restituirebbe la Crimea all’Ucraina?Navalny nicchia e sostiene che “la Crimea non è mica un panino al prosciutto che si prende e si restituisce così”.

Nel 2017, il politico è vittima di un attacco compiuto da assalitori sconosciuti fuori dal suo ufficio della Fondazione Anti-corruzione con la zelyonka (una vernice probabilmente mescolata con componenti caustici) che gli causa la perdita dell’80% della vista dall’occhio destro. Nello stesso anno, a marzo, viene arrestato durante una manifestazione a Mosca e condannato a 15 giorni di carcere, oltre al pagamento di una multa di 20 mila rubli (circa 320 euro). A giugno e settembre viene nuovamente arrestato, l’anno seguente la Corte Europea dei diritti dell’uomo condanna la Russia al risarcimento di 50 mila euro per danni morali, 1.025 per danni materiali e 12.653 euro per le spese sostenute. Secondo i giudici gli arresti di Navalny intendevano “sopprimere il pluralismo politico”.

Intanto Navalny gode di una forte popolarità – e ha visto il suo team arricchirsi di giornalisti, attivisti e avvocati – e nel 2018 si candida alle presidenziali contro Vladimir Putin. La sua campagna elettorale si basa sulle inchieste intorno alla corruzione di personalità di spicco russe, ma pochi mesi dopo l’annuncio della candidatura la corte di Kirov riapre un procedimento per corruzione sospeso in passato e annulla la sua possibilità di correre alle elezioni, così Putin si trova praticamente solo e alle urne ottiene il 77% dei voti senza alcuna difficoltà.

Uno dei capitoli più significativi della storia non solo politica, ma anche personale, di Navalny si apre nel 2020: mentre si trova a bordo di un aereo per fare ritorno a Mosca da Tomsk l’avvocato si accascia a terra e passa giorni di agonia in ospedale. Tra mille difficoltà la famiglia ottiene il trasferimento a Berlino dove viene certificato l’avvelenamento tramite Novichok, una sostanza utilizzata dai servizi russi; Mosca nega ogni coinvolgimento ma Navalny, registrando tutto in video, contatta un funzionario dei servizi segreti russi fingendosi un alto ufficiale e ottiene rivelazioni sul coinvolgimento degli 007 russi nel suo avvelenamento. Non appena fa ritorno in Russia viene arrestato all’aeroporto Sheremetyevo di Mosca per aver violato la custodia cautelare. Proprio mentre viene trattenuto dalla polizia viene pubblicata un’inchiesta video tutta incentrata su Vladimir Putin e su un palazzo particolarmente sfarzoso che dovrebbe appartenere al presidente russo: è la prima volta che Navalny attacca frontalmente Putin e non più i suoi uomini di fiducia. Nello stesso anno la Fondazione Anti-corruzione viene chiusa dal governo, che sostiene abbia ricevuto finanziamenti dall’estero (mai formalmente provati).

A febbraio Navalny viene condannato a quasi tre anni di carcere, in molti in Russia si mobilitano e scendono in piazza a manifestare. A marzo 2021, dopo oltre due mesi di detenzione, l’avvocato proclama lo sciopero della fame denunciando il personale medico dell’ospedale, che si rifiuterebbe di visitarlo; ad aprile esce dal carcere per ricevere le cure necessarie a causa di una sospetta tubercolosi, vi rientra a giugno e a ottobre la commissione carceraria russa lo definisce “terrorista”. Nello stesso mese viene insignito del Premio Sacharov dal Parlamento europeo. A febbraio del 2022 ha inizio un nuovo processo a carico di Navalny per l’accusa di appropriazione indebita di donazioni fatte alla sua fondazione. È in carcere quando la Russia attacca l’Ucraina nel 2022 e la sua portavoce, su Twitter, scrive che Navalny invita i russi a “uscire e protestare contro la guerra” assumendo una posizione chiara contro l’iniziativa bellica.

A maggio del 2022 viene condannato ad altri 9 anni di carcere per frode e appropriazione indebita, a giugno è trasferito in una prigione di massima sicurezza ed è sottoposto a un regime carcerario ancora più duro di quello che gli era stato imposto fino a quel momento. L’anno successivo viene condannato ad altri 19 anni di carcere per aver fondato e finanziato attività e organizzazioni definite “estremiste” dalle autorità russe. Navalny è attualmente imputato in 14 processi e potrebbe essere condannato fino a 35 anni di carcere, che si andrebbero ad aggiungere ai 30 che sta scontando.

Emerge, dalla storia di Navalny, il fatto che non sia né un santo, né un eroe, ma una persona che ha deciso di fare della lotta alla corruzione in un Paese come la Russia la sua ragione di vita. Consapevole dei rischi che ciò avrebbe comportato. Non un santo, non un eroe, dunque, ma un coraggioso.