Contro ogni pronostico, perlomeno fino a un mese fa, il dissidente Faye del Pastef senegalese ha sconfitto il candidato del presidente uscente. La speranza di tutti è che questa vittoria spezzi una catena di violenze che da troppo tempo avvelena il Paese

Nel bene e nel male, la democrazia ha seguito il suo corso anche questa volta: il Senegal ha appena attraversato l’appuntamento elettorale più travagliato della sua storia, al culmine di settimane intere di proteste violentissime, preservando lo status di unico Paese dell’Africa occidentale a non aver mai subito un colpo di Stato. Domenica 24 marzo si sono tenute le elezioni presidenziali, con un’affluenza del 71%. Dei 19 candidati, anche se i risultati definitivi devono ancora essere confermati, la vittoria è andata a Bassirou Diomaye Faye con il 53,7% dei voti, un esito affatto scontato che grida voglia di cambiamento.

Per comprendere il valore di questa vittoria ci basta pensare che meno di un mese fa Faye si trovava rinchiuso in una prigione di Dakar, dove è stato per 11 mesi. Si potrebbe parlare di un caso in cui l’assenza di una campagna elettorale è essa stessa la campagna elettorale, ma il trionfo del dissidente anti-sistema era stato ampiamente anticipato dal clima delle piazze senegalesi, roventi nelle ultime settimane. Cominciamo proprio da lui: chi è Bassirou Diomaye Faye?

Bassirou Diomaye Faye dopo il suo rilascio (EPA/JEROME FAVRE)

44 anni, Faye è il più giovane presidente del Senegal e arriva allo scranno più alto senza aver mai ricoperto un incarico politico a livello nazionale. Presentandosi come una “scelta di rottura” e il candidato del “panafricanismo di sinistra“, Faye promette di tutelare la sovranità nazionale attraverso le rinegoziazioni degli ingiusti contratti di estrazione mineraria, petrolifera e di gas stipulati con le potenze straniere, pur assicurando che il Senegal “rimarrà il Paese amico e l’alleato sicuro e affidabile di ogni partner che si impegnerà con noi in una cooperazione virtuosa, rispettosa e reciprocamente produttiva”. 
La Presidenza Faye dovrà però soprattutto lavorare in direzione di una vera riconciliazione nazionale, raccogliendo i cocci lasciati dal presidente uscente Macky Sall. Quest’ultimo, avendo già concluso i due mandati consentiti dalla legge, ha nominato come suo “successore” nella coalizione di maggioranza l’ex primo ministro Amadou Ba, che però si ferma al 36,2%.

Negli ultimi mesi l’autoritarismo crescente e una tendenza repressiva del Governo sono culminati nel rinvio delle elezioni a poche ore dall’inizio della campagna elettorale: il voto, inizialmente previsto per il 24 febbraio, era stato rimandato a data da destinarsi da Sall ufficialmente a causa di una serie di dispute fra l’Assemblea Nazionale e la Corte costituzionale in merito alla validità di alcune candidature: è la goccia che fa traboccare il vaso. Nelle piazze già calde esplodono le proteste con la morte di quattro persone (solo nelle ultime settimane) e l’incarcerazione di centinaia di manifestanti, che raggiungono gli altri senegalesi arrestati nelle precedenti ondate di proteste contro la corruzione del Governo. E proprio in carcere c’è anche Faye, arrestato nel 2023 per aver criticato alcuni magistrati con un post sui suoi social.

Proteste a Dakar dopo l’annuncio del rinvio delle elezioni (EPA/JEROME FAVRE)

Faye viene scarcerato il 14 marzo grazie ad un’amnistia che Sall concede in extremis ai manifestanti arrestati nell’ambito delle contestazioni politiche dal 2021 a oggi, dopo aver precipitosamente fissato una data per le elezioni a cui però, intanto, mancano solo 10 giorni. A Faye viene negato anche il diritto di far trasmettere un proprio videomessaggio sulla rete nazionale: il Consiglio nazionale di regolamentazione dell’audiovisivo (CNRA) gli nega la diffusione perché a parlare è una sua collaboratrice, che non è candidata. Ma Faye non è l’unico candidato silenziato dalla censura di Sall. Le elezioni vengono precluse anche a Karim Wade, figlio dell’ex presidente Abdoulaye Wade del Partito Democratico Senegalese (Pds), escluso perché avrebbe una seconda nazionalità francese (da lui rinnegata, ma non entro le tempistiche legali secondo la Corte) che gli impedirebbe di ricoprire cariche elettive. «Non ho scuse da porgere, non ho fatto nulla di male. Vi parlo come presidente della Repubblica. Tutte le azioni che sono state intraprese lo sono state nel quadro della legge e dei regolamenti» si era giustificato Sall. Anche senza menzionare il ricorso alla censura dei social, con interruzioni frequenti e mirate della rete internet, anche al presidente uscente è sempre più chiaro che ormai la frittata è fatta. «Prometto di governare con umiltà e trasparenza» dichiara Faye appena eletto, e le prime parole che usa non sono casuali: nel suo discorso di accettazione alla stampa dichiara guerra alla corruzione: «vogliamo voltare pagina, riconciliare i cuori del popolo senegalese».

Ma per comprendere meglio il messaggio di Faye, e quindi scrutare nel futuro del Senegal, è di un altro personaggio che dobbiamo parlare: si tratta di Ousmane Sonko, considerato il principale rivale di Sall. In occasione del suo arresto nel giugno 2023 si scatenarono impetuose proteste duramente represse e sfociate con la morte di 16 persone. Del resto, gli ultimi tre anni di mandato di Sall erano stati caratterizzati da una fortissima polarizzazione dell’opinione pubblica, spesso sfociata in violente manifestazioni di piazza in cui i supporter del presidente (e la sua polizia) si scontravano con i sostenitori di Sonko.

Ousmane Sonko (EPA/JEROME FAVRE)

Anche lui uscito dal carcere grazie all’amnistia, a gennaio il Consiglio costituzionale lo aveva escluso dalla competizione a causa dei suoi diversi guai giudiziari (da lui ritenuti politicamente motivati), fra cui una condanna a due anni per abusi sessuali e una condanna in appello a 6 mesi per “diffamazione e insulto pubblico” nei confronti dell’ex ministro del Turismo Mame Mbaye Niang. Così il partito dei Patrioti africani del Senegal per il lavoro, l’etica e la fraternità (Pastef) da lui fondato ha scelto Faye come volto di Sonko. «Possiamo dire che Diomaye è l’altro Ousmane Sonko, la sua copia quasi perfetta, hanno la stessa visione, pensano allo stesso modo» dice un membro del loro staff. E in effetti la censura non ha fatto altro che accrescere la popolarità dei due; dal carcere e con i limiti del carcere portano avanti la loro campagna elettorale, con Sonko che intraprende anche uno sciopero della fame, poi interrotto per motivi di salute. Sonko e Faye, azzoppati dalla censura di Sall, si appoggiano persino ad altri candidati (Habib Sy e Cheikh Tidiane Dièye), sostenendo la loro corsa e sfruttando la loro visibilità per veicolare il proprio dissenso – il Governo, nel frattempo, ha sciolto anche Pastef.

Sostenitore di Bassirou Diomaye Faye regge una foto di Ousmane Sonko (EPA/JEROME FAVRE)

Oggi il Paese si dice pronto all’avvicendamento politico, ispirato dalla missione di Sonko. Il nome del 49enne, ex ispettore delle tasse, comincia a girare quando diventa un whistleblower e denuncia le irregolarità fiscali che testimonia nel suo lavoro. Una retorica aggressiva e squisitamente populista risveglia le coscienze, in particolare quelle più giovani, nauseate dal “vecchio” politico e affamate di “nuovo”. Le idee di panafricanismo e di sovranità nazionale permeano la comunicazione di Sonko, che per primo accende nel Paese un dibattito concreto sull’abbandono del franco CFA quale retaggio ostile del colonialismo francese. La redistribuzione delle ricchezze del Senegal, che da poco ha scoperto nuovi giacimenti di petrolio e gas, non può essere lasciata nelle mani di un’élite che si è dimostrata autoreferenziale e ingenerosa. Il Pastef tornerà certamente a nuova vita, tentando di incarnare le speranze di una nuova generazione che, a differenza nostra e solo per il momento, crede ancora nella democrazia.

di: Marianna MANCINI

FOTO: EPA/JEROME FAVRE