Il 27 gennaio è la Giornata della memoria: 79 anni fa l’Armata rossa liberava il campo di concentramento di Auschwitz. Era la fine dell’Olocausto
“Se comprendere è impossibile,
conoscere è necessario.
Perché ciò che è accaduto può ritornare,
le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate.
Anche le nostre”
[Primo Levi, Se questo è un uomo]
Quando le truppe sovietiche aprono i cancelli di Auschwitz ed entrano per la prima volta in quella che verrà rinominata la “fabbrica della morte”, ancora non hanno idea degli orrori che oltre la recinzione di filo spinato sono stati consumati. È il 27 gennaio del 1945, alla fine della Seconda Guerra Mondiale mancano una manciata di mesi: l’Armata Rossa sta marciando da nord a sud sull’Europa, per liberare i Paesi dall’occupazione nazista della Germania; la guerra ha portato morte, odio, disperazione, ma solo quando i cancelli del campo di concentramento tedesco – costruito nella Polonia occupata e destinato a diventare tristemente celebre da lì a poco – vengono abbattuti, la realtà del genocidio si manifesta in tutto il suo orrore.
Davanti ai soldati ci sono 7mila sopravvissuti. Settemila anime su circa un milione e 300mila che erano state deportate da quando Auschwitz era entrato in funzione. Un milione di morti: soprattutto ebrei, ma anche polacchi, Rom, Sinti, prigionieri di guerra sovietici, testimoni di Geova, avversari politici di Hitler; uomini, donne, bambini, senza distinzione. I soldati russi scoprono i cadaveri, trovano tonnellate di capelli, di unghie, di abiti, di scarpe; e poi ci sono gli strumenti di tortura. Le camere a gas.
Il resto lo scriveranno nei libri di storia. Il campo di concentramento era stato evacuato e in parte distrutto dalle SS (la milizia speciale tedesca destinata a svolgere compiti di polizia durante il regime) prima dell’arrivo dell’esercito, ma in seguito le stesse testimonianze dei carnefici hanno aiutato a ricostruire quanto accaduto. Il comandante Rudolf Franz Ferdinand Höss, primo comandante di Auschwitz e militare membro delle SS, dopo la guerra scrisse le proprie memorie nel carcere di Cracovia e non solo non espresse il minimo pentimento ma si mostrò anzi quasi orgoglioso per il compito che era riuscito a svolgere, che gli era stato affidato: lo sterminio di un intero popolo. Höss ammise di non essere in grado di stabilire la cifra esatta dei morti nel campo di sterminio, ma parlò sempre di “milioni di persone”. Un ricercatore del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, Franciszek Piper, negli anni ’90 riuscì a dare un’idea più precisa grazie agli archivi del campo e alle ricerche in loco: secondo Piper in totale gli ebrei che sbarcarono ad Auschwitz furono 1.100.000; circa 200mila furono registrati, gli altri 900mila vennero uccisi subito col gas, senza nessuna registrazione. Tra coloro che furono registrati, Piper annotò 83mila decessi, attestati con i certificati di morte redatti dall’amministrazione. Nel complesso si può dunque risalire a un milione di morti, 900mila con il gas, e 100mila presumibilmente tra i prigionieri.
Il giorno della Liberazione di Auschwitz è stato raccontato in modo tanto crudo quanto toccante da Primo Levi in La Tregua, forse la testimonianza che più di ogni altra ha saputo rievocare l’orrore del campo di concentramento, trasferendola sulle pagine di un volume diventato pietra miliare della nostra letteratura. E sempre da Levi è arrivata forte la richiesta che ciò che era stato non venisse dimenticato; non è un caso, dunque, se proprio il 27 di gennaio venne scelto dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite come data per la “Giornata internazionale di commemorazione in memoria delle vittime della Shoah”. Fu istituita il 1 novembre 2005 con la Risoluzione 60/7, a 60 anni dalla liberazione dei campi di concentramento.
Giornata della Memoria, un monito internazionale
In verità, il primo Paese a istituire una giornata commemorativa nazionale il 27 gennaio fu la Germania, nel 1996. In Italia il Giorno della Memoria è nato ufficialmente cinque anni prima rispetto all’Onu, nel 2000: la data fu scelta dal Parlamento italiano per ricordare le vittime della Shoah.
Quando le Nazioni Unite siglarono la risoluzione che designava il 27 gennaio come Giornata di commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto, esortarono gli Stati membri a “sviluppare programmi educativi per infondere la memoria della tragedia nelle generazioni future e impedire che il genocidio” potesse ripetersi.
Il 27 gennaio non è solo un giorno per ricordare: in verità è, prima di ogni altra cosa, un monito. Il monito a non dimenticare uno dei capitoli più buio della nostra storia, affinché non possa ripetersi, proprio come intimato da Primo Levi. “L’Olocausto, che provocò l’uccisione di un terzo del popolo ebraico e di innumerevoli membri di altre minoranze, sarà per sempre un monito per tutti i popoli sui pericoli causati dall’odio, dal fanatismo, dal razzismo e dal pregiudizio”, scrivono le Nazioni Unite.
Giornata della Memoria, l’Italia ricorda le leggi razziali
In Italia la Giornata della Memoria ha una doppia valenza. Con la legge del 20 luglio 2000 il 27 gennaio non viene solo designato quale data per ricordare la Shoah, ma anche per non dimenticare “le leggi razziali approvate sotto il fascismo, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, tutti gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte. E tutti coloro che si opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.
In tutta la Penisola vengono organizzati ogni anno eventi e manifestazioni per sensibilizzare e far riflettere le persone, e per mantenere viva la consapevolezza dei crimini commessi in passato.
Gli eventi per la Giornata della Memoria
In occasione del Giorno della Memoria sono numerosi i pellegrinaggi che vengono organizzati proprio ai campi di concentramento europei, soprattutto a quello di Auschwitz.
Quest’anno, in pieno clima di guerra con la devastazione in atto in Medioriente, ha fatto molto discutere la scelta di Elon Musk di recarsi in visita ad Auschwitz con la sua famiglia, dopo esser stato accusato di antisemitismo. Il miliardario americano ha preso parte a una visita privata all’ex campo di sterminio insieme al presidente dell’Associazione Auschwitz, ha deposto una corona di fiori e ha partecipato a una funzione commemorativa. Con loro anche il presidente dell’Associazione Ebraica Europea, Eja, il rabbino Menachem Margolin, il sopravvissuto all’Olocausto Gidon Lev e l’editorialista Ben Shapiro.
In occasione della visita, Elon Musk ha sottolineato che non si è trattato di un “tour di scuse” ma ha ammesso di essere stato “ingenuo” in merito al tema dell’antisemitismo, facendo riferimento alla polemica scoppiata su X. Lo scorso novembre infatti ha risposto a un utente che accusava gli ebrei di odiare i bianchi e si professava indifferente all’antisemitismo dichiarando “Hai detto la vera verità“. Musk ha sottolineato che è stato il “commento più stupido” che abbia mai fatto e in occasione della visita in Polonia ha affermato: «lo scopo di X è la ricerca incessante della verità, è permettere alle persone di dire ciò che vogliono, anche se è controverso, purché non infranga la legge».
Ci sono, tuttavia, moltissimi altri luoghi in cui ci si può recare per ricordare, luoghi che dovrebbero essere visitati almeno una volta nella vita. Per esempio la Fondazione Memoriale della Shoah, al Binario 21 Milano. Qui, sotto la Stazione Centrale, c’è il binario da cui partivano i convogli carichi di ebrei destinati ai campi di concentramento. Proprio da qui, tra il 1943 e il 1945 sono partiti migliaia di ebrei italiani, compresa la senatrice a vita Liliana Segre.
Altri luoghi in Italia sono il Quartiere ebraico di Venezia, dove è possibile visitare il Museo Ebraico, ma anche le sinagoghe e il cimitero; il Museo ebraico di Roma, aperto al pubblico dal 1960; il campo nazionale della deportazione razziale e politica di Fossoli, a 6 chilometri dal comune modenese di Carpi, dove transitavano tutte le persone che erano destinate ai campi di concentramento. Passò di qui anche Primo Levi, come raccontato in “Se questo è un uomo”.
Gli altri campi di concentramento
Oltre ad Auschwitz, è possibile visitare il campo di Buchenwald, vicino alla città di Weimar. Fu uno dei più grandi, in funzione dal 1937 al 1945. Si possono vedere ancora le baracche dei deportati, il quartiere delle SS e il campo 2, istituito dai Sovietici per rinchiudere i prigionieri di guerra tedeschi dopo il conflitto.
Il campo di concentramento di Mauthausen, nel nord dell’Austria: qui tutto è rimasto come è stato trovato dagli Alleati il 5 maggio 1945, giorno della liberazione. A Mauthausen si può vedere la Stanza dei nomi: qui sono riportate le identità di 81mila prigionieri identificati. Ce ne sono altri 120mila, ma non è mai stato possibile recuperarne i nomi.
Dachau, in Germania, vicino a Monaco di Baviera: fu il primo campo aperto dai tedeschi, divenne un modello su cui innalzare tutti gli altri.
Sempre in Germania ma in Bassa Sassonia è visitabile Bergen-Belsen, creato come campo per i prigionieri di guerra e poi riconvertito quando Hitler ha dato l’ordine di mettere in atto la “Soluzione finale”. Bergen Belsen è il campo di concentramento in cui fu deportata, e morì, Anne Frank.
La piccola Frank, divenuta uno dei simboli più forti della Shoah, viveva ad Amsterdam: oggi è possibile visitare il luogo in cui Anne e la sua famiglia si sono nascosti, inutilmente, per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi. Forse persino più del campo in cui la bambina è morta, questo luogo ricorda perché è così importante la Giornata della Memoria.
“Quel che è accaduto non può essere cancellato, ma si può impedire che accada di nuovo”
[Anne Frank, Il diario di Anne Frank]
di: Micaela FERRARO
FOTO: SHUTTERSTOCK

































