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    Home » Archivio Storico » 2024 » Patto sulle migrazioni: la storia aspetta ancora
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    Patto sulle migrazioni: la storia aspetta ancora

    Marianna ManciniDi Marianna ManciniFebbraio 22, 2024
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    Un pacchetto di cinque regolamenti chiamato a mettere ordine nel caos che da troppo domina i processi di immigrazione nell’Unione Europea. Una carta vincente per le prossime elezioni? Chiamate all’all-in, le istituzioni europee fanno check

    Facciamoci tutti una promessa: non utilizzeremo l’aggettivo “storico” per parlare del Nuovo Patto in materia di asilo e migrazione dell’Unione Europea. Non solo perché praticamente tutti i protagonisti di questo accordo politico (ancora in via di formalizzazione) non hanno atteso nemmeno la prima firma per parlare di un “accordo storico”, ma perché il titolo sensazionalistico è fuorviante rispetto ad un processo, quello di revisione delle politiche e delle legislazioni sulle migrazioni, che in Europa è in atto da anni, fra stalli che in realtà sono bracci di ferro e annunci clamorosi cui quasi mai corrisponde una tempistica certa. Quello che i Ventisette hanno raggiunto il 20 dicembre 2023 è un piccolo passo coerente in un’ottica di lungo periodo, ma come tutti i tasselli che compongono un puzzle non ha grande valore se non si accorda perfettamente con gli altri incastri. Di storico, peraltro, non registriamo nemmeno il fatto che l’Unione si sia trovata finalmente coesa e unita nell’azione. La solita Ungheria ha già precisato di respingere “con forza” il Patto: «non lasceremo entrare nessuno contro la nostra volontà». Chissà quanto costerà al chilo piegare la volontà di Viktor Orban.

    Di storico, invece, c’è sicuramente l’impresa, per un cittadino europeo che voglia valutare il lavoro delle istituzioni europee a una manciata di mesi dal loro rinnovo, di comprendere in cosa consiste questo Patto. Al termine di un complicatissimo trilogo (così si chiama il dialogo fra Commissione, Consiglio e Parlamento) le parti hanno trovato un accordo su cinque regolamenti-pilastri che hanno un obiettivo principale: unificare i regolamenti e le procedure nazionali di immigrazione in un unico codice europeo. L’accordo è ancora prettamente politico e di indirizzo, né tocca tutti gli aspetti connessi al fenomeno, ma fissa dei punti saldi attorno ai quali si configurerà la politica di frontiera del Vecchio Continente. Le istituzioni europee, in primis la Commissione che ha presentato la prima bozza di questo patto nel 2020, hanno entrambi i piedi sull’acceleratore: l’obiettivo, entro giugno 2024, è ultimare la stesura dei testi giuridici veri e propri, approvati da Parlamento e Consiglio; a quel punto voterà il testo anche il Coreper – tempistiche non fortunatissime. Proprio per giugno, oltre al rinnovo dell’emiciclo, è atteso il passaggio di testimone della Presidenza di turno Ue dal Belgio proprio all’Ungheria. Ma andiamo con ordine.

    I cinque pilastri del Patto corrispondono ad altrettanti regolamenti su: gestione asilo e migrazione, procedure d’asilo, crisi, screening ed Eurodac. Il primo regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione contiene una delle principali novità del Patto, la cosiddetta “solidarietà obbligatoria”, un meccanismo che di obbligatorio non ha granché (di solidarietà forse ancor meno). La riforma sostituisce il precedente impianto di Dublino pur mantenendone gli stessi principi: la richiesta di asilo andrà necessariamente presentata nel Paese di primo arrivo, come in passato, ma si contempleranno deroghe in caso di ricongiungimento familiare, conoscenza pregressa della lingua di un altro Paese o volontà di acquisire un preciso titolo di studio. Fallito il meccanismo di solidarietà volontaria, il regolamento prova a introdurre una componente vincolante sulla partecipazione di tutti gli Stati alla gestione dei flussi, spacchettandola in due azioni: la partecipazione al ricollocamento dei migranti e il contributo economico alla causa (quantificato in 20mila euro per ciascun migrante non accolto). Ogni anno a ciascun Paese saranno attribuite delle quote di richiedenti asilo e di fondi sulla base di Pil e popolazione, con un fisso minimo di 30mila ricollocamenti e 600 milioni di finanziamenti annui. Ciascuno Stato potrà quindi decidere come contribuire, optando per una delle due azioni o combinando entrambe.

    Più che un giusto dazio, questa introduzione rischia di essere l’ennesima scorciatoia legale per lavarsi la coscienza ma soprattutto rifarsi l’immagine, protetti dall’egida del dio denaro. Il nodo dolente non è solo questione di principio, ma di sostanza: a chi andranno questi finanziamenti? I soldi confluiranno in un fondo destinato sia al finanziamento di mezzi e procedure di accoglienza nei Paesi sotto pressione migratoria sia a misure di gestione dei flussi in Paesi extra-Ue. Ed è proprio su questo punto che attacca la CGIL. Secondo la segretaria confederale Maria Grazia Gabrielli questo Patto abilita un “meccanismo di mercificazione che sostituisce ai ricollocamenti i versamenti in denaro” e rischia di non ridurre affatto la pressione sui Paesi di primo arrivo, anzi finanzia “Paesi terzi di transito o origine dove si conoscono le condizioni al limite dell’umanità in cui spesso vengono tenuti i migranti”. Le istituzioni europee cercano soluzioni “a monte”, mettendo in campo azioni per disincentivare le migrazioni di massa anche nell’ottica di prevenire i disastri in mare cui ci siamo tristemente assuefatti. Dall’altra parte della barricata, le associazioni accusano Bruxelles che anziché la soluzione esternalizza solo il problema. Lo spiega la direttrice dell’Ufficio Istituzioni Europee di Amnesty International Eva Geddie secondo cui il Patto “non sostiene concretamente Paesi come l’Italia, la Spagna o la Grecia, e invece di dare priorità alla solidarietà attraverso i ricollocamenti gli Stati potranno semplicemente pagare per rafforzare le frontiere esterne o finanziare Paesi al di fuori dell’Ue”. Il cortocircuito sembra qui essere più operativo che ideologico, ma in ballo c’è ben più della posta politica della Commissione che si gioca la rielezione oscillando fra interessi e posizioni distantissime.

    Fra le novità più significative del Patto c’è anche l’introduzione di una nuova procedura di esame delle richieste di asilo. Si tratta della “border procedure”, cui accederanno solo alcune categorie di persone: coloro che rilasciano dichiarazioni false alle autorità, individui ritenuti pericolosi o i cosiddetti migranti economici, quindi soggetti provenienti da Paesi considerati sicuri il cui tasso di riconoscimento di asilo sia inferiore al 20%. In totale si potrà applicare questo trattamento accelerato a massimo 30mila persone alla volta in tutta Europa. Attraverso la procedura accelerata (durata massima: 12 settimane) lo Stato di primo arrivo potrà valutare la richiesta dei migranti anche quando questi non siano ancora considerati giuridicamente nel suo territorio. È proprio questo punto a far drizzare le orecchie a ONG e associazioni di tutela dei diritti umani, preoccupate dalle condizioni di detenzione nelle strutture durante la border procedure, anche se la Commissione promette di vigilare sulle autorità nazionali.

    La border procedure è contemplata anche in altri casi oltre a quelli citati: il terzo Patto siglato è il regolamento sulle crisi, che si attiva in circostanze straordinarie quali massicce ondate migratorie o come sarebbe stata la pandemia di Covid. In una situazione straordinaria uno Stato può chiedere di attivare lo status di crisi, in modo da poter adottare la border procedure anche quando il tasso di riconoscimento dell’asilo del Paese di provenienza è sotto al 50%. In più, si potrà fare richiesta alla Commissione affinché il fondo di solidarietà copra totalmente le spese dello Stato in situazione di crisi, per un periodo massimo di 12 mesi. E i ricollocamenti? Ancora una volta, nessuna obbligatorietà per gli altri Stati di farsi carico della pressione nei Paesi di primo approdo, perché sarà sempre il Consiglio Ue a dover stabilire eventuali redistribuzioni di migranti.

    Infine, gli ultimi due patti regolano le procedure di screening e i controlli di accertamento dell’identità delle persone straniere. Bruxelles qui rivendica un “meccanismo di monitoraggio forte e indipendente in ogni Stato, per proteggere i diritti fondamentali” dei migranti che si sottopongono a screening di sicurezza, salute e vulnerabilità. A tal proposito, si aggiornano anche i termini di Eurodac, la banca dati già esistente che raccoglie prove biometriche per l’accertamento dell’identità degli stranieri (si abbassa per esempio l’età minima, da 14 a 6 anni).

    Tirando le fila del discorso, abbiamo capito che quello che chiamiamo Patto sulle migrazioni è in realtà parte di una raccolta di più Patti, tanto che nel pacchetto originario le proposte legislative erano 14 e comprendevano anche un riordino in materia di rimpatri, compresi quelli volontari, con una nuova strategia operativa in supporto a Frontex. La materia è estremamente variegata, così come le posizioni politiche dei negoziatori, e dunque ben venga celebrare i passi avanti come mattoncini di una nuova interoperabilità europea. Intanto però le critiche al Patto non mancano, e non parliamo solo delle oltre 50 fra associazioni e ONG che hanno sottoscritto una lettera di bocciatura del “sistema crudele” in atto. Il Patto è osservato speciale anche delle Nazioni Unite: l’Agenzia Onu per le Migrazioni (OIM) ha infatti già rivolto un appello a Bruxelles per chiedere di “mantenere la promessa del rispetto dei diritti dei migranti e di soluzioni fattibili al centro delle politiche e delle pratiche”. Il monito dell’OIM chiama in causa anche i disastri climatici, tremendo acceleratore di un fenomeno come l’immigrazione, già strutturale in tutte le “aree vulnerabili da un punto di vista climatico”.

    Il messaggio è corale: rafforzare i percorsi migratori regolari attraverso canali sicuri e controllati. Per farlo serve coordinazione con i Paesi partner di partenza e/o di transito, ma anche un dialogo con le piccole e medie imprese che potrebbero essere protagoniste avvantaggiate di un flusso migratorio sotto controllo. Dopotutto è realista anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che parla di regole “migliori” rispetto al precedente Patto e di un “meccanismo serio che impegna gli altri Paesi a fare un lavoro di redistribuzione”, un punto questo non del tutto vero come abbiamo visto. Ma poi ammette anche: «quel patto non è la soluzione, non risolveremo i problemi dei migranti se pensiamo di gestirli solo quando arrivano. C’è un lavoro da fare a monte e che l’Italia non può fare da sola, tutto il G7 e prevalentemente l’Europa devono pensare all’Africa che è un Continente potenzialmente ricchissimo ed una vittima di una destabilizzazione».

    Pensare al prima, alle radici dei migranti che partono, e al dopo, alla società chiamata ad assorbire i migranti che restano: ecco ciò che manca al Patto sulle migrazioni, che nemmeno si propone di essere esaustivo e sicuramente non possiamo definire storico. Un primo, discreto passo sarebbe già riuscire a interrompere il gioco della patata bollente sulla pelle altrui.

    BOX – Gli Stati saranno costretti ad accogliere immigrati provenienti da altri Paesi?

    Come detto, i Paesi europei non saranno costretti ad accogliere migranti approdati in un altro Stato: i più frugali potranno declinare in conio tutta la loro parte di responsabilità. E nel caso in cui le offerte di ricollocamento non fossero sufficienti a rispondere ad un’ondata migratoria? I Paesi sotto pressione potranno chiedere alle altre nazioni di farsi carico della richiesta di asilo dei migranti al posto suo, ma solo dei cosiddetti “dublinati”, ossia persone che si sono già (illegalmente) spostate dal Paese di primo arrivo ad un altro Stato Ue. Il problema dei mancati ricollocamenti, si capisce, è tutt’altro che arginato e le polemiche fra Governi nazionali tutt’altro che messe a tacere.

    Puoi ascoltare questo articolo nel nostro Podcast:

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