La maggior parte delle vittime della guerra nella Striscia sono donne e bambini. Le vite dei più piccoli sono appese a un filo
Non c’è pace nella Striscia di Gaza. Nel momento in cui scriviamo gli attacchi israeliani hanno ucciso oltre 28mila palestinesi, la maggior parte donne e bambini. Sono in media 420, secondo l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), i bambini uccisi o feriti al giorno. Le condizioni sono infernali, la situazione umanitaria è catastrofica, come ha dichiarato l’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. Cibo, acqua potabili e medicinali sono insufficienti, gli ospedali – quelli non distrutti – sono sopraffatti, il carburante per mantenere in funzione le macchine per l’ossigeno sta finendo e i medici spesso sono costretti a effettuare operazioni senza anestesia. I bombardamenti non solo uccidono ma impediscono il passaggio e la consegna degli aiuti umanitari.
Ovviamente il deterioramento del sistema igienico-sanitario aumenta il rischio di malattie. Medici senza frontiere denuncia da tempo l’estrema difficoltà di lavorare, portare aiuti umanitari e gli attacchi contro le strutture ospedaliere e il personale medico, come si legge nel manifesto redatto per chiedere il cessate il fuoco permanente. Anche altre organizzazioni umanitarie hanno riferito di numerose uccisioni tra i membri dei loro staff.
A gennaio la Corte internazionale di giustizia dell’Aja ha ordinato a Israele di adottare tutte le misure necessarie per evitare il genocidio della popolazione palestinese a Gaza, in merito al caso presentato dal Sudafrica. La Corte, però, non ha ordinato il cessate il fuoco.
Nelle scorse ore l’esercito israeliano è entrato nel Nasser Medical Complex, a Khan Younis. Si tratta del più grande ospedale rimasto aperto nella Striscia di Gaza, dove si sono rifugiati migliaia di palestinesi.
La popolazione sfollata di Gaza, circa 1,3 milioni, si trova stipata nella città di Rafah in un’area “pari a meno di un quinto della superficie totale dell’enclave, senza alcuna possibilità di fuga, mentre gli attacchi israeliani si intensificano”, scrive Save the Children. 610mila sono bambini.Più di metà della popolazione è fuggita dalle zone al nord e al centro della Striscia, colpite dagli attacchi israeliani, proprio seguendo gli “ordini di evacuazione” di Israele. Le persone, continua l’associazione che si occupa di sostenere e salvaguardare i bambini nel mondo, sono intrappolate in un’area di 62 chilometri quadrati, senza contare che la Striscia di Gaza era già una delle zone più densamente popolate al mondo: prima della guerra erano circa due milioni di abitanti in 360 chilometri quadrati.
La situazione era drammatica già prima degli attacchi di Hamas del 7 ottobre, che hanno ucciso 1.200 civili israeliani. Nel suo rapporto la dottoressa Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, spiega che dal 2008 al 6 ottobre 2023 “1.434 bambini palestinesi sono stati uccisi e altri 32.175 hanno riportato ferite, principalmente per mano delle forze di occupazione israeliane. Di questi, 1.025 bambini sono stati uccisi solo a Gaza, dall’inizio del blocco illegale nel 2007. Nello stesso periodo, 25 bambini israeliani sono stati uccisi, per lo più da assalitori palestinesi, e 524 sono rimasti feriti. Tra il 2019 e il 2022, 1.679 bambini palestinesi e 15 bambini israeliani hanno subito lesioni fisiche durature, molte delle quali hanno subito invalidità permanenti”.
Tra la fine di gennaio e febbraio sono arrivati in Italia i primi bambini palestinesi per essere curati negli ospedali italiani nell’ambito di una missione umanitaria che prevede di portare nella Penisola 100 minori. I primi 11 bambini, insieme ai loro familiari, sono arrivati a fine gennaio all’Aeroporto militare di Ciampino (Roma) da Al-Arish, in Egitto, con un C-130 dell’Aeronautica militare coordinato dal Comando vertice interforze. Nelle settimane seguenti sono arrivati altri minori che verranno curati all’ospedale Bambin Gesù di Roma, al Rizzoli di Bologna, al Gaslini di Genova e al Meyer di Firenze.
Il fattore demografico e anagrafico è cruciale. L’età media della popolazione della Striscia è di 19 anni: il 39,8% ha tra zero e 14 anni. Il tasso di mortalità infantile è di 14 morti ogni 1000 bambini nati vivi (in Italia è di 3 ogni 1000). Il vicedirettore dell’UNICEF Ted Chaiban ha dichiarato che quella in corso a Gaza è una “guerra contro i bambini”. Lo stesso Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia ha descritto la Striscia di Gaza come “il luogo più pericoloso al mondo per un bambino”.
I bombardamenti ma anche il blocco delle forniture di cibo, acqua, elettricità imposto da Israele hanno un impatto devastante sulle condizioni psico-fisiche dei bambini e delle bambine. Nel gennaio 2024 Save the Children ha lanciato un ulteriore allarme, sottolineando che le scorte di cibo stanno finendo molto più velocemente di quanto possano essere reintegrate attraverso i pochi aiuti umanitari consentiti. Sono 335mila i bambini al di sotto dei cinque anni a grave rischio malnutrizione o fame, avverte l’associazione. A causa della fame i bambini e le bambine sviluppano patologie come la polmonite o la diarrea, che diventano la prima causa di morte.
La vita a Gaza è sempre appesa a un filo, e bambine e bambini vedono minacciata la loro possibilità di crescere e studiare. Spesso le scuole, come altri edifici pubblici, diventano rifugio per le persone sfollate. Anche le scuole, come gli ospedali, però, sono colpite dai bombardamenti. L’istruzione sembra solo un miraggio per i più piccoli.
La situazione si è ulteriormente complicata dopo le accuse di un presunto coinvolgimento di 12 dipendenti dell’UNRWA negli attacchi del 7 ottobre. Alcuni Stati hanno quindi deciso di sospendere i finanziamenti all’agenzia dell’Onu mentre il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz ha affermato che “Israele farà in modo che l’UUNRWA non sia parte del dopoguerra a Gaza”. L’UNRWA gestisce 284 istituti scolastici nella Striscia di Gaza – alcuni dei quali colpiti dai raid israeliani – 294mila studenti e 100mila docenti. Fondata nel 1949, oltre a costruire scuole, cliniche e campi da gioco, si occupa di fornire generi alimentari e assistenza abitativa. L’agenzia ha, dunque, un ruolo importantissimo nella vita della popolazione palestinese, che vede ora messi a repentaglio aiuti, servizi e attività essenziali.
Secondo l’ultima stima dell’UNICEF, a Gaza sono 19mila i bambini rimasti orfani o soli, senza alcun adulto che possa prendersi cura di loro. Il capo delle comunicazioni dell’UNICEF Palestina Jonathan Crickx ha dichiarato alla BBC che “molti di questi minori sono stati ritrovati sotto le macerie o hanno perso i genitori nel bombardamento della loro casa”.
Le condizioni dei minori non sono migliori nel resto dei Territori palestinesi occupati (Striscia di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est controllati da Israele dal 1967 dopo la Guerra dei 6 giorni). Secondo la ricerca Injustice di Save the Children pubblicata nel 2023 ogni anno in Cisgiordania sono tra 500 e 1000 i minori palestinesi trattenuti dai militari israeliani. L’associazione, che ha eseguito lo studio con un’organizzazione partner, ha ascoltato 228 minori che hanno passato in carcere da uno a 18 mesi. Molti di loro, emerge dall’indagine, sono stati picchiati, ammanettati e bendati durante l’arresto, non hanno avuto accesso all’assistenza legale e sono stati privati di acqua, cibo e sonno. Spesso l’accusa è il lancio di pietre, che può comportare anche fino a 20 anni di reclusione.
Ad avere un ruolo in tutto questo è la detenzione amministrativa applicata dalle autorità israeliane, che prevede la restrizione della libertà di un individuo senza alcun processo e che viene motivata dalle stesse autorità sulla base di ragioni di sicurezza e di informazioni fornite dai servizi segreti israeliani, in particolare lo Shin Bet. Le informazioni, però, spesso non vengono riferite né alle persone accusate né ai loro legali. Le ordinanze possono essere rinnovate di 6 mesi in 6 mesi.
In base all’articolo 78 della Quarta Convenzione di Ginevra , che riguarda la protezione della popolazione civile in tempo di guerra,“se la Potenza occupante ritiene necessario, per imperiosi motivi di sicurezza, di prendere misure di sicurezza nei confronti di persone protette, essa potrà tutt’al più imporre loro una residenza forzata o procedere al loro internamento. Le decisioni relative alla residenza forzata o all’internamento saranno prese seguendo una procedura regolare che dovrà essere fissata dalla Potenza occupante, conformemente alle disposizioni della presente Convenzione. Questa procedura deve prevedere il diritto di appello degli interessati. I ricorsi d’appello devono essere decisi entro il più breve termine possibile. Se le decisioni sono mantenute, esse saranno sottoposte ad una revisione periodica, possibilmente semestrale, a cura di un organismo competente istituito da detta Potenza”.
L’articolo 100 recita: «La disciplina nei luoghi d’internamento dov’essere compatibile con i principi d’umanità e non comprenderà in nessun caso regolamenti che impongano agli internati fatiche fisiche pericolose alla loro salute o vessazioni di carattere fisico o morale».
Va ricordato, inoltre, che nel 1991 Israele ha firmato la Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che riguarda la protezione dei diritti dei minori. L’articolo 37 della Convenzione afferma che ogni Stato deve vigilare affinché “nessun fanciullo sia sottoposto a tortura o a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti”. In base all’articolo nessun minore deve essere “privato di libertà in maniera illegale o arbitraria” e “l’arresto, la detenzione o l’imprigionamento di un fanciullo devono essere effettuati in conformità con la legge, costituire un provvedimento di ultima risorsa e avere la durata più breve possibile”. Inoltre, “i fanciulli privati di libertà” devono godere del “diritto ad avere rapidamente accesso a un’assistenza giuridica o a ogni altra assistenza adeguata, nonché il diritto di contestare la legalità della loro privazione di libertà dinanzi un Tribunale o altra autorità competente, indipendente e imparziale, e una decisione sollecita sia adottata in materia”.

La vita nella Striscia di Gaza
Si tratta del peggioramento di una situazione già drammatica. La vita degli abitanti della Striscia di gaza era già fortemente limitata dal blocco terrestre, aereo e marittimo imposto da Israele dal 2007. In quell’anno Hamas, in seguito alla vittoria alle elezioni legislative del 2006 e dopo aver formato un governo di unità nazionale palestinese con Fatah, prese il controllo della Striscia durante la battaglia di Gaza e sostituì i funzionari di Fatah. Da allora tutte le forniture di beni essenziali non prodotti all’interno della Striscia, come l’acqua potabile, i medicinali, l’energia elettrica e il carburante dipendono da Israele e dall’Egitto. Il blocco è stato fortemente criticato dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite e da altre associazioni umanitarie, come Amnesty International , che lo ha definito “illegale” e “disumano”. Israele ha sempre giustificato il blocco sostenendo la necessità dei controlli per fermare l’arrivo di armi a Hamas, ma nei fatti ha avuto pesantissime conseguenze sulla popolazione. Israele continua a mantenere il controllo dello spazio aereo e delle acque di Gaza.
I blackout sono sempre stati frequenti a Gaza, in quanto le forniture di energia elettrica sono sempre state molto risicate, dalle 8 alle 11 ore al giorno, ma in alcuni periodi anche due. Molti edifici pubblici privati si sono quindi dotati di generatori elettrici di emergenza, che però spesso non possono essere utilizzati proprio a causa della mancanza di carburante. A questo punto non è complesso capire perché il sistema sanitario non sia mai riuscito a svilupparsi in modo adeguato alle necessità della popolazione.
Anche l’acqua è un enorme problema a Gaza. La maggior parte dell’acqua proviene dalla falda acquifera costiera, unica fonte disponibile. Molte infrastrutture idriche, gravemente danneggiate nei conflitti precedenti, non sono mai state riparate. Le dure restrizioni imposte da Israele hanno contribuito al deterioramento della rete idrica e fognaria, ostacolando le forniture nella Striscia delle attrezzature necessarie alla manutenzione delle infrastrutture idriche. Senza contare le conseguenze dei raid aerei, che hanno provocato la fuoriuscita delle acque fognarie in superficie. L’acqua, inoltre, è spesso contaminata e non sicura per la popolazione.
Nella Striscia sono presenti impianti di desalinizzazione dell’acqua, gestiti da privati, che, però, spesso sono malfunzionanti e difficili da riparare, come abbiamo visto pocanzi. A causa dei bombardamenti israeliani anche questa rete di approvvigionamento è ormai fuori uso, così come gli impianti di trattamento delle acque reflue. Nell’ottobre 2023 Israele ha imposto il blocco totale delle forniture idriche, dunque gli abitanti hanno a disposizione appena due litri di acqua a testa al giorno. Dall’inizio dell’offensiva israeliane le persone sono costrette a bere acqua non potabile o di mare. Questo, ha messo in luce l’UNICEF, espone la popolazione, i bambini in particolare, “alla disidratazione, alla diarrea, alle malattie e alla malnutrizione, tutti fattori che possono aggravarsi e rappresentare una minaccia per la loro sopravvivenza”.
Una situazione che aggrava l’insicurezza alimentare, già logorata dalle imposizioni israeliane su agricoltura e pesca: nelle zone al centro e al sud, ad esempio, è possibile pescare fino a una distanza di 15mila miglia nautiche (28 chilometri circa).
Inoltre, lasciare Gaza è difficilissimo: la Striscia è interamente circondata da Israele e a sud confina con l’Egitto, che controlla il valico di Rafah. Per entrare in Israele è necessario un permesso che di solito viene rilasciato a lavoratori, operatori umanitari e pazienti. Anche entrare nella Striscia di Gaza è molto complicato, se non addirittura impossibile. Per entrarvi da Erez, kibbutz nel sud-ovest di Israele, è necessario un permesso speciale dell’esercito israeliano che, però, viene rilasciato solo in casi rarissimi.
di: Francesca LASI
FOTO: ANSA/EPA/MOHAMMED SABER