A 20 anni dall’omicidio della giornalista e del video-operatore Miran Hrovatin, che cosa resta di un’inchiesta opaca e mai conclusa? Ne parliamo con Mariangela Gritta Grainer, già deputata e portavoce della comunità #NoiNonArchiviamo

Nel 2023 in tutto il mondo 45 giornalisti hanno perso la vita mentre cercavano la verità sul campo. È il dato più basso registrato da Reporter senza frontiere dal 2002, ma le voci libere, gli sguardi curiosi e le orecchie aperte non sono al sicuro. Non lo sono neppure oggi, quando il calendario degli anniversari ci ricorda impietoso che 30 anni fa la giornalista Ilaria Alpi e il cineoperatore Miran Hrovatin venivano uccisi a sangue freddo a Mogadiscio. Era il 20 marzo del 1994 e la sete di “ingiustizia” non è sopita: ogni giorno di impunità trascorso dagli assassini (e dai mandanti) l’ha invece resa sempre più insopportabile. Ricordare il coraggio di Alpi e di un giornalismo indipendente che non conosce censure è il minimo che un Paese democratico possa fare per definirsi tale, ma il ricordo non ci basta più.

Ilaria Alpi (ANSA)

L’ironia della sorte aveva voluto che anche il bisnonno paterno di Alpi trovasse la morte in Somalia, a La Folet nei pressi di Mogadiscio dove era stato assassinato insieme ad altre persone nel 1896. Prima di partire, Ilaria rassicurava i genitori: «potete stare tranquilli, perché noi alla Somalia abbiamo già dato» scherzava, e chissà se sapeva di sbagliarsi. Lo raccontavano i suoi genitori, Luciana e Giorgio Alpi, instancabili combattenti per la verità scomparsi prima di ottenere giustizia terrena. «Ci incontrammo la sera dopo la prima audizione della Commissione: non ci siamo più lasciati» ci racconta Mariangela Gritta Grainer, che nel 1994 è deputata componente della la bicamerale d’inchiesta sulla cooperazione con i Paesi in via di sviluppo che si è occupata del caso Alpi. «Da trent’anni sono parte di questa storia tragica, – prosegue come per una specie di giuramento fatto a Luciana e Giorgio, per l’intreccio fra un’appassionata ricerca della verità e una storia privata di dolore, sofferenza e fortissima amicizia». Grazie all’instancabile lavoro di Grainer e al supporto della comunità #NoiNonArchiviamo, oggi “abbiamo collezionato tutti i pezzi di un puzzle che in molti volevano che non completassimo“. A partire dal primo grande depistaggio che porta alla condanna di un innocente.

Chi era Ilaria Alpi?

È il 1994 e Ilaria Alpi, 33 anni, è giornalista nella famiglia Rai. Da circa due anni è inviata del TG3 in Somalia dove ufficialmente segue la missione di pace dell’Onu Restore Hope, dopo la guerra civile che aveva fatto cadere Siad Barre. Alpi si muove accompagnata da un autista, a volte anche da un addetto alla sicurezza, e dal suo cameraman Miran Hrovatin, fotografo triestino di origini slovene. Il 20 marzo i due stanno viaggiando a bordo di un Suv Toyota insieme all’autista Sidi Ali Abdi e al vigilante armato Mohamed Nur Aden. Alpi e Hrovatin sono di ritorno da Bosaso, piccolo puntino nel nord del Paese ma dalla grande rilevanza politica ed economica, dove Ilaria si è subito voluta recare per intervistare il “sultano” Abdullahi Moussa Bogor.

Proprio quando sono nei pressi dell’ambasciata italiana, nel quartiere Shibis, a pochi metri dall’Hotel Hamana un commando, pare di 7 persone, tende loro un agguato. Ilaria e Miran sono raggiunti da due colpi, uno ciascuno, dritti alla testa. L’autista e il vigilante rimangono completamente illesi, mentre i due reporter muoiono sul colpo. Ciò che succede da quel momento in poi, 30 anni dopo, è ancora celato da una membrana opaca. I traffici di rifiuti tossici, le armi sottobanco, i servizi segreti, la Jugoslavia, il Gladio, la Moby Prince, la CIA: sembra pane per complottismo ma sono solo alcuni dei tasselli necessari a una ricostruzione complessiva di quello che è successo a Mogadiscio.

Mariangela Gritta Grainer durante la cerimonia African Requiem, 20 marzo 1994: appunti di fine giornata, 2014 (ANSA/ ANGELO CARCONI)

Che qualcosa non torni in questo delitto lo si comprende da subito, ci racconta Gritta Grainer, consulente alla Commissione parlamentare sulla morte della giornalista fra il 2004 e il 2006: «non c’è nessuna autorità all’arrivo delle bare a Ciampino nella notte 21/22 marzo; i bagagli sono già stati violati, rubati block notes di Ilaria e videocassette registrate, e ancora ci sarà chi ci mette le mani per recuperare forse altro. Il trasbordo dei cadaveri dalle bare di alluminio a quelle di legno avviene sempre senza il magistrato o altre autorità e senza la famiglia… altri dettagli sono davvero macabri». L’intervista con il sultano dura almeno due ore (come dichiara lui stesso in audizione alla Commissione, quasi al termine dei suoi lavori), anche se di quel girato, in Rai, arriveranno appena 15 minuti di video. Tornata a Mogadiscio, Ilaria fa due chiamate, una a sua madre e una a viale Mazzini, e in entrambe preannuncia la pubblicazione di “cose grosse” nel servizio che sta preparando, e che non vedrà mai la luce del sole. Due rapporti ufficiali dell’intelligence di Unosom (la prima missione ONU in Somalia) firmati dal responsabile, il colonnello Fulvio Vezzalini, scrivono nero su bianco che ad uccidere i due reporter è stato un unico proiettile vagante sparato da lontano, che colpisce prima Miran e poi Ilaria seduta dietro di lui. Peccato che la perizia balistica (eseguita solo in un secondo momento) e il certificato di morte (anch’esso riemerso anni dopo) a firma del dottor Armando Rossitto sulla nave Garibaldi (in foto) confermino la perizia medico balistica del 1998 che parla di un colpo alla nuca di Ilaria sparato aprendo il finestrino del furgone. Analogamente, anche Miran muore per un colpo in testa come scrive il medico Costantinidis a Trieste. Nessun proiettile vagante insomma.

Certificato di morte di Ilaria Alpi (documento desecretato)

Il processo e la condanna di Hashi

Ancora oggi, non esiste una verità giudiziaria sull’omicidio Alpi-Hrovatin, Esiste però una verità storica fatta di testimonianze, intercettazioni e soffiate di collaboratori di giustizia. Esistono depistaggi evidenti, a partire dal più clamoroso, quello che ha portato nel 2000 alla condanna definitiva a 26 anni di Hashi Omar Hassan. Salvo, nel 2017 e dopo 17 anni di prigione, scarcerarlo in quanto innocente. Ad indicare Hashi come uno degli esecutori materiali dell’omicidio è un suo connazionale somalo, Ahmed Ali Rage detto Jelle. La testimonianza di Jelle è quantomeno rocambolesca: il teste infatti sparisce dai radar dopo la (falsa) testimonianza resa, non prende parte al processo e rimane irreperibile fino al 2017, anno di scarcerazione di Hashi; due anni prima, Chi l’ha visto? lo rintraccia a Birmingham. In questa occasione Jelle ammette di aver accusato il connazionale perché “gli italiani avevano fretta di chiudere il caso“. In cambio, dichiara, avrebbe ricevuto denaro e la promessa di una via di fuga dalla Somalia. Nel frattempo muore in circostanze sospette anche l’autista Ali Abdi, trovato privo di vita in un hotel di Mogadiscio dopo la condanna definitiva di Hashi. Anche Abdi aveva confermato di riconoscere Hashi come esecutore materiale sulla scena del delitto.

Hashi Omar Hassan dopo la pronuncia dell’assoluzione in primo grado (ANSA/LUCIANO DEL CASTILLO)

La triste sorte di Hashi è quella di un capro espiatorio per giunta debole, la cui condanna (anche avendone ammesso la colpevolezza) in nessun modo avrebbe esaurito i misteri dietro all’assassinio dei due giornalisti. Lo sospettano anche i giudici del primo grado, che assolvono Hashi perché “appare lecito il dubbio che Ali Mahdi [signore della guerra e all’epoca dei fatti presidente del Governo provvisorio della Somalia, ndr] possa avere avuto tutto l’interesse a chiudere le indagini offrendo come capro espiatorio una persona del suo stesso clan“. Mentre il fascicolo aperto dalla Procura di Roma dopo la revisione del processo per falso in atto pubblico, calunnia e favoreggiamento rimane contro ignoti, questi ignoti non stanno a guardare: il 6 luglio del 2022 Hashi viene fatto saltare in aria con una bomba nella sua auto a Mogadiscio, e non è che l’ultima vittima di una lunga catena di persone in qualche modo connesse alla vicenda Alpi e messe a tacere.

Il depistaggio del furgone

Parliamo di depistaggi, e non di depistaggio, perché in questa storia giudiziaria e investigativa i bastoni fra le ruote delle indagini sembrano moltiplicarsi. Nel 2004, arrivato a presiedere la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria e Miran, l’avvocato Carlo Taormina intende recuperare il pick up a bordo del quale sono avvenuti gli omicidi, e per farlo si rivolge a Giancarlo Marocchino. L’imprenditore Marocchino è fra i primi ad arrivare sul posto il giorno della tragedia, “o forse era già lì“, e avrà un “ruolo chiave molto ambiguo” nella vicenda; nel 1993 aveva lui stesso aveva contattato Ilaria per un’intervista, che lei però rifiuta di fare.

Nel 2005, Marocchino fa arrivare in Italia un pick up diverso: lo si capisce bene “confrontando il pick up con i filmati dell’ABC e quello della TV Svizzera subito dopo l’agguato” ci spiega Grainer, foto alla mano. Le foderine di queste immagini sono rosse, non grigie, e non presentano fori, ma solo sangue, a differenza dei sedili del van di Marocchino. Dopotutto, forse proprio lo stesso van “contraffatto” era stato mostrato dallo stesso Marocchino al giornalista Bonavolontà nel 1994, tanto che la conclusione della Commissione è la stessa degli anni passati: «si è trattato di un tentativo di sequestro finito male. Il caso è chiuso. In quei giorni Ilaria Alpi tutto faceva meno che indagini giornalistiche perchè stava a Bosaso insieme al cameraman a prendere un po’ di sole» scrive la perizia commissionata da Taormina: «la ferita più grave inferta a Ilaria, alla sua famiglia, al Paese intero e alla Commissione». Nuovi accertamenti sul pick up sono irripetibili, con “tutti i reperti analizzati andati distrutti nel corso delle analisi“.

Il furgone portato in Italia nel 2005 da Marocchino (MARIO DE RENZIS/ANSA)

La pista dei rifiuti illeciti: Ilaria sapeva

Fra i tasselli ricostruiti da Grainer c’è un altro dettaglio che dettaglio non è, anche se tale è stato considerato dalle inchieste ufficiali. In poco più di un anno Alpi aveva affrontato ben 7 viaggi nella “21esima Regione d’Italia”: «Ilaria sapeva fin dalla prima missione (20 dicembre 1992/ 10 gennaio 1993) perché andava in Somalia e che cosa doveva/voleva cercare», ne è certa Grainer. Fra le carte di cui Ilaria era in possesso c’era anche un dossier curato da Ettore Masina della Sinistra Indipendente dedicato alla “mala cooperazione” italiana (“un’altra tangentopoli“, in pratica) in Somalia. Nelle carte si parla di “peccati capitali” puntualmente descritti, sui quali Ilaria scopre effettivamente una “contiguità con traffici illeciti e criminali di armi e di rifiuti tossici, tra cui anche quelli radioattivi“.

Ancora, nel dossier si parla della strada Garoe Bosaso (la stessa che Ilaria e Hrovatin percorrono a ritroso prima di morire), 260 miliardi di investimenti per una strada che attraversa due regioni popolate da appena 200-300mila persone, “quasi interamente pastori nomadi che vivono dell’economia del cammello” si legge nel dossier di Masina. «Sembra perfino comico chiedersi quale beneficio possano trovare questi da quel magnifico nastro d’asfalto». Stesso dubbio relativo al porto di Bosaso, progetto “assolutamente sproporzionato rispetto ad ogni suo futuribile utilizzazione” e affidato alla Shifco: un nome, questo, ricorrente anche nei bloc notes di Ilaria.

Un altro appunto ci suggerisce che Alpi avesse unito i puntini molto più di quanto non si sia disposti ad ammettere pubblicamente: fra gli appunti della giornalista ricorrono “strada Garoe Bosaso; Shifco società di navigazione, Mugne, sultano Bogor Abdullahi BiMoussa, Farah Omar Viareggio“, qui forse un lapsus per Livorno. Ecco che l’omicidio dei due giornalisti si interseca inesorabilmente con un’altra grande tragedia degli anni Novanta, il disastro irrisolto della Moby Prince. Quella notte “è ormai certo che fosse in corso una movimentazione di materiale bellico” ricorda Grainer, dopotutto è appena iniziata la guerra in Jugoslavia e nel porto sono presenti anche “almeno cinque navi militarizzate Usa” della vicina base di Camp Darby, ma anche la 21 Oktobar II (nave madre dei 6 pescherecci Shifco) e forse altre imbarcazioni. Così, non è difficile comprendere perché il giorno della loro morte Alpi e Hrovatin intervistino anche il capitano del porto e cerchino di salire sul peschereccio della Shifco (la società di navigazione di Omar Said Mugne) Farah Omar, sotto sequestro. Non stupisce nemmeno sapere (anche se di questo si parlerà pochissimo, quasi nulla) che Ilaria era stata “minacciata di morte e sequestrata se pur per breve tempo, per farle perdere l’aereo prenotato” per il 16 marzo (a bordo dello stesso volo viaggiano anche lo staff di Africa 70 e Giuseppe Cammisa). Lo dimostrano le informative di Alfredo Tedesco del Sismi e una lettera della Farnesina. È questo che trattiene i due reporter in Somalia fino al 20, giorno della loro morte.

(ARCHIVIO FAMIGLIA ALPI / ANSA / PAL)

Ci vogliono almeno 15 anni prima che i tempi siano ritenuti maturi per cominciare a sentire parole di verità. Lo fa, per esempio, il presidente della Commissione bicamerale d’inchiesta sulle ecomafie 2009/2010 Gaetano Pecorella, che all’Ansa dichiara: «abbiamo saputo che una parte di queste sostanze radioattive sulle cui tracce era Ilaria Alpi sarebbe stata sepolta in Italia, mentre un’altra parte in Somalia». E ancora non si contano le dichiarazioni di pentiti di mafia (la cui attendibilità è per definizione difficile da verificare), su tutti citiamo Francesco Fonti collaboratore della Dda di Reggio Calabria, che aiuterebbero a collegare i puntini che Ilaria stessa stava accuratamente unendo, ma anche Carmine Schiavone in audizione davanti alla stessa Commissione.

Quanto è lunga la scia di sangue?

Di quante righe avremmo bisogno per snocciolare uno a uno i misteri che circondano ancora il delitto Alpi-Hrovatin? Di certo, tutte quelle che sono state già scritte non sono bastate a riportare la verità a galla. Molte di queste, invece, hanno solo fatto emergere bugie, depistaggi, irregolarità procedurali, accuse fasulle e scuse ancora più farlocche.

Per scavare davvero fondo, ne è certa Grainer, bisogna aprire i vasi di Pandora di altri omicidi, anche antecedenti alla morte di Alpi e Hrovatin. Secondo suo difensore, Antonio Moriconi, non c’è dubbio che a uccidere il capro espiatorio Hashi siano stati i terroristi islamici, forse per una presunta estorsione (il Governo italiano aveva risarcito il somalo per l’ingiusta detenzione con tre milioni di euro). Ma la scia di morti sospette è troppo lunga: uno a uno cadono per strada anche l’attivista somala Starlin Arush, amica di Ilaria e uccisa da un gruppo di sicari in Kenya nel 2003; Carlo Mavroleon, l’operatore greco dell’emittente ABC che quel lontano 20 marzo si precipitò sul luogo dell’attentato per riprendere la scena, morto per una rapina in Afghanistan; Vittorio Lenzi, reporter per la televisione svizzera italiana (Rtsi, l’unica altra emittente presente a Mogadiscio quel giorno) morto in un incidente stradale dalle dinamiche mai chiarite. C’è poi la morte del maresciallo Vincenzo Li Causi. Il 12 novembre del 1993 l’agente dei servizi segreti italiani è a capo del Centro Scorpione, cellula trapanese del Gladio utilizzato dal SISMI come base logistico-operativa, quando viene ucciso “in circostanze non chiare con versioni contradditorie“, anche lui senza autopsia, a Balad. Lo stesso “conosceva Ilaria che aveva lasciato Mogadiscio il 24 ottobre” precisa Grainer.

Nel 1988 era morto in strane circostanze anche Mauro Rostagno, ufficialmente (secondo una sentenza del 2018) assassinato dalla mafia. Trapani, ricorda Grainer, ai tempi di Siad Barreera punto nevralgico del traffico d’armi con la Somalia“. Rostagno aveva fondato la comunità di recupero per tossicodipendenti Saman insieme a tale Giuseppe Cardella e, sospettando di traffici illeciti da parte del suo socio, aveva denunciato “l’intreccio micidiale tra mafia, massoneria deviata e politica corrotta“, ed “era stato minacciato“. Dopo la morte di Rostagno, prosegue l’ex deputata, “spariscono subito un’audiocassetta con registrati i nomi di mafiosi e massoni (tra cui Cardella) e una videocassetta con il filmato di atterraggi di aerei C130 con carichi … segreti“.

Ebbene, il nome di Cardella entra a gamba tesa nella vicenda Alpi: nel 2019 infatti da un archivio del Sios Marina (servizio d’intelligence della Marina oggi dismesso) emerge un documento del 14 marzo 1994 (è il giorno in cui Ilaria e Hrovatin arrivano a Bosaso), diretto dalla base di La Spezia a un maggiore in servizio a Balad (in foto). Si legge: «causa presenze anomale in zona Bos/Lasko (Bosaso Las Korey nda) ordinasi Jupiter rientro immediato base I Mog». E ancora: «ordinasi spostamento tattico Condor zona operativa Bravo possibile intervento». Chi sono le presenze anomale? E i nomi in codice?

Il Jupiter invitato a lasciare Bosaso potrebbe essere, secondo un’interpretazione confermata anche da un anonimo ex-gladiatore al Fatto Quotidiano, Giuseppe Cammisa, braccio destro di Cardella, che in effetti il 14 marzo è a Gibuti, in partenza per Bosaso (lui stesso il giorno successivo in una comunicazione con la sede milanese della Saman si firma Jupiter). Ufficialmente Cammisa è stato mandato da Cardella per promuovere insieme al medico somalo Omar Herzi la costruzione di un piccolo ospedale, un progetto di cui però non esiste alcuna traccia da nessuna parte.

Giorgio e Luciana Alpi al Maurizio Costanzo Show, 1997 (CLAUDIO ONORATI / ANSA)

«Aveva ragione Giorgio Alpi, il papà di Ilaria, che insieme a Luciana da subito capirono che c’era qualcosa che non andava». Sembra un eufemismo oggi, che da una verità incontrovertibile siamo ancora lontani, parlare di “qualcosa che non va”. Quello che è certo, è questa la preziosissima lezione di Mariangela, è che la verità può essere nascosta, truccata, camuffata, ma non sarà mai invisibile a chi la cerca appassionatamente, infaticabilmente, con la schiena dritta.

di: Marianna MANCINI

FOTO: ANSA/ELIO DESIDERIO