Durante il processo relativo alle violenze subìte la donna ha deciso di rinunciare all’anonimato, rilanciando il dibattito sulla violenza di genere e sulla cultura dello stupro
«Penso anche alle vittime non riconosciute, le cui storie rimangono spesso nell’ombra: voglio che sappiate che condividiamo la stessa lotta». È il 19 dicembre 2024 e a pronunciare queste parole potenti, fuori dall’aula del tribunale di Avignone, è Gisèle Pelicot, 72 anni dopo la condanna dell’ex marito Dominique Pelicot a 20 anni di carcere per stupro aggravato: per 9 anni, dal 2011 al 2020, ha drogato la moglie, l’ha stuprata mentre era incosciente e ha permesso che altri uomini, conosciuti online, facessero lo stesso, riprendendo le violenze. Tutto questo accadeva nella casa di famiglia a Mazan, in Provenza. Gli imputati del processo erano 51, cioè gli uomini che sono stati identificati, ma sono molti di più quelli presenti nei video, almeno 83. Quarantanove sono stati condannati per stupro aggravato insieme a Pelicot, uno per aggressione sessuale. Le pene per i 49 uomini vanno dai tre ai 15 anni: a due di loro la pena è stata sospesa, a quattro parzialmente sospesa. Il processo è stato molto seguito in Francia dove, secondo un rapporto del MIPROF (ente statale francese per la protezione delle donne dalla violenza e la lotta alla tratta di esseri umani) pubblicato nel 2024, 217mila donne adulte hanno riferito di aver subìto uno stupro, un tentato stupro e/o aggressioni sessuali nel 2021. Secondo il collettivo femminista francese Nous Toutes 9 donne su 10 conoscevano il loro aggressore (sito consultato nel gennaio 2025).
La scelta coraggiosa e generosa di Gisèle Pelicot è stata quella di tenere il processo a porte aperte rinunciando all’anonimato, pur avendo diritto a un procedimento a porte chiuse, come consente la legge francese nei casi di violenza sessuale. Una scelta e, più in generale, una postura, scaturite da una volontà precisa della donna, quella di far arrivare la sua storia a più persone possibili e attivare, come ha dichiarato lei stessa, un cambiamento nella società. E per farlo ha spostato l’azione da una dimensione individuale e privata a una collettiva, attraverso la mediatizzazione della sua storia. «Non spetta a noi provare vergogna, ma a loro. Voglio che tutte le donne che sono state violentate possano dire: Madame Pelicot l’ha fatto, allora lo posso fare anche io», ha affermato la donna, adottando lei stessa un ribaltamento del paradigma per il quale la vergogna (emozione secondaria, cioè appresa socialmente), e così la responsabilità, ricadono sullo stupratore e non sulla vittima. Nelle piazze e sui social si è, così, diffuso lo slogan “La vergogna deve cambiare lato”, parole pronunciate dalla stessa Pelicot. Una postura che getta luce sulla colpevolizzazione della vittima (o “victim blaming”), cioè ritenere la vittima responsabile totalmente o in parte delle violenze subìte, e sulla vittimizzazione secondaria che, nel 2006, il Consiglio d’Europa ha definito come quella che “non si verifica come diretta conseguenza dell’atto criminale, ma attraverso la risposta di istituzioni e individui alla vittima”. Durante il dibattimento alcuni avvocati degli imputati hanno mostrato foto intime di Gisèle Pelicot: «con queste foto si cerca di intrappolarmi, si vuole mostrare che ho attirato questi individui a casa mia e che ero consenziente» ha commentato la donna. Questa pratica è fortemente stigmatizzata anche dalla Convenzione di Istanbul, trattato internazionale per la prevenzione e la lotta alla violenza sulle donne e alla violenza domestica, in base alla quale gli Stati sottoscrittori devono impegnarsi per attuare misure che evitino la vittimizzazione secondaria.

Nella postura utilizzata da Gisèle Pelicot rientra anche la scelta di utilizzare durante il processo – iniziato nel settembre 2024 – il cognome del marito, nonostante avesse legalmente ripreso il suo cognome da nubile dopo il divorzio nel 2023: voleva che i nipoti fossero “orgogliosi” della nonna e che il loro cognome non fosse associato solo a Dominique Pelicot. Durante una testimonianza Gisèle Pelicot ha sottolineato che “è tempo di cambiare il modo in cui consideriamo lo stupro” che viene “banalizzato” all’interno di una società “patriarcale e machista”. La stessa Pelicot ha fatto riferimento alla cultura dello stupro, che gli studi di genere e i femminismi usano per descrivere quell’insieme di atteggiamenti e comportamenti che minimizzano la violenza maschile sulle donne. Il processo ha riaperto dibattiti mai chiusi su alcune questioni, come modificare la legge francese contro la violenza sessuale in quanto non fa esplicito riferimento al consenso. Uno dei primi “effetti” di questo processo è stato l’annuncio, da parte dell’ormai ex primo ministro francese Michel Barnier, del rafforzamento delle misure a sostegno delle vittime di violenza, compresa l’estensione della possibilità di sporgere denuncia direttamente dagli ospedali entro il 2025. Il procedimento ha portato all’attenzione anche la sottomissione chimica, ovvero l’atto di somministrare farmaci a una persona a sua insaputa con il fine di abusarne senza che questa possa rendersene conto o reagire. Una causa portata avanti dalla figlia di Gisèle Pelicot, che con lo pseudonimo di Caroline Darian ha scritto un libro che uscirà in Italia nel 2025 con il titolo E ho smesso di chiamarti papà e ha lanciato la campagna #MendorsPas (“Non addormentarmi”)con l’obiettivo di accendere i riflettori su questo fenomeno ancora sottostimato che non riguarda solo la cosiddetta “droga dello stupro” (come il GHB), ma farmaci di uso comune come le benzodiazepine, farmaci sedativi e ipnotici. Anche in questo caso Barnier ha annunciato l’introduzione dei kit per individuare la sottomissione chimica, acquistabili in farmacia (rimborsabili in alcuni dipartimenti). Caroline Darian si è definita come “la grande dimenticata” di questo processo: nei device di Dominique Pelicot sono state trovate anche immagini della figlia mentre dormiva senza vestiti. La donna sospetta di essere stata a sua volta drogata e violentata dal padre, che ha sempre negato.

Un altro aspetto fondamentale riguarda il profilo – o meglio, i profili – degli uomini che hanno commesso gli stupri: hanno tra i 26 e i 74 anni, sono guardie carcerarie, militari, falegnami, giornalisti, pompieri, camionisti, infermieri. Uomini comuni con vite comuni. Per questo si è posto l’accento sul fatto che a compiere le violenze siano stati dei “Monsieur Tout-le-Monde”, espressione francese che indica, appunto, un uomo comune, un uomo qualunque. Anche questo si allontana da quella retorica che vede l’uomo abusante come “mostro”, un caso eccezionale. Uomini comuni, dicevamo: alcuni hanno affermato di non essersi resi conto che la donna fosse incosciente, altri di aver creduto che fosse consenziente, altri ancora di aver avuto il “permesso” dal marito. Questo ha posto una riflessione sulla necessità dell’educazione al consenso e, più in generale, dell’educazione affettiva e sessuale come strumento di prevenzione e contrasto la violenza di genere. Ma in Francia, ha spiegato al Manifesto la giornalista e attivista femminista francese Victoire Tuallion, “nonostante esista una legge che risale a più di vent’anni fa e che prevede tre sessioni all’anno di educazione alla vita affettiva, relazionale e sessuale, la maggior parte degli alunni non ne ha mai usufruito”.
Il processo ha avuto un’ampia eco in Francia anche grazie alle manifestazioni in diverse città, alle azioni e agli eventi organizzati dai collettivi femministi, anche fuori dal tribunale di Avignone durante le udienze. Una prassi, questa, che richiama la storia dei processi degli anni Settanta che in Francia, ma anche in Italia, hanno portato a importanti riforme legislative o hanno acceso i riflettori sulla violenza sessuale. Uno di questi è il cosiddetto processo di Aix-en-Provence del 1978 contro tre uomini accusati di aver stuprato due giovani turiste, sulla scia del quale si arrivò alla revisione della legge sulla violenza sessuale nel 1980. Il procedimento si svolse a porte aperte per volere dell’avvocata e attivista Gisèle Halimi, legale delle due donne, e vide la mobilitazione dei gruppi femministi.

Anne Bouillon, avvocata specializzata nella difesa delle donne vittime di violenza, ha dichiarato a Valigia Blu che “da questo processo deve emergere non solo una riforma legislativa sulla questione dello stupro e del consenso, ma anche un cambiamento profondo nelle nostre relazioni sociali, amorose e familiari, nelle relazioni che uomini e donne intrattengono”. La violenza maschile sulle donne non può essere trattata esclusivamente dal punto di vista giudiziario, ma soprattutto da quello culturale in quanto questione strutturale. La scelta di Gisèle Pelicot ha messo al centro una narrazione differente della violenza che vede al timone, questa volta, chi quella violenza l’ha subìta e ha scelto di raccontarla con termini specifici per un obiettivo specifico. La stessa Pelicot è assurta a icona ma questo non deve farci dimenticare delle “survivor” e delle donne che non ci sono più che non possono raccontare la propria storia o la cui storia non viene raccontata. O che non vengono credute. La risposta, ci permettiamo di ribadire sinteticamente, è culturale e dunque collettiva. Nel frattempo possiamo dire a Gisèle Pelicot, come ha titolato il quotidiano L’Humanité, «Merci Madame».
