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    Home » Archivio Storico » 2024 » La guerra “gelata” si fa incandescente
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    La guerra “gelata” si fa incandescente

    RedazioneDi RedazioneFebbraio 20, 2024
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    Dopo il grilletto premuto in Ucraina, la “zona di pace” dell’Artico si guadagna la nomination di prossimo teatro di guerra: a scontrarsi, ancora una volta, Russia e Stati Uniti

    Un tesoro giace sepolto sotto il ghiaccio: mentre la temperatura sale e questo – convenientemente – si scioglie, la corsa a chi arriva prima è già iniziata.
    Lo starter ha sparato il 24 febbraio del 2022 quando la Russia ha dato il via alla sua offensiva contro la vicina Ucraina: a distanza di due anni il conflitto prosegue e chi allora ha profetizzato “questa guerra cambia tutto!” oggi può vantarsi di aver avuto ragione. La domanda non è “cosa” è cambiato ma “dove”: gli echi delle bombe si sono propagati verso Nord fino a raggiungere l’Artico che si prepara ad armarsi. Intanto la minaccia si avvicina.

    L’invasione dell’Ucraina ha messo in allerta i Paesi immediatamente vicini. È il caso di Estonia, Lettonia e Lituania che, insieme a Danimarca, Finlandia, Germania, Islanda, Norvegia, Polonia e Svezia, fanno parte del Consiglio degli Stati del mar Baltico. Lo scorso gennaio i tre ex Stati sovietici – oggi parte dell’Ue e della NATO – hanno annunciato la costruzione di una cosiddetta “Linea baltica”, “strutture difensive anti-mobilità” a difesa dei confini contro eventuali “minacce militari” (provenienti da Est, ça va sans dire). Nonostante Putin abbia dichiarato che la Russia “non ha nessun interesse a combattere la NATO”, infatti, non sono in pochi a credere che il prossimo passo del Cremlino potrebbe essere l’attacco a un membro dell’Alleanza Atlantica, tra questi gli USA e la Germania (il ministro tedesco della Difesa, Boris Pistorius, ha dichiarato senza mezzi termini che uno scenario di questo tipo potrebbe realizzarsi in cinque o otto anni). Forse per questo, per buona misura, già nel febbraio 2022 il CBSS aveva sospeso la Russia – membro del Consiglio con l’exclave di Kaliningrad, un milione di abitanti e una discreta piattaforma di missili atomici – che si era poi ufficialmente ritirata a maggio dichiarando che non avrebbe preso parte “alla trasformazione di questa organizzazione in un’altra piattaforma di attività sovversive e narcisismo occidentale”. L’instabilità sul Mar Baltico si rivela prodromo di un simile scenario nell’Artico perché dopo l’ingresso della Finlandia nella NATO, con il nono allargamento del 2023, e il recente sì della Turchia all’ingresso della Svezia, che diventerà così il 32esimo Stato membro, anche il Consiglio artico (di cui fanno parte, oltre a Danimarca, Finlandia, Islanda e Norvegia, anche USA e Canada) si appresta a diventare a prevalenza occidentale. Non a caso, dopo l’ultimo forum dello scorso anno nella russa Salechard, non sono mancate le voci su una possibile fuoriuscita di Mosca in caso di “discriminazione”. «Il ruolo e l’efficacia del gruppo sono diminuiti negli ultimi tempi a causa delle politiche perseguite dalle potenze occidentali», ha chiosato l’alto rappresentante della Russia nell’Arctic Council Nikolay Korchunov.
    La dicitura “politiche perseguite” va qui tradotta nella decisione di 7 degli Otto Stati di interrompere gli incontri ufficiali dell’organismo, in linea con la condanna del conflitto in Ucraina e tutte le conseguenze del caso (sanzioni economiche, interruzione dei rapporti commerciali e diplomatici, rivalse morali), poiché se fino a due anni fa l’Artico era riuscito a rimanere fuori dalle tensioni globali, l’offensiva militare del Cremlino – insieme a, come vedremo, un mutato scenario ambientale – ha minato il “patto di ghiaccio”, aprendo (di nuovo) alla guerra le porte della regione più estrema del mondo.

    È forse il caso di fare un passo indietro. Nel 1987 l’allora segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica Michail Gorbačëv, durante un discorso tenuto nella città portuale di Murmansk che si affaccia sulla baia di Kola, annunciava la cosiddetta “Iniziativa Murmansk”, un piano di politica estera in 6 punti che aveva come obiettivo trasformare l’Artico in una “zona di pace” dopo decenni di investimenti russi nella regione («facciamo del Polo un polo di pace» disse rivolgendosi a Ronald Reagan). Del resto, in quegli anni, il numero uno dell’URSS era impegnato a trasformare tutto il mondo in una “zona di pace” e mettere fine alla Guerra Fredda, un capitolo della storia che aveva visto proprio nell’Artico uno dei suoi punti più caldi, una battaglia a colpi di inseguimenti sottomarini e costruzioni di basi militari. L’Artide, infatti, non è un teatro di guerra così inedito: nell’aprile del 1940, ad esempio, il Terzo Reich dava il via all’Operazione Weserübung con cui occupava la Danimarca e invadeva la Norvegia, ufficialmente per garantire la neutralità dei Paesi contro l’invasione franco-britannica (la programmata Operazione Wilfred, messa a punto da Londra, mirava a conquistare porti norvegesi strategici contro l’Unione Sovietica che, in quegli anni, puntava ai territori finlandesi). È vero anche che lo sforzo bellico tedesco era fortemente supportato dall’importazione del ferro estratto dal distretto minerario settentrionale svedese e fatto transitare dal porto norvegese di Narvik. L’anno successivo, dopo l’attacco di Pearl Harbour e l’entrata nel conflitto degli Stati Uniti, i porti russi di Archángel’sk, Murmansk e Vladivostok diventarono approdi fondamentali per l’approvvigionamento bellico agli Alleati, fino alla fine del conflitto. A quel punto l’importanza strategica dell’Artico era diventata cosa nota a tutti e la Guerra Fredda si tradusse, tra le altre cose, nella corsa alla militarizzazione della regione da parte di entrambe le potenze in gioco, Stati Uniti e Unione Sovietica, fino al disgelo.
    È nel contesto di demilitarizzazione dell’Artide voluto da Gorbačëv che nasce il già citato Arctic Council, un forum internazionale per la cooperazione intergovernativa formatosi nel 1996 con l’obiettivo di garantire uno sviluppo sostenibile, a livello ambientale, economico e sociale, dell’area e dei suoi popoli indigeni. Gli anni a cavallo del secolo, dunque, sono caratterizzati dal multilateralismo o, come scritto dal giornalista Marzio G. Mian in Guerra bianca. Sul fronte artico del conflitto all’indomani del forum di Reykjavík del 2021, dal mantra “cooperazione, stabilità, dialogo”: «un modo per esorcizzare la realtà, e cioè quella d’una regione fragile non solo dal punto di vista ambientale, ma destinata a essere contesa con la forza perché non esistono accordi capaci di garantire la spartizione pacifica dell’unica area del mondo ancora non sfruttata». Questo fino al 2014, quando la lastra di ghiaccio ha cominciato a incrinarsi per rompersi, definitivamente, il 24 febbraio del 2022.

    L’annessione della Crimea alla Russia è stata il primo spartiacque, seguita, sempre nel 2014, dall’imponente esercitazione militare – la più grande dai tempi della Guerra Fredda – messa in piedi dal Cremlino per rilanciare importanti investimenti nell’Artico (tra cui la ricostituzione della Flotta del Nord della Marina Russa, piegata dopo il crollo del blocco sovietico dalle difficili condizioni economiche del Paese, oggi dotata di sottomarini con missili nucleari, aerei anti-sottomarino, portaerei e navi porta-missili). L’aggressione ai danni dell’Ucraina di due anni fa, vista come una minaccia alle porte dell’Europa e preambolo di qualcosa di più grosso, ha dato il colpo di grazia all’equilibrio diplomatico, costringendo tutti gli attori in gioco a ripensare il proprio ruolo e rivedere le proprie strategie. Perché se è vero che l’Alleanza è in vantaggio numerico sull’Artico (e lo sarà in modo assoluto dopo l’ingresso della Svezia), la stessa cosa non si può dire dell’esperienza sul campo. La Russia, infatti, con i suoi 24.000 chilometri di coste sul Mar Glaciale Artico (il 53% del totale), è una potenza artica storica che vanta due città strategiche da 287.847 e 346.979 abitanti (le già nominate Murmansk e Archángel’sk, secondo i dati del 2020), uno schieramento importante di testate nucleari, numerosi impianti per l’estrazione del greggio, la più grande flotta di rompighiaccio a propulsione nucleare e, ciliegina sulla torta, il controllo sul cosiddetto Passaggio a Nord-Est, una rotta navale che costeggia la Siberia fino allo Stretto di Bering per raggiungere l’Oceano Pacifico. Al contrario, per fare il paragone, i più importanti conglomerati non russi sono la statunitense Prudhoe Bay (una census-designated place in Alaska che al 2010 contava 2.174 abitanti) e la canadese Churchill, capitale mondiale dell’orso polare (nel 2006, 923 abitanti). E sempre dal Canada passa la rotta navale “in mano” all’Occidente, il Passaggio a Nord-Ovest che si dipana tra le isole dell’arcipelago artico canadese, storicamente al centro di una disputa territoriale tra gli USA (secondo i quali si tratta di acque internazionali) e lo stesso Canada (che le rivendica come acque territoriali). In questo braccio di ferro sul campo i sorvegliati speciali, per la NATO, sono due: il Mare di Barents, che la Norvegia condivide con la Russia, e il GIUK gap (“varco Greenland, Iceland, United Kingdom”) che, in quanto accesso all’Oceano Atlantico, viene costantemente monitorato dalla Royal Navy.

    Perché le rotte navali, militari e commerciali, rivestono un ruolo chiave nel discorso sul futuro dell’Artico è presto detto e la risposta va ricercata – anche – nel cambiamento climatico, sempre valido motivo di tensione. Se ormai da decenni l’Artide risulta essere uno degli osservatori “privilegiati” della crisi, lo scioglimento dei ghiacciai – a giusta ragione tanto demonizzati – rappresenta sullo scacchiere geopolitico una mossa troppo ghiotta per non essere giocata. Rotte prima bloccate dal ghiaccio, sempre o in determinati periodi dell’anno, si aprono a nuovi percorsi che dall’Europa raggiungono l’Asia (e no, non serve essere esperti in geografia per comprendere di quanto si accorcerebbero le distanze) e il commercio globale si sfrega le mani. Ne giova anche un mercato crocieristico che trova sempre più consensi tra i privati cittadini, con navi piccole e grandi che solcano le acque del Mar Artico alla ricerca di panorami dal sapore incontaminato e inesplorato che in realtà, di incontaminato e inesplorato, ormai hanno ben poco. Nell’agosto del 2017 la nave russa Christophe de Margerie della società SovComFlot è partita da Hammerfest, in Norvegia, per approdare a Boryeong, in Corea del Sud, in soli 22 giorni di navigazione senza l’ausilio di una nave rompighiaccio; nel 2021 la stessa nave ha tentato un’impresa simile viaggiando dalla siberiana Sabetta a Jiangsu, in Cina, in 11 giorni: prime volte che, secondo gli esperti, tra il 2050 e la fine del secolo (secondo i più pessimisti entro il 2035) potrebbero diventare normalità.
    Non finisce qui: lo scioglimento degli strati più superficiali del permafrost porta in superficie risorse minerarie, come nichel, zinco, manganese e ferro, oltre a petrolio e gas (neanche a dirlo risorse non rinnovabili) che, diciamolo, fanno comodo un po’ a tutti, soprattutto quando le promesse sono allettanti. Secondo una stima fornita pochi anni fa dalla United States Geological Survey (USGS), il Circolo Polare Artico conserva il 30% delle riserve di gas e il 13% delle riserve di petrolio non ancora sfruttate a livello globale. Piatto ricco…

    E infatti nel piatto non si “ficcano” solo i Paesi che affacciano sul Mar Artico. Il grande alleato militare della Russia nella corsa all’Artide è la Cina (membro osservatore permanente del Consiglio Artico), insieme a tutto il suo carrozzone di interessi, a partire dal petrolio, passando per le materie prime necessarie all’industria, finendo con l’affermazione di potere nei confronti degli Stati Uniti. Non a caso nell’ottobre del 2022 Washington ha pubblicato il National Strategy for the Arctic Region: ufficialmente linee guida per “guidare l’approccio del governo degli Stati Uniti nell’affrontare le sfide e le opportunità emergenti nell’Artico”, ufficiosamente strategie per contenere e contrastare l’avanzata russo-cinese verso l’Occidente. Quando lo scorso agosto 11 navi militari battenti bandiera russa e cinese hanno navigato nei pressi delle Isole Aleutine, nei pressi dell’Alaska, non pochi tavoli – possiamo immaginare – hanno tremato.

    La guerra in Ucraina, dicevamo, “ha cambiato tutto”, soprattutto la corsa: l’Artico è la meta finale, traguardo definitivo (e chi vuole intendere intenda), nel mezzo c’è il resto, l’Europa, l’Atlantico, Taiwan, i flussi migratori, la transizione energetica, l’espansionismo atlantista, l’economia mondiale. Lo spirito pacifista di Gorbačëv, scomparso nell’agosto del 2022, aleggia su questo globo in divenire, deluso – ancora una volta – dalla scarsa memoria dei suoi abitanti.

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