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    Istanbul sfida il Sultano

    Marianna ManciniDi Marianna ManciniAprile 9, 2024
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    Il candidato kemalista e ormai leader consolidato dell’opposizione Imamoglu conquista il secondo mandato alla guida della città più importante della Turchia, in una tornata che ha messo non poco in difficoltà Erdogan

    «Chi governa Istanbul governa la Turchia» ama ripetere il Sultano che qui è nato ed è stato primo cittadino dal 1994 al 1997. All’indomani delle elezioni amministrative che hanno portato al voto, oltre alla metropoli, quattromila città di cui 81 grandi Comuni, comprese Ankara, Yzmin e Smirne, è piazza Sarachane, nel quartiere di Fatih, roccaforte del partito islamico, a rispondergli: «la Turchia è nata secolare e tale rimarrà». Così la folla acclama la vittoria di Ekrem Imamoglu, sindaco di Istanbul riconfermato per un secondo mandato con il 51% dei consensi. Murat Kurum, il candidato sostenuto dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan nonché suo ex ministro, si ferma invece al 39%.

    Pur trattandosi di una tornata comunale (e pur avendo Erdogan vinto da pochi mesi le elezioni presidenziali), senza inciampare nel solito adagio grossolano dei nostri commentatori possiamo dire che in questo caso si è trattato davvero di un “test per il Governo”. A confermare questa lettura del resto è stato lo stesso presidente che, avendo fissato l’obiettivo di “riprendersi le città”, precipuamente Istanbul e Ankara, aveva attribuito ai risultati delle elezioni trascorse una valenza storica e, soprattutto, nazionale.

    Voto in Turchia: come sono andate le elezioni?

    Il Chp (Cumhuriyet Halk Partisi, Partito Popolare Repubblicano) è una forza socialdemocratica con pennellate kemaliste, quindi con una forte base di nazionalismo turco. Il Partito si è imposto in 35 città, contro i 24 Comuni andati al Governo, e per i repubblicani è il miglior risultato elettorale dal 1977. Riaggiornando il computo nazionale, l’Akp di Erdogan (il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, votato al conservatorismo e all’islam politico) è sceso al 35,49% dei consensi, superato dal Chp con il 37,74%. A Istanbul, che da sola conta 16 milioni di abitanti, il Chp vince nella maggior parte dei distretti, compreso quello in cui vive Erdogan. Anche nella Capitale Ankara viene riconfermato il sindaco uscente Mansur Yavas (Chp) con un vantaggio di oltre 30 punti, così come a Izmir, terza città del Paese, dove vincono ancora i kemalisti, e in altri Comuni come il centro industriale di Bursa, Adana e Mersin.

    Cartellone elettorale a sostegno di Erdogan e del suo candidato sindaco, nonché ex ministro, Murat Kurum (EPA/ERDEM SAHIN)

    «Quello di oggi – dichiara poche ore dopo lo scrutinio Imamoglu – è un messaggio per il presidente Erdogan e per il Governo. I soldi ora devono essere spesi per la gente, basta sprechi». Di contro, il presidente ostenta sicurezza pontificando che “c’è del buono in tutto ciò che accade” e che “il popolo ha preso la sua decisione”. Una decisione presa non senza ostacoli da parte della macchina propagandistica turca, in un Paese in cui il 90% dei media ufficiali sono filo-governativi. Secondo alcuni calcoli fatti dall’opposizione, nei primi 40 giorni della campagna elettorale la TRT, tv di Stato, ha invertito il principio della par condicio dedicando 32 ore di trasmissione ai candidati di Erdogan e appena 25 minuti agli altri.

    Chi è Ekrem Imamoglu, nuovo sindaco di Istanbul?

    Socialdemocratico laico di stampo nazionalista, Imamoglu si presenta ai comizi come un “uomo del popolo”. Arriva in giacca e cravatta ma puntualmente, come nell’esecuzione di un rito apotropaico che assume dei tratti collettivi, si sbottona incitato dalla folla per rimanere in camicia con le maniche arrotolate. Già leader del partito repubblicano laico Chp, con la riconferma a primo cittadino Imamoglu viene ufficialmente investito del ruolo di leader dell’opposizione, tanto che le voci sulla sua candidatura nel 2028 si rincorrono dalla prima ora: trovato il volto-guida, però, ora è l’opposizione stessa che bisogna costruire. Prima di Imamoglu, lo scettro della campagna anti-Erdogan nel Paese lo deteneva il leader curdo Selahattin Demirtaş, arrestato nel 2016 dopo una serie di vittorie elettorali e mentre il suo partito HDP (Halkların Demokratik Partisi, il Partito Democratico dei Popoli) veniva smantellato. 

    Ekrem Imamoglu nel suo discorso alla folla dopo la conferma della vittoria (EPA/ERDEM SAHIN)

    Descrivendo il suo background, il direttore dell’agenzia di consulenza politica Sanda Global, Selim Sazak, ha parlato di un mix fra un carisma innato e salde origini del Mar Nero, “come un Bill Clinton di Trebisonda, ma senza l’infedeltà“. Con Erdogan il primo cittadino condivide molte più cose di quanto non si possa pensare, dal percorso della carriera politica al fiuto per gli affari, dalla passione per il calcio alla religione (Imamoglu, originario di una famiglia sunnita, è un musulmano praticante).

    Nel 2022 Imamoglu è stato condannato a due anni e 7 mesi di carcere per aver insultato alcuni membri del Consiglio elettorale supremo della Turchia in seguito alle elezioni del 2019. In quell’anno Imamoglu, in passato uomo d’affari, era stato eletto sindaco due volte sconfiggendo l’ex primo ministro Binali Yildirim: Erdogan aveva infatti imposto la ripetizione del voto per il primo cittadino della Capitale economica a seguito di presunte irregolarità, e fu in questa occasione che Imamoglu aveva definito “folli” i membri della commissione (il sindaco ha poi avanzato ricorso contro la condanna, che prevedeva anche l’interdizione dalle cariche politiche). Sulla testa di Imamoglu pende poi un secondo giudizio in un procedimento per presunta turbativa d’asta delle gare d’appalto quando era sindaco del distretto di Belikduzu nel 2015 (in questo caso il sindaco rischia una condanna da tre a 7 anni). Dopotutto, anche lo stesso Erdogan era stato arrestato per un breve periodo nel 1999 per aver recitato una poesia giudicata incitamento all’odio religioso.

    Imamoglu dopo il plebiscito che lo ha eletto sindaco per due volte nel 2019 (EPA/ERDEM SAHIN). Sullo sfondo l’immagine del fondatore della Turchia moderna Ataturk, di cui il Chp raccoglie l’eredità kemalista

    Quello di Erdogan non era stato solo un “accanimento” politico contro gli avversari, né la vittoria di oggi di Imamoglu è solo una questione di importanza simbolica: come spiega l’analista Soner Cagaptay, direttore del Turkish Research Program al Washington Institute, Erdogan aveva anche precisi motivi personali e finanziari per auspicare alla reconquista di Istanbul che lui considera “la sua città”, cuore nevralgico del suo “brand”. È infatti qui che l’attuale presidente è nato e cresciuto, prima di diventarne sindaco nel 1994. Non bisogna nemmeno sottovalutare il fatto che nella sola Istanbul si produce circa la metà del gettito fiscale, coprendo da sola un terzo dell’economia totale del Paese. Per Erdogan era quindi fondamentale assicurarsi che i progetti di edilizia, del settore immobiliare e di rinnovamento urbano, ferventissimi a Istanbul, producessero ricchezza nelle mani dei “suoi”.

    E adesso? Scenari dopo il voto

    Nonostante Erdogan abbia commentato i risultati assicurando che “esamineremo le conseguenze di questa flessione“, secondo Cagaptay la sua risposta a questa sconfitta non potrà che essere una spinta verso un’ulteriore “polarizzazione politica“. A questo scopo secondo il ricercatore il Sultano potrebbe rispolverare il progetto di una nuove modifiche costituzionali, una strada in discesa dopo l’approvazione della riforma del 2017 che attribuisce al presidente enormi poteri anche sulla Corte suprema. In questo modo Erdogan tenterebbe di veicolare l’ennesima svolta conservatrice e religiosa per il Paese, ad esempio scolpendo sulla carta “valori famigliari” islamici. Non solo: Cagaptay cita anche l’intenzione di Erdogan di abbassare la soglia per vincere le elezioni presidenziali al 40% e le sue future mosse sullo scacchiere internazionale, “per capitalizzare facendo leva su temi quali il sentimento anti-Occidentale, la guerra a Gaza e il rapporto con gli Stati Uniti per convogliare a sé gli elettori di destra“.

    Sostenitori di Erdogan ad un comizio elettorale (EPA/ERDEM SAHIN)

    «Preferirei spiegare il risultato sulla base della stanchezza elettorale di molti elettori dell’AKP che hanno dato la vittoria a Erdogan lo scorso maggio» riflette cauto l’analista greco George Tzogopoulos su Formiche.net, ricordandoci che “l’esperienza delle elezioni presidenziali del 2023 ci dice che non dobbiamo sottovalutarlo” e che “la situazione generale in Turchia non è radicalmente cambiata negli ultimi 10 mesi“. Alle scorse elezioni presidenziali Erdogan aveva vinto con il 52,18% delle preferenze contro un fronte unito delle opposizioni, che però si presentavano con un candidato “più debole” come Kemal Kilicdaroglu.

    Oggi la caratura di Imamoglu sembra solida, ma “non dobbiamo dimenticare che è stato condannato da un tribunale turco” e che “dovrà anche affrontare la concorrenza interna del CHP con altri come Mansur Yavas“, rieletto sindaco di Ankara, spiega ancora Tzogopoulos. Quanto al futuro di Erdogan, in campagna elettorale il presidente ha confessato che queste sono state le sue “ultime elezioni“. Pur avendo già esaurito il numero di mandati possibili, non tutti gli credono: Erdogan, 70 anni, già in passato aveva annunciato il proprio ritiro come una chiamata estrema al voto per i suoi simpatizzanti, senza mai lasciare la politica turca. Nel caso (oggi remoto) di elezioni anticipate, invece, il presidente potrebbe correre ancora. In quel caso, o al più tardi a fine mandato nel 2028, l’opposizione dovrà dimostrare di che pasta è fatta, non solo in contrapposizione con la leadership di Erdogan, ma con un programma politico solido e coeso, a differenza di quello presentato allo scorso maggio quando il CHP, il partito nazionalista IYI e il partito curdo hanno fatto fronte comune, ma non abbastanza.

    di: Marianna MANCINI

    FOTO: ANSA/EPA/ERDEM SAHIN

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