Da secoli il Venezuela reclama la sovranità sulla Guayana Esequiba con istanze più insistenti man mano che venivano scoperti importanti giacimenti e risorse naturali

Dante Alighieri fa concludere il racconto delle sorti del conte Ugolino della Gherardesca, nella sua Commedia, con il verso “più che ‘l dolor poté ‘l digiuno”, che apre l’interpretazione a due diverse possibilità: il conte imprigionato e lasciato senza cibo insieme ai figli, li vede morire uno dopo l’altro e nonostante il dolore insopportabile non è questo a ucciderlo, ma muore a sua volta di fame; oppure che il conte, al limite delle sofferenze, si sia nutrito della carne dei figli stessi, compiendo un atto di cannibalismo. Anche le sorti geopolitiche degli Stati sono spesso interpretabili in due modi e che due diverse istanze abbiano, nel corso degli anni, animato Venezuela e Guyana a proposito dell’Esequibo sembra evidente.

Innanzitutto, di cosa stiamo parlando: la Guayana Esequiba è una zona compresa tra i fiumi Cuyuni e Essequibo, ha un’estensione territoriale di 159.500 chilometri quadrati, fa parte della Repubblica cooperativa della Guyana ed è abitata da diversi gruppi indigeni (Sarao, Arawako, Kariña, Patamuná, Arekuna, Akawaio, Wapishana, Makushi, Wai Wai e Warao); il Venezuela – dove il territorio in questione è conosciuto soprattutto come “Zona en Reclamación” – ne reclama la sovranità da secoli. Le dispute intorno alla regione derivano dall’epoca coloniale. Durante il governo spagnolo la regione forma la Capitaneria generale del Venezuela che diviene poi Venezuela a seguito della Guerra di indipendenza nell’Ottocento. Il territorio dell’Esequibo, però, rappresenta una regione di frontiera inaccessibile e scarsamente abitata controllata dal neonato Stato prevalentemente de iure. Nel XVII secolo la Guyana è una colonia dei Paesi Bassi ma, alla fine del Settecento, il territorio viene ceduto all’Impero Britannico con un trattato che tuttavia non ne definisce chiaramente i confini occidentali. Per questo l’esploratore tedesco Robert Hermann Schomburgk viene incaricato di tracciare una linea di confine, poi chiamata Linea Schomburgk, che però include anche 80.000 chilometri quadrati di territorio rivendicato dal Venezuela. Dal 1841 l’esercito britannico ne assume il controllo e la zona si espande ulteriormente nel 1886 dopo la scoperta di giacimenti d’oro. A seguito dell’intervento statunitense, che sostiene il confine sia stato modificato in “maniera misteriosa”, viene proposto un arbitrato internazionale che si conclude nel 1899 con il Lodo di Parigi che sancisce il controllo della Guyana britannica sul territorio, stabilendone il confine attuale. Soluzione che ovviamente scontenta il Venezuela che si rifiuta di riconoscerne la validità; solo nel 1966 il Venezuela firma un accordo con il Regno Unito (prima dell’indipendenza della Guyana che avviene nello stesso anno). Con l’Accordo di Ginevra si stabiliscono dunque le basi per una soluzione negoziata alla disputa, ma le fazioni rimangono contrapposte: da una parte il Venezuela rivendica la sovranità sulla regione, dall’altro la Guyana sostiene che il Venezuela vi abbia rinunciato con il Lodo di Parigi. La disputa tra i due Stati va avanti per anni, senza raggiungere una soluzione e, anzi, si intensifica alla scoperta di alcuni giacimenti di petrolio al largo delle coste della regione. Nel 2015, infatti, l’azienda petrolifera statunitense ExxonMobil scopre una serie di giacimenti di petrolio e di gas, scoperta che porta a una spinta all’economia della Guyana che diviene un importante esportatore di petrolio a livello mondiale. Per questo il presidente del Venezuela Nicolás Maduro arriva ad accusare il suo omologo della Guyana Irfaan Ali di “aver trasformato il Paese in una filiale della ExxonMobil”. Per giungere a una soluzione alla disputa tra i Paesi, nel 2018 la Guyana chiede alla Corte Internazionale di Giustizia di dichiarare il confine attuale come legittimo e vincolante, il caso è stato preso in carico e se ne attende la decisione (che potrebbe richiedere anni).

Dai dati del Center for Strategic and International Studies,tra il 2015 e il 2021 in Guyana sono state scoperte riserve petrolifere corrispondenti a 8 miliardi di barili, nel 2023 la cifra è salita a 11 miliardi rendendo il Paese uno fra i 20 più ricchi di petrolio al mondo. Secondo le stime di Refinitiv Eikon nei primi tre mesi del 2023 la Guyana ha esportato 338.254 barili di petrolio al giorno e prevede di arrivare a produrre 1,2 milioni di barili al giorno entro il 2027; con questi numeri diverrebbe il terzo produttore di petrolio dell’America Latina (dietro Brasile e Messico, superando il Venezuela). Oltre al petrolio la regione è ricca di oro, rame, diamanti, ferro, bauxite, alluminio, manganese e uranio; la miniera d’oro di Omai è una delle più grandi della zona e tra 1993 e 2005 ha prodotto oltre 10 tonnellate d’oro, nel 2022 sono state individuate altre 4,5 tonnellate del metallo prezioso nell’area nota come “Wenot”. A ciò si aggiunge che nel territorio dell’Esequibo sono presenti numerosi fiumi e decine di cascate con salti anche superiori ai 200 metri, utili alla generazione di energia idroelettrica. Secondo diversi analisti è proprio nella ricchezza della zona che andrebbero cercate le ragioni delle sempre più forti rivendicazioni venezuelane, Paese da anni alle prese con una significativa crisi economica. Il presidente del Venezuela decide di porre la questione dell’Esequibo direttamente ai cittadini, con un referendum consultivo. Gli osservatori politici vedono nella mossa referendaria soprattutto un passaggio utile al presidente Maduro per aumentare la sua popolarità in vista delle elezioni del 2024, dato il suo impegno nella causa e il forte richiamo al nazionalismo.
Come riporta The Economist, durante il Governo Madurol’economia del Venezuela si è contratta del 75%. 6 milioni di persone hanno lasciato il Paese, più di un quinto della popolazione”; dal 2015, anno in cui è salito al governo, all’opposizione è stato impedito di ottenere risultati elettorali significativi e alla Corte Suprema sono stati posti uomini leali al presidente. Anche i mezzi di informazione sono per lo più gestiti da simpatizzanti di Maduro e molti siti Internet critici verso il presidente sono stati bloccati. Nel 2019 arriva una svolta importante: durante un’interruzione di corrente elettrica durata 6 giorni che ha reso impossibili i pagamenti elettronici “i commercianti sono stati costretti ad accettare i dollari, tecnicamente violando la legge. Da allora il governo ha abbandonato il controllo dei prezzi e il tasso fisso, spalancando le porte ai dollari. A giugno circa il 70% delle transazioni era effettuato con valuta statunitense. Un approccio che ha ridotto l’inflazione annuale da 2.000.000% del 2019 a meno del 2.000%”. Nonostante questo successo, però, la fiducia del popolo venezuelano verso il presidente sarebbe piuttosto bassa.

Il giorno dopo l’annuncio del referendum, il ministro del Potere Popolare per la Difesa del Venezuela, Vladimir Padrino López, assicura che la ricerca di idrocarburi nel tratto di mare conteso autorizzato dalla Guyana avrà una “risposta forte e proporzionale”, mentre la notizia del voto popolare scatena una crisi diplomatica e la Guyana, che si dichiara fortemente contraria al referendum, annuncia che non intende riconoscerne i risultati. La Guyana presenta un ricorso contro il referendum alla Corte Internazionale di Giustizia, chiedendo di intervenire in modo da bloccarlo, l’organo giudiziario dell’ONU però si limita ad avvertire il Venezuela che non avrebbe potuto cambiare lo status quo del territorio. Durante la campagna mediatica precedente al voto il Governo di Caracas critica a più riprese gli “abusi della ExxonMobil” facendo appello al patriottismo venezuelano, mentre la leader dell’opposizione María Corina Machado chiede di sospendere il referendum e formare una squadra incaricata di presentare un ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia, rimanendo inascoltata.

Il referendum consultivo va avanti e il 3 dicembre 2023 i venezuelani sono chiamati a dichiarare se sono d’accordo a “opporsi, con tutti i mezzi, in conformità con la legge, alla pretesa della Guyana di disporre unilateralmente di un mare in attesa di delimitazione, illegalmente e in violazione del diritto internazionale”, viene inoltre chiesto se siano favorevoli a concedere la nazionalità venezuelana ai residenti della regione. Secondo quanto diffuso dal centro elettorale nazionale, il referendum è stato approvato con oltre il 90% di voti favorevoli e un’affluenza intorno al 50%. Il ministro degli Esteri della Guyana, Robert Persaud, ha dichiarato che a causa del voto si sarebbero creati “livelli di tensioni senza precedenti tra i due Paesi”, mentre da parte del governo venezuelano oltre l’esultanza per i risultati non è stato chiarito come si sarebbe giunti alla possibile “annessione” dato che ogni tentativo di applicare il risultato del referendum comporterebbe modifiche alla Costituzione del Paese e a un intervento militare. Due giorni dopo la votazione, però, Maduro presenta una nuova mappa del Venezuela che include l’Esequibo e annuncia una legge speciale per la creazione di una provincia venezuelana nella regione. Nei pressi del confine conteso viene inoltre inviato un contingente dell’esercito venezuelano e il presidente chiede alla compagnia petrolifera statale PDVSA di tracciare una mappa di giacimenti e risorse, oltre a ordinare all’Assemblea nazionale di mettersi al lavoro per preparare una proposta di legge per delimitare la porzione di mare (a cui la Guyana non avrebbe più avuto diritto di accesso).

A seguito del referendum il premier del Paese caraibico di Saint Vincent e Grenadine (e presidente pro tempore della Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi), Ralph Gonsalves, annuncia un incontro tra Maduro e Ali; da parte venezuelana l’incontro ha lo scopo di “mantenere l’America Latina e i Caraibi una zona di pace” mentre dalla Guyana si fa sapere che il presidente accetta di partecipare ma che i confini del Paese “non sono in discussione”. L’incontro, durato circa due ore, termina con un comunicato congiunto dove i due presidenti si impegnano a non usare la forza “in nessuna circostanza” per rivendicare la Guayana Esequiba e che per dirimere la questione intendono adeguarsi “al diritto internazionale”. Si tratta però di un documento piuttosto vago su ciò che potrebbe succedere, dato che né Venezuela né Guyana hanno concordato su come risolvere la controversia; parallelamente il presidente Ali ha dichiarato di avere piena fiducia nella Corte Internazionale di Giustizia (a proposito della questione aperta nel 2018) mentre Maduro ha affermato di non riconoscerne la giurisdizione a proposito della questione. Tre mesi dopo, il 25 gennaio 2024, i ministri degli Esteri dei due Paesi, Yvan Gil e Hugh Hilton Todd, si sono incontrati in Brasile con la mediazione del capo della diplomazia brasiliana Mauro Vieira (il Brasile, confinando con Venezuela e Guyana, teme che un’escalation di violenza possa minacciare il territorio nel Roraima e alcuni reggimenti dell’esercito brasiliano sono stati inviati a controllare la frontiera). Secondo quanto riportano i media venezuelani Maduro sostiene di voler continuare a rivendicare il dominio sulla regione avendo fiducia negli sforzi della diplomazia internazionale assicurando che la rivendicazione non prevede un piano diverso dalla diplomazia di pace.

La situazione è ancora lontana da una soluzione, ma alla luce della spinta venezuelana degli ultimi 10 anni pare effettivamente che ad animare le pretese nazionalistiche giochi un ruolo importante la ricchezza della regione.