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    David Lynch: sogni, incubi e cieli blu

    Francesca LasiDi Francesca LasiGennaio 18, 2025
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    Il regista è morto a 78 anni. Visionario, sperimentale, all’avanguardia e contemporaneamente pop, ha segnato il cinema con il suo stile personalissimo

    È difficile, anzi impossibile, restituire in modo esaustivo il segno che ogni persona lascia a questo mondo. E quindi non succederà neanche in questo ricordo di uno dei più grandi e influenti registi di tutti i tempi (e ci permettiamo di dirlo, per una volta, senza paura di essere smentite). David Lynch se ne è andato a 78 anni –anzi, pochi giorni prima del suo 79esimo compleanno – a causa di un enfisema. Nel messaggio con cui la famiglia ha comunicato la sua morte su Facebook si legge: «C’è un grande buco nel mondo ora che lui non è più con noi. Ma come avrebbe detto ‘Guarda la ciambella e non il buco’. È una bella giornata con un sole splendente e cielo blu dappertutto». E non servirebbe altro, in teoria.

    Cinema, televisione, pittura, musica: sono diversi i linguaggi con i quali Lynch ha concepito e restituito i suoi mondi, che sono diventati anche i nostri, anche se, forse, non siamo mai riuscite davvero a capire ma abbiamo capito dandone la nostra versione, perché solo dopo ci siamo accorte che non dovevamo “capire”. Ma in ogni caso va bene così perché, come ha scritto su Instagram l’attore Kyle Maclachlan, legato al regista da profondo un sodalizio artistico e umano: «[David Lynch] non era interessato alle risposte perché aveva capito che le domande sono la spinta che ci rende quello che siamo. Sono il nostro respiro».

    Nelle sue opere si fondono surrealismo, simbolismo, noir, bizzarro, grottesco declinati in una chiave personalissima e originale attraverso la quale indaga il rapporto tra sogno e realtà, illusione e reale.

    Jack Nance in “Eraserhead” (1977) – SHUTTERSTOCK/RALF LIEBHOLD

    “Una storia vera”

    Visionario, onirico, sperimentale, all’avanguardia, sono tante le parole usate per descrivere il cineasta. Nato a Missoula, in Montana, il 20 gennaio 1946, fin da giovanissimo si interessa all’arte, in particolare alla pittura. È alla Pennsylvania Academy of Fine Arts che arrivano le prime esperienze con la macchina da presa. Nei suoi primi cortometraggi ibrida il cinema e alla pittura, come in Six Men Getting Sick). Nel mediometraggio The Grandmother del 1970 – in cui si mescolano animazione in  stop motion e recitazione – troviamo gli elementi che caratterizzeranno l’arte di David Lynch: il focus sull’inconscio e l’importanza del sonoro nella creazione dell’atmosfera.

    Ma è nel 1977 che arriva il primo lungometraggio, Eraserhead, che negli anni diventerà un cult in grado di influenzare altri registi come Stanley Kubrick. Sono tante le disamine fatte intorno alla pellicola, ma qui ci basta citare la definizione data dallo stesso Lynch: «A dream of dark and troubling things» («Un sogno di cose oscure e fastidiose»). Il protagonista è interpretato da Jack Nance, anche lui “attore feticcio”, come si dice, del regista.Proiettato per 10 anni nei cinema di mezzanotte (perché inizialmente considerato di difficile distribuzione), Eraserhead  avrà in seguito un enorme impatto culturale, ma fin da subito rende David Lynch uno dei nuovi rappresentanti dell’avanguardia cinematografica.

    Pur mostrando sin da subito uno stile ben definito, con il suo cinema Lynch si muove su territori differenti. Lo vediamo già dal secondo film, The Elephant Man (1980), che racconta la storia di Joseph Merrick, uomo vissuto nell’età vittoriana discriminato e sfruttato a causa del suo aspetto fisico: aveva – si scoprirà poi – la Sindrome di Proteo, malattia genetica che causa la crescita incontrollata di ossa, pelle, muscoli, tessuti, identificata proprio poco prima dell’uscita del film del regista statunitense. La pellicola viene candidata a 8 Oscar ma non vince alcun premio.

    Laura Dern consegna il Leone d’Oro alla carriera a David Lynch al Festival di Venezia del 2006, prima della proiezione di “Inland Empire” – ANSA/CLAUDIO ONORATI-ON-KRZ

    Negli anni a seguire Lynch si muove verso luoghi ancora differenti. Proprio sull’onda del successo di The Elephant Man al cineasta viene affidato un progetto completamente diverso, l’adattamento cinematografico di Dune, romanzo fantascientifico di Frank Herbert. Il film esce nel 1984 ed è ricordato come uno dei flop più illustri della storia del cinema. Inizialmente non piace né al pubblico, né alla critica ma negli anni diventa un cult per diversi fan di Lynch. Dune segna l’inizio del sodalizio artistico con Kyle MacLachlan, che continuerà con Velluto Blu (Blue Velvet, 1986), I segreti di Twin Peaks (1990-1991 e nella terza stagione del 2017) e nel film prequel della serie Fuoco cammina con me (1992). Proprio Velluto Blu fa guadagnare a Lynch la seconda candidatura agli Oscar come Miglior Regista e segna anche l’inizio della collaborazione con il compositore Angelo Badalamenti, che curerà la colonna sonora dei successivi film di Lynch (tranne Inland Empire), delle serie Twin Peaks e Rabbits (2002). Del film rimangono impresse anche le performance di MacLachlan, Isabella Rossellini – con cui Lynch ha avuto una relazione sentimentale – e Dennis Hopper. In Velluto Blu ci sono elementi che ricorreranno nei lavori successivi del regista, come l’uso di canzoni d’epoca (come Blue Velvet, appunto, interpretata da Bobby Vinton) e l’attenzione al lato oscuro, nascosto ma non troppo bene, di una piccola cittadina.

    È questo che sta alla base de I segreti di Twin Peaks (Twin Peaks) la serie visionaria con cui i sogni e, soprattutto, gli incubi creati da Lynch insieme a Mark Frost approdano in televisione, cambiandola e rivoluzionandola. L’apparente tranquillità della cittadina di Twink Peaks viene stravolta dal ritrovamento del corpo senza vita di Laura Palmer (interpretata da Sheryl Lee), popolare studentessa del liceo. A indagare sulla sua morte arriva l’agente dell’FBI Dale Cooper (interpretato da MacLachlan) appassionato di caffè e torta di ciliegie. Le sue indagini, però, sveleranno segreti a dir poco inquietanti sugli abitanti della ridentissima cittadina americana, poco distante dal confine con il Canada. Ora, è impossibile riassumere cosa sia e cosa rappresenti Twin Peaks in poche parole (così come le altre opere del regista). Per amor di brevità diremo solo che, proprio grazie gli incubi provocati nelle telespettatrici e nei telespettatori (non è un “nonostante” in questo caso), la serie ottiene un successo strepitoso, tanto che alcune battute del film diventano di uso comune (e lo sono ancora, a distanza di 35 anni dalla prima puntata). Difficilmente incasellabile in un unico genere, con il suo mix di horror, dramma, commedia, parodia, kitsch (voluto) e grottesco, la serie sovverte il linguaggio televisivo e seriale in generale. Sorgono, però, contrasti con l’ABC: l’emittente preme per rivelare l’identità dell’assassino di Laura Palmer alla metà della seconda stagione, ma Lynch vuole mantenere il mistero fino alla fine. Il regista lascia il progetto durante la seconda stagione ma ritornerà sulla storia prima con il film prequel Fuoco cammina con me (Twin Peaks: Fire Walk With Me, 1992) – in cui troviamo anche David Bowie nel ruolo dell’agente Philip Jeffries –  poi con la serie revival del 2017 (18 episodi immaginati come un unico film).

    Dopo Twin Peaks, David Lynch si dedica a Cuore selvaggio (Wild at Heart, 1990), che gli vale la Palma d’Oro al 43esimo Festival di Cannes. Il film, con protagonisti Laura Dern e Nicholas Cage, è un road movie fuori dagli schemi che racconta, con sarcasmo, una storia d’amore altrettanto fuori dagli schemi. Nella seconda metà degli anni Novanta arrivano altri due film completamente diversi tra loro Strade perdute (Lost Highways, 1997), una crime story tra il noir e il surreale, e Una storia vera (The Straight Story, 1999), che racconta la storia vera di Alvin Straight, un 73enne che nel 1994 decide di compiere un lungo viaggio a bordo di un trattorino rasaerba per andare a trovare il fratello, colpito da un infarto. È questo un film strettamente biografico, in cui il regista si approccia a uno stile distante da quello che lo ha reso noto – e che ha dato origine all’aggettivo lynchiano – e rimarrà un unicum nella sua carriera.

    Poster di “The Elephant Man” – SHUTTERSTOCK/RALF LIEBHOLD

    Nel 2001 esce quello che è forse il film più noto ed enigmatico del cineasta, Mulholland Drive. La pellicola racconta la (articolatissima, ingarbugliata) storia di due donne, interpretate da Naomi Watts e Laura Harring, ambientata in una Hollywood truce e ostile. Successo di pubblico e di critica, con Mulholland Drive Lynch vince il Premio come Miglior Regista al 54esimo Festival di Cannes. Nel 2006 esce l’ultimo lungometraggio diretto da David Lynch, Inland Empire, l’unico della sua carriera girato interamente in digitale. Miscela di horror, grottesco e thriller, il film vede nel cast collaboratori di lunga data di Lynch come Laura Dern, Harry Dean Stanton e Justin Theroux.

    David Lynch non si è dedicato solamente al cinema e all’audiovisivo come regista, sceneggiatore, attore, montatore, ma anche alla musica (fondamentale nei suoi film), alla pittura, alla visual art. Nel 2006 riceve il Leone d’Oro alla Carriera al Festival del Cinema di Venezia, nel 2020 l’Oscar alla carriera e viene definitivamente consacrato (ma lo era già prima) come il regista che in modo personalissimo ha saputo essere contemporaneamente all’avanguardia e pop.

    Le atmosfere disturbanti dei suoi film hanno segnato il cinema e le personalità delle spettatrici e degli spettatori. Nei tanti tributi scritti dopo la notizia della sua morte, una frase che ritorna spesso è che non si può rimanere uguali a come si era prima dopo aver visto un film di Lynch. E questo, chi scrive, si sente di confermarlo. Il regista ha segnato il modo in cui percepiamo la realtà ma anche il modo in cui diamo forma al nostro immaginario. Non importa trovare risposte: nei suoi film abbiamo visto la bellezza, l’oscurità, la paura, l’angoscia, l’incanto, la tenerezza, l’ironia grottesca, la buffa idiozia, l’ambiguità, il “weird”, “strano”, che troviamo nel mondo che abitiamo (e anche in noi stesse).

    Tra le tante immagini che ricorderemo di David Lynch ci sono quelle delle previsioni del tempo, bizzarre, divertenti, profondissime, che teneva su YouTube in cui, con l’iconico ciuffo bianco e gli occhiali da sole (perché “vedeva il futuro ed era molto luminoso”), ci augurava “cieli blu e un sole splendente”.

    di: Francesca LASI

    FOTO: ANSA/LUIGI MISTRULLI

    #copertina cinema david lynch twin peaks
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