Per decenni la ricerca cardiovascolare è stata costruita soprattutto su uomini e su modelli di malattia maschili, e oggi nuove evidenze mostrano perché riconoscere le differenze non sia un dettaglio, ma una parte della cura.
Quando la stessa cura non dà lo stesso risultato
Quando pensiamo a un infarto, chi vediamo? Quasi sempre un uomo di mezza età che si porta una mano al petto, e non è un’immagine nata per caso, perché la prevenzione, i sintomi da riconoscere e molte delle conoscenze su cui si fondano diagnosi e terapie sono cresciuti dentro quel modello, e il cuore delle donne ne è rimasto a lungo fuori.
Il problema è che il cuore delle donne non è una versione più piccola di quello degli uomini. Una recente Perspective pubblicata su Nature Medicine torna proprio su questo punto, ricordando che le malattie cardiovascolari restano una delle principali cause di morte e disabilità anche tra le donne, mentre le evidenze che guidano diagnosi e trattamenti derivano ancora in larga parte da studi in cui hanno prevalso gli uomini e le forme di malattia tipicamente maschili. Gli autori chiedono di integrare davvero il sesso biologico nella ricerca e nella pratica clinica.
Un dato italiano rende il tema molto concreto. Il registro multicentrico AT-TARGET-IT ha seguito 2.613 pazienti in trattamento con anticorpi monoclonali anti-PCSK9, farmaci usati da chi deve ridurre in modo importante il colesterolo LDL, e 806 erano donne. Le pazienti mostravano una maggiore aderenza alla terapia, ma raggiungevano meno spesso i valori di LDL raccomandati, il 51,7% contro il 64,6% degli uomini. Partivano però da condizioni diverse, con un’età media più alta, livelli iniziali di LDL maggiori, più intolleranza alle statine e un minore uso di terapie combinate, e i ricercatori sottolineano che resta da capire quanto pesino i fattori biologici, clinici e terapeutici.
Non significa che un farmaco funzioni negli uomini e non nelle donne. Significa che, davanti alla stessa diagnosi e allo stesso obiettivo, il percorso può non essere identico.
E qui entra in gioco la medicina di genere.
La medicina di genere non è la medicina delle donne

Il termine può trarre in inganno, perché non vuol dire creare una corsia separata né dipingere di rosa visite e campagne di prevenzione. Vuol dire studiare come sesso biologico e genere influenzino il rischio di ammalarsi, il modo in cui una malattia si manifesta, la risposta alle terapie e perfino l’accesso alle cure.
Nel caso del cuore alcune differenze sono note da tempo. Nella vita femminile entrano in gioco gravidanza, menopausa e variazioni ormonali, e condizioni come la dissezione coronarica spontanea, la sindrome di Takotsubo e alcuni disturbi della vasomotilità coronarica colpiscono soprattutto le donne e sono state studiate meno di altre patologie cardiovascolari.
Il rischio non comincia con la menopausa
C’è poi un errore diffuso, quello di pensare che il rischio cardiovascolare riguardi le donne solo dopo una certa età. La menopausa è uno spartiacque importante, ma la storia cardiovascolare di una donna comincia molto prima, perché ipertensione gestazionale, preeclampsia e diabete gestazionale possono dire qualcosa sul rischio futuro, e lo stesso vale per alcune malattie autoimmuni e per la sindrome dell’ovaio policistico.
Eppure la percezione del rischio resta spesso bassa. È un tema che avevamo già incontrato parlando di come l’età anagrafica racconti solo una parte della salute del nostro cuore, perché prevenire significa prima di tutto capire quale rischio stiamo davvero misurando.
Portare la prevenzione dove sono le donne
Forse anche per questo il 29 settembre, Giornata mondiale del cuore, è partita Cuore in Farmacia, la campagna di Cittadinanzattiva e Federfarma che coinvolge circa 500 farmacie e offre alle donne tra i 40 e i 60 anni un questionario sul rischio, la misurazione della pressione e dei parametri corporei e, nelle farmacie con servizio di telemedicina, anche un elettrocardiogramma gratuito.
È un passaggio interessante, perché sposta la prevenzione da un principio astratto a qualcosa che si può fare sotto casa. Come abbiamo già visto parlando di prevenzione dei tumori, però, fare prevenzione non significa promettere che una malattia si possa evitare con certezza, ma conoscere i fattori che modificano il rischio e intervenire dove esiste un margine per farlo.
Curare tutti allo stesso modo non significa curare tutti bene
Per anni l’uguaglianza in medicina è stata associata all’idea di trattare tutti nello stesso modo. Ma uguaglianza ed equivalenza non coincidono, e se due persone hanno differenze biologiche capaci di cambiare il rischio, la risposta a un farmaco o il modo in cui una malattia si presenta, ignorarle non rende la medicina più imparziale, la rende meno precisa.
Il punto non è sostituire un modello maschile con uno femminile, ma smettere di pensare che ne esista uno solo.
E forse proprio il cuore, l’organo che per decenni abbiamo creduto di conoscere così bene, ci ricorda una cosa semplice. Per curare davvero allo stesso modo uomini e donne, qualche volta dobbiamo imparare a curarli in modo diverso.
In copertina – Immagine di repertorio. Crediti: Puwadon Sang-ngern / Pexels
Domande frequenti sul cuore delle donne
Sesso biologico e genere possono cambiare il rischio, il modo in cui la malattia si manifesta e la risposta alle terapie, quindi il cuore delle donne non è una versione più piccola di quello maschile.
È lo studio di come sesso biologico e genere influenzano il rischio di ammalarsi, la manifestazione delle malattie, la risposta ai farmaci e l’accesso alle cure. Non è la medicina delle donne.
No. La menopausa è uno spartiacque importante, ma ipertensione, preeclampsia e diabete in gravidanza possono dare indicazioni sul rischio futuro.


