Il Tribunale di Milano ordina a Google di rivedere le procedure per la deindicizzazione e riporta al centro una domanda che riguarda chiunque abbia un passato, quanto a lungo può continuare a definirci
Nel 1998 un quotidiano spagnolo pubblicò poche righe su un’asta immobiliare legata a debiti previdenziali. Nel 2010, dodici anni dopo, Mario Costeja González presentò un reclamo perché cercando il suo nome su Google trovava ancora quella notizia. Da lì è nata la sentenza europea sul diritto all’oblio, e oggi un’altra decisione, quella con cui il Tribunale di Milano ha accolto l’azione inibitoria collettiva promossa da alcuni membri dell’associazione Algopolio, torna sulla stessa questione. Entro il 15 novembre Google dovrà modificare le procedure per la deindicizzazione, permettendo agli utenti di allegare documenti e motivando in modo comprensibile gli eventuali rifiuti.
Google ha già annunciato appello, sostenendo di avere team dedicati all’esame delle singole richieste, e secondo Byte.it la penale per il ritardo arriva a ventimila euro al giorno. Il diritto all’oblio non nasce con questa decisione, perché la normativa europea lo riconosce da tempo, ma a Milano si è discusso di una cosa più concreta, cioè di che cosa succede quando una persona prova a far valere quel diritto davanti a un modulo online e riceve in cambio un rifiuto che non spiega nulla.
Il passato oggi non passa più
Per secoli il tempo ha avuto anche una funzione sociale, quella di far perdere peso alle cose. Un errore, una vicenda giudiziaria, una fotografia o un periodo difficile potevano restare nella memoria di qualcuno, ma con gli anni smettevano di definire una persona agli occhi di tutti. Internet ha cambiato questa dinamica, perché una ricerca per nome e cognome riporta in pochi secondi una persona esattamente dove si trovava dieci o quindici anni prima, anche se nel frattempo è stata assolta, ha cambiato città o professione, o è semplicemente diventata un’altra.
Il 13 maggio 2014 la Corte di giustizia dell’Unione europea chiarì che il motore di ricerca è responsabile del trattamento di quei dati e che in certi casi i link possono essere rimossi, cercando un giusto equilibrio con l’interesse del pubblico a informarsi. Da allora il tema non ha più smesso di tornare.
Essere ricordati non è essere definiti
Questo non significa che Internet debba cancellare il passato, perché la memoria ha un valore, gli archivi giornalistici hanno un valore, e un fatto realmente accaduto non smette di essere vero solo perché sono passati degli anni. La deindicizzazione, del resto, non cancella l’articolo e non riscrive la storia, ma interrompe in alcuni casi l’associazione automatica tra una persona e una vicenda del suo passato quando se ne cerca il nome.
Il nodo, semmai, riguarda una società che chiede continuamente alle persone di evolvere, di ricominciare, di riabilitarsi, ma che intanto conserva una memoria capace di riportare per sempre lo stesso frammento della loro storia. Se crediamo davvero che si possa cambiare, dobbiamo accettare che ciò che si è fatto in un momento della vita non diventi per forza un’identità permanente, soprattutto quando un procedimento si chiude senza responsabilità accertate o quando una notizia ha perso ogni interesse pubblico. Non è il diritto a una biografia perfetta, ma quello a non essere ridotti per sempre al proprio momento peggiore.
Chi decide cosa dobbiamo dimenticare?
Dall’altra parte c’è il diritto degli altri a sapere. Una persona con responsabilità pubbliche può avere un passato che resta rilevante, una vicenda può conservare un interesse storico o politico, e una richiesta di rimozione può scontrarsi con il diritto di cronaca, per cui non esiste nessun automatismo e la disciplina europea impone un bilanciamento caso per caso. Per questo il passaggio più interessante della decisione milanese riguarda, forse, il metodo più che il merito. Secondo i ricorrenti il Tribunale esige procedure individualizzate, non automatizzate, perché per decidere quanto il passato debba pesare sul presente serve ancora un giudizio umano, che chi lo subisce possa leggere e contestare.
Il modo in cui le grandi piattaforme rispondono delle proprie scelte è un tema che abbiamo già raccontato a proposito del processo a Meta.
È un tema che ci riguarda da vicino, perché anche una testata conserva un archivio, e ogni articolo che resta online racconta una persona così com’era il giorno in cui è stato scritto. Per chi si trova dall’altra parte, il percorso passa dal modulo di Google e, in caso di rifiuto, dal Garante per la privacy o dal giudice.
Il diritto di diventare qualcun altro

Forse il vero tema non è la cancellazione, ma il tempo, cioè il diritto ad avere una storia invece di restare bloccati dentro una fotografia. Internet ha reso semplicissimo ricordare tutto, ma non tutto ciò che si può ricordare deve continuare a definire qualcuno, e una società capace di concedere una seconda possibilità deve saper riconoscere che una persona non coincide con ogni risultato che compare digitando il suo nome. La memoria collettiva è necessaria, ma lo è anche la possibilità di diventare altro, ed è forse a questo che serve il diritto all’oblio, non a cancellare ciò che siamo stati ma a impedire che diventi per sempre tutto ciò che possiamo essere.
Il diritto all’oblio permette di chiedere che alcuni risultati non compaiano più cercando il proprio nome, quando non esiste più un interesse pubblico attuale. Con la deindicizzazione l’articolo non viene cancellato, resta online ma non è più associato al nome della persona nei risultati di ricerca.
Il Tribunale ha accolto l’azione inibitoria collettiva promossa da alcuni membri dell’associazione Algopolio. Entro il 15 novembre Google dovrà permettere di allegare documenti alle richieste di deindicizzazione e motivare in modo comprensibile gli eventuali rifiuti. L’azienda ha annunciato appello.
Si compila il modulo che Google mette a disposizione per le richieste di rimozione dei risultati di ricerca. In caso di rifiuto ci si può rivolgere al Garante per la privacy o al giudice.


