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    Compagno di social

    Flavia Dell'ErtoleDi Flavia Dell'ErtoleMarzo 15, 2024
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    L’autore di “Compagno di sbronze”, Charles Bukowski, vive una nuova fama come “autore da social network”, ma chi era davvero?

    Sono passati 30 anni dalla morte di quell’unicum nell’immaginario culturale che è stato Heinrich Karl Bukowski, noto come Henry Charles “Hank” Bukowski Jr, uno dei principali esponenti della corrente letteraria che il critico statunitense Bill Buford ha definito “realismo sporco”. Secondo quanto riporta l’Enciclopedia online Treccani,Bukowski incarna la «singolare figura di scrittore “maledetto”, pieno di disprezzo per gli intellettuali (compresi quelli della generazione beat), nostalgico del New Deal roosveltiano, in pagine autobiografiche e diaristiche animate da un acceso individualismo (riscattato però da una intelligente autoironia), ha espresso in modo provocatorio, con ripetitività talvolta eccessiva, una protesta del tutto aliena da ogni pretesa d’incidenza politica, che si traduce in oscenità divertita e pervasa da rabbia anarcoide».
    Il suo stile, duro e realistico, lo ha fatto amare da molti, ma una nuova fama è giunta allo scrittore con i social network. Chiunque abbia un profilo social è incappato almeno una volta in un aforisma dello scrittore, solo su Instagram la ricerca “#bukowski” fornisce 859 mila risultati, “#charlesbukowski” 668 mila e “#bukowskiquotes” oltre 39 mila post. Il trend evidenzia quanto le parole di Bukowski siano immuni dallo scorrere del tempo e di come la sua scrittura possa sempre essere considerata attuale. Ad animare questa rincorsa alla frase più adatta per fare da cornice alla foto di un tramonto sulla spiaggia sembrano partecipare più fattori, alcuni dei quali molto poco letterari. Se da un lato gli utenti, che pure circolano in un perimetro perfettamente convenzionale quale quello dei social network, sono alla costante ricerca di apparire alternativi al mainstream – e chi è più alternativo di Bukowski? -, dall’altra una scrittura volutamente senza fronzoli e perfettamente aderente alla realtà viene letta in un’ottica banale e viene, di conseguenza, depotenziata. Non solo, va infatti notato anche che spesso le frasi che si incontrano tra uno scroll e l’altro Bukowski non le abbia mai scritte o, peggio, che le frasi dello scrittore siano state ritoccate, ripulite, e consegnate in pasto al pubblico social in una versione edulcorata. Un esempio è la citazione “io dico alle donne che la mia faccia è la mia esperienza e le mani sono la mia anima” tratta da Taccuino di un vecchio sporcaccione: la frase, infatti, non è completa, viene omessa in realtà una parte fondamentale del pensiero e della scrittura di Bukowski che scrive: “io dico alle donne che la mia faccia è la mia esperienza e le mie mani sono la mia anima. Qualunque cosa, pur di tirare giù quelle mutandine”. Viene così castrato il pensiero e smussate le spigolosità di uno scrittore che spigoloso lo è stato per tutta la vita.

    Ripercorrerne la biografia è utile a renderlo evidente: nasce ad Andernach, Germania, nel 1920 da padre statunitense di origini polacche e tedesche e madre tedesca, ha tre anni quando la famiglia si trasferisce negli Stati Uniti dove i genitori cercano una maggiore stabilità economica. Bukowski racconta di un’infanzia difficile tra le violenze del padre e il bullismo subito dai vicini xenofobi; Bukowski, che i genitori per far sembrare meno tedesco iniziano a chiamare Henry, oltre alle complesse dinamiche in cui cresce è un bambino timido e solo. Ha pochi amici, uno di questi – che viene chiamato Eli LaCrosse nei suoi libri – è William “Baldy” Mullinax ed è con lui che, per la prima volta intorno ai 13 anni, scopre il vino, da quel momento in poi la compagnia dell’alcool diviene una costante per tutta la sua vita. Per due anni frequenta il L.A. City College e si avvicina a un gruppo di nazisti, il German-American Bund (Amerikadeutscher Volksbund), ma come racconta nel 1973 in A sud di nessun nord. Storie di una vita sepolta: «al L.A. City College, poco prima che cominciasse la seconda guerra mondiale, mi atteggiavo a nazista. Distinguevo a fatica Hitler da Ercole e non poteva importarmene di meno», spiegando che “semplicemente sputavo qualsiasi cosa che pensavo fosse malvagia o bestiale”.

    Durante la Seconda Guerra Mondiale viene arrestato per renitenza alla leva, dopo la prigione non supera l’esame per partecipare al servizio militare e durante la sua vita talvolta partecipa alle campagne pacifiste, ma non in maniera costante rifiutando ogni partecipazione politica alla società. Nel 1944 escono i primi scritti di Bukowski, che non riscuotono successo e per questo per 10 anni si rifiuta di scrivere; è un decennio che vive spostandosi, alloggiando in pensioni economiche negli Stati Uniti, lavorando saltuariamente e facendo incetta di incontri, personaggi e tutto il suo immaginario che animano le sue pagine quando torna a scrivere.

    È il 1965 quando esce, dopo la pubblicazione di alcune raccolte di poesie, la sua prima raccolta di racconti; poi nel 1969, il 49enne Bukowski accetta l’offerta di John Martin – editore della Black Sparrow – e diviene uno scrittore a tempo pieno, in meno di un mese dà alle stampe il suo primo romanzo autobiografico, Post Office, venendo scoperto dal grande pubblico.

    Con la fama arrivano sempre più donne – uno dei punti centrali di tutta l’opera di Bukowski (le donne, non l’amore, dato che per lo scrittore “l’amore è un cane che viene dall’inferno”) – tra le più importanti figurano la poetessa e scultrice Linda King e la manager degli studi di registrazione Liza Willams, ma anche “Tammie” e “Tanya”, così citate in questo modo nei suoi libri. Con Linda Lee Beighle, ristoratrice e aspirante attrice, lo scrittore vive tra alti e bassi – e, soprattutto, scioperi della fame e preghiere (di lei) per tornare insieme ogni volta che la mette alla porta – una delle sue storie più lunghe che culmina nel matrimonio, nel 1985. In uno scritto Bukowski ammette che l’obbligo di bere meno (ed esclusivamente vino) di Linda Lee Beighle – chiamata Sara nei suoi libri – gli ha regalato altri 10 anni di vita. Nonostante la tubercolosi che lo affligge nel 1988 continua a scrivere e pubblicare romanzi e proprio poco dopo aver completato Pulp, il suo ultimo lavoro che viene pubblicato postumo, il 9 marzo 1994 Bukowski muore, stroncato da una leucemia fulminante.

    Sempre nel suo A sud di nessun nord scrive: «come può dirvi chiunque, non sono un tipo molto gradevole. Non so nemmeno cosa voglia dire. Ho sempre ammirato i cattivi, i figli di puttana. Non mi piacciono gli uomini perfettamente rasati, con la cravatta e un buon lavoro. Mi piacciono gli uomini disperati, con i denti rotti, il cervello a pezzi e una vita da schifo. Sono loro che mi interessano. Sono pieni di sorprese. Ho anche un debole per le donnacce, quelle che si ubriacano e bestemmiano, che hanno le calze molli e il trucco sbavato. Mi interessano di più i pervertiti dei santi. Mi rilasso con gli scoppiati perché anch’io sono uno scoppiato. Non mi vanno le leggi, la morale, la religione, le regole. Non mi va di essere plasmato dalla società». Insomma Bukowski, che ha passato tutta la sua vita a non scendere a compromessi e a mettere sotto la lente d’ingrandimento i tanti aspetti visti come un tabù dalla società, si merita ben di più della notorietà da autore da social. E la sua grandezza la dimostra nel suo racconto Cavalli, mica cavoli dove scrive che “il guaio di ogni aforisma, di ogni affermazione, è che può facilmente diventare una mezza verità, una fregnaccia, una bugia o un appassito luogo comune”. E anche una didascalia per raccogliere un pugno di like, Hank.

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    Flavia Dell'Ertole

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