Il giornalista australiano rischia 175 anni di carcere e un processo senza sconti negli Stati Uniti. Ma non è solo il futuro di Wikileaks a dipendere dall’istanza di estradizione contestata a Londra

NOTA DELL’AUTRICE: Il 26 marzo 2024 la Corte britannica si pronuncia accogliendo momentaneamente l’appello di Assange, che evita così il trasferimento negli Stati Uniti, ma il processo di estradizione è solo in stand-by. I due giudici Victoria Sharp e Jeremy Johnson hanno infatti chiesto di aggiornare l’udienza al 20 maggio: entro questa occasione il Governo degli Stati Uniti è chiamato a presentare chiare garanzie sul trattamento di Assange. Washington dovrà assicurare che al giornalista sarà garantito il Primo Emendamento sulla libertà di parola, che non sarà discriminato o pregiudicato in alcun modo per la sua nazionalità australiana e che non andrà incontro a pena di morte. Una volta ottenute queste garanzie, la Corte tornerà ad affrontare il tema dell’estradizione, con la difesa di Assange che potrà nuovamente chiedere di bloccare l’arresto da parte degli USA. Nel frattempo i giudici, pur giudicando “non infondate” le ragioni dell’appello nella parte in cui si teme per la vita di Assange, hanno già respinto altre motivazioni della difesa, come la denuncia di persecuzione politica.


Sono le ore più lunghe per Julian Assange: il fondatore di Wikileaks è infatti (di nuovo) in attesa di un verdetto che potrebbe cambiargli per sempre la vita. In appello dinanzi all’Alta corte britannica di Londra, il giornalista e i suoi legali sperano in un ultimo regalo dai giudici inglesi: il respingimento dell’istanza di estradizione negli Stati Uniti già firmata nel 2022 dall’allora ministra dell’Interno Priti Patel. Dall’altra parte dello steccato, per Assange, c’è un procedimento con 18 accuse a suo carico che potrebbe costargli fino a 175 anni di prigione.

Si chiude così l’ultimo atto britannico di un processo ormai globale lungi dall’avvicinarsi a un verdetto definitivo. Se anche questo ricorso dovesse fallire, il giornalista avrebbe esaurito le sue carte a Londra e la sua ultima remota spiaggia di salvezza dall’estradizione rimarrebbe, nel Vecchio Continente, l’appello alla Corte europea dei Diritti dell’uomo.

Sono 18 i capi d’accusa totali di cui Julian Assange deve rispondere negli Stati Uniti, di cui 17 in violazione dell’Espionage Act per, fra le altre cose, complicità nell’hackeraggio di file dal Pentagono. La storia del padre di Wikileaks incarna il dualismo definitivo di libertà e sicurezza, quel binomio in precario equilibrio compromissorio in cui a volte si sta da una parte, a volte si preferisce l’altra. Non è forse questo il compito cui sono chiamati i giudici, più concentrati sulle violazioni formali del diritto; né il verdetto finale di un Tribunale basterebbe per mettere a tacere lo scontro fra chi sostiene la massima libertà di stampa e chi invece teme i pericoli insiti nelle fughe di notizie. È chiaro insomma che la questione è sottilmente giuridica, ma sostanzialmente politica. Se i legali di Assange hanno parlato di “ritorsione di Stato per l’espressione di un’opinione politica” del giornalista, non è in realtà la sua posizione critica nei confronti del Governo statunitense a esporlo al rischio più grande della sua vita. Il caso Wikileaks infatti divide l’opinione pubblica non tanto per le idee particolarmente spregiudicate del suo fondatore, ma per ciò che questo modello di giornalismo rappresenta.

Chi sta dalla parte di Assange si appella a principi di trasparenza e libertà, gli stessi che il giornalista, già programmatore e informatico, perseguiva nella wave dell’Open access che, negli anni 2000, apriva letteralmente le porte del mondo sui nostri schermi, per primordiali che fossero. La stampa, lo crede fortemente Assange, ha il preciso compito di divulgare informazioni ottenute da fonti verificate e potenzialmente anonime. L’opinione pubblica ha il preciso diritto di conoscere i retroscena, le velleità e gli errori di chi governa. Chi chiede la condanna di Assange, invece, più che dall’esistenza di documenti top secret è preoccupato dalla loro pubblicazione. L’ordine delle priorità è invertito: su tutto occorre tutelare la sicurezza del proprio Stato, dei suoi funzionari e servitori, e con essi l’indipendenza delle scelte politiche. La libertà di stampa finisce dove comincia l’interesse nazionale: se fornire informazioni riservate mette in pericolo l’autonomia della politica, e dunque la salute della stessa democrazia, meglio tamponare fuoriuscite incontrollate di notizie.

Questo è il dilemma, sospeso fra chi accusa Assange di aver favorito l’elezione di Donald Trump, facendo da spalla anche alla propaganda russa, e chi grida “verità über alles“. Ma di quali verità stiamo parlando? Prima di ricostruire la vicenda Wikileaks, fissiamo il suo sviluppo giudiziario.

Proteste davanti all’ambasciata statunitense, Berlino, febbraio 2024 (EPA/Filip Singer)

Assange alla sbarra: storia di un processo infinito

«Wikileaks esiste per aiutarti a svelare materiale importante al mondo in modo sicuro». Così si presenta la piattaforma che il giornalista, programmatore e informatico australiano Julian Assange apre nel 2006. Il sito, nato come un’organizzazione internazionale senza scopo di lucro, riceve e pubblica documenti coperti da segreto attraverso un sistema di cifratura che garantisce l’anonimato delle fonti e l’autenticità dei contenuti. Non passa molto tempo prima che alcuni dei documenti più scottanti incendino anche l’opinione pubblica.

Il primo vero squarcio nel velo Wikileaks lo apre sulle guerre in Afghanistan e Iraq: nel 2010 la piattaforma pubblica i cosiddetti Afghan War Logs, 76.910 report segreti redatti da soldati statunitensi fra il 2004 e il 2009. È un vero e proprio terremoto per il Pentagono, alle prese con centinaia di resoconti di incursioni, operazioni militari e uccisioni che scuotono la coscienza pubblica dimostrando migliaia di vittime civili mai registrate prima. Uccisioni extragiudiziali, stabilite dal comando vocale di una Task Force operativa, utilizzo smodato di droni e piani della CIA contenenti indicazioni per gestire a proprio favore la propaganda in Francia e Germania durante il conflitto (dopo gli anglosassoni, i contingenti più numerosi sul campo), ma anche le atrocità commesse sul campo dai talebani. La “guerra al terrore” si ripropone in una veste che spaventa ancora di più, ma la democratizzazione di informazioni riservate non porta con sé solo sdegno: dinanzi ai cittadini di tutto il mondo si apre una finestra inedita che consente a chiunque di accedere in modo diretto a informazioni riservate, consultando direttamente la fonte primaria. Non è un caso che nei mesi successivi all’esplosione della bolla Wikileaks sbocceranno diverse Primavere arabe, supportate da una nuova generazione attraverso il citizen journalism cerca il proprio posto nel mondo.

Stella Assange, la moglie del fondatore di Wikileaks, protesta davanti all’Alta Corte di giustizia di Londra durante il processo sull’estradizione del marito, 21 febbraio 2024 (EPA/NEIL HALL)

I primi guai giudiziari per Assange arrivano nel 2010, quando la Procura svedese emette un mandato di arresto europeo con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di due donne. Le presunte vittime lo accusano di non aver indossato il preservativo durante un rapporto intimo precisando, una sola delle due, che il rapporto è avvenuto mentre lei stava dormendo. Il fondatore di Wikileaks respinge subito l’incriminazione (poi caduta nel 2017 con l’archiviazione dell’accusa), parlando di una giustizia svedese preda di una “folle cultura intrisa di ideologia femminista radicale” (il Paese viene anche chiamato da lui “l’Arabia Saudita del femminismo“). Assange esce subito su cauzione, poi nel 2012 chiede (e riceve) asilo politico nell’ambasciata londinese dell’Ecuador. Qui, in una stanza di due metri per due, Assange trascorre 7 anni fino al 2019 quado il suo presunto-ex alleato Trump decide che è tempo per il giornalista di affrontare la giustizia americana. Nel 2019 Assange viene espulso dall’ambasciata ecuadoregna e arrestato dalla polizia inglese. Da allora si trova nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, anche noto come la “Guantanamo inglese” non per i metodi coercitivi e le torture praticate ma per aver ospitato diversi sospettati terrorismo, qui detenuti senza accuse formali.

Il processo per estradizione negli Stati Uniti inizia nel 2020: se dovesse essere giudicato oltreoceano, Assange rischierebbe 175 anni di prigione; l’anno successivo una giudice distrettuale respinge la richiesta statunitense di estradizione, citando “preoccupazioni concrete per la sua salute mentale“. Nel 2022, la Corte Suprema inglese ribalta il primo grado, dando il suo ok all’estradizione di Assange, ed eccoci giunti all’ultima pronuncia sul caso, quella dell’Alta Corte di giustizia britannica.

Scomode o pericolose: quali sono le verità di Wikileaks?

Il 5 aprile del 2010 Wikileaks pubblica un video intitolato Collateral Murder, destinato a cambiare per sempre l’approccio ad un fardello, quello della guerra in Medio Oriente, mai sanato nell’opinione pubblica americana e non solo. Il video è tratto dalla telecamera interna di un Apache statunitense che, insieme ad un altro elicottero, colpisce e uccide una dozzina di persone individuate in una strada di Baghdad, poi rivelatisi tutti civili. È la mattina del 12 aprile 2007 e una voce, chiara e metallizzata, intima ai due piloti di “farli brillare tutti“. I militari non se lo fanno ripetere, l’Apache apre il fuoco mentre il mirino si sposta sugli obiettivi, cittadini colti nella loro vita quotidiana per le strade di Baghdad. «Forza amico… tutto quello che devi fare è tirare fuori un’arma», il militare dall’elicottero sembra incitare un uomo, inquadrato nel mirino, che si trascina a terra dopo essere stato colpito dagli spari. Quell’uomo, che sta per morire, è Saeed Chmagh, iracheno, 40 anni, quattro figli, e non tirerà fuori nessun’arma perché è un assistente fotografo impiegato per Reuters. Chmagh non è solo un “omicidio collaterale”, è il preciso obiettivo dell’airstrike americano insieme al suo collega, il fotografo 22enne Namir Noor-Eldeen. A uccidere i due, apparentemente, è la somiglianza fra una fotocamera professionale e un fucile. «Non è in dubbio che le forze della coalizione fossero chiaramente coinvolte in operazioni di combattimento contro forze ostili» si giustifica il luogotenente-colonnello Scott Bleichwehl, portavoce delle forze statunitensi a Baghdad, che sembra commentare le immagini senza averle visionate. A un certo punto sopraggiunge un furgone per caricare i feriti. L’elicottero spara ancora e colpisce il veicolo di soccorso, dentro al quale si trovano anche due bambini. «Beh, è colpa loro che portano i loro figli sul campo di battaglia», dice uno. «Giusto» conferma l’altro. Dall’alto, arriva l’ordine di non trasportare i due bambini feriti presso il centro medico della vicina base statunitense di Rustamiyah, ma di lasciare che siano le strutture pubbliche irachene a curarli, con tutto l’affanno di un sistema sanitario precario, povero di risorse, sovraffollato. Più avanti, Washington risale alla talpa che ha fornito il video alla piattaforma e la incrimina: si tratta di Chelsea Manning (al secolo Bradley), ex analista dell’intelligence dell’esercito statunitense condannata a 35 anni nel 2013 per spionaggio e poi rilasciata nel 2017 per volere di Barak Obama.

Chelsea Manning partecipa ad una conferenza dello Swiss Federal Institute of Technology, marzo 2022 (EPA/LAURENT GILLIERON)

Oltre a Collateral Murder, Wikileaks pubblica centinaia di file da cui risulta l’uccisione da parte dell’esercito Usa di migliaia di civili in “incidenti non segnalati”, in Iraq così come in Afghanistan. Le vittime civili della guerra, emerge, sono molte più di quelle dichiarate, solo in Iraq almeno 66 mila, con le forze di Baghdad ree anche di torture nei confronti dei prigionieri, sottoposti a elettrocuzione (scariche di corrente elettrica), trapani elettrici e a volte all’esecuzione a morte. Wikileaks tira i lembi di uno strappo mai cucito, quello del carcere degli orrori di Abu Ghraib, la prigione militare statunitense poco fuori Baghdad diventata tristemente famosa nel 2004 quando CBS News pubblica le foto di marines protagonisti sorridenti di torture, abusi sessuali e violenze aberranti nei confronti di prigionieri iracheni.

Dalla sua creazione il portale WikiLeaks ha pubblicato oltre 10 milioni di documenti, e ad attirare l’ira delle autorità americane non è solo la scoperchiatura del vaso (meglio, della polveriera) iracheno, ma sono riferimenti, citazioni letterali, comunicazioni private che vedono coinvolti in prima persona politici, vertici militari e diplomatici statunitensi. Nomi e cognomi, date e orari, letteralmente citati. Da alcuni scambi di messaggi inoltrati da diplomatici Usa, ad esempio, emergerebbe un piano di Washington atto a collezionare informazioni biografiche e biometriche sui funzionari più importanti delle Nazioni Unite, ivi comprese scan delle iridi, campioni di Dna e impronte digitali. Un imbarazzo non da poco per la diplomazia a stelle e strisce nel frattempo finita nel ciclone del Russiagate. Dalle maglie del setaccio escono infatti anche migliaia di scambi email di John Podesta, capo della campagna elettorale di Hillary Clinton nel 2016. Dai messaggi trapelano commenti imbarazzanti (come quello su Bernie Sanders definito “uno stupido” per aver criticato l’accordo sul clima di Parigi), ma anche scorrettezze (come la dritta del giornalista della CNN che avrebbe anticipato a Mrs. Clinton una domanda scomoda). Lo stesso Sanders sarebbe, emerge dalle carte, vittima di un complotto interno del Comitato Democratico Nazionale, intenzionato a estrometterlo dalle primarie. Lo stesso trattamento viene applicato anche all’account email della repubblicana Sarah Palin, ma l’impatto sulla campagna elettorale di Clinton è lampante.

L’accusa che si forma in ambienti democratici è che Assange abbia ricevuto i file incriminati da hacker russi, di fatto prestando il braccio ad un’operazione propagandistica di Mosca. Lo denuncia molto chiaramente Clinton che parla di violazioni da parte dell’intelligence di Mosca, così come i servizi russi qualche anno prima attribuivano la regia delle proteste di piazza Maidan a Kiev proprio alla Casa Bianca. Ad alimentare i sospetti è anche uno strano sodalizio che si forma fra il giornalista libertario e Trump: «Assange dice che anche un bambino avrebbe potuto entrare nel server democratico» lo difende all’epoca il miliardario il corsa per la Casa Bianca, come a smentire le voci di una possibile partnership Cremlino-Wikileaks. Proprio in quei giorni dalle colonne del New York Times l’economista Paul Krugman definiva il tycoon un “Siberian candidate” per il suo scetticismo nei confronti della Nato e le sue posizioni isolazioniste rispetto all’Ucraina, mentre il nostro Federico Rampini parlava di Wikileaks come del “fattorino abituale delle consegne in arrivo da Mosca”, dato che con i servizi russi “è difficile stabilire dove comincia uno e dove finisce l’altro”.

Donald Trump alla Casa Bianca, ottobre 2018 (EPA/JIM LO SCALZO)

Anche se di una partnership vera e propria forse non si può parlare, il sospetto che Assange abbia prestato il fianco (e il megafono) al miliardario è concreto. Nelle indagini sul Russiagate il procuratore Rober Mueller riporta alla luce di contatti fra Donald Junior e Assange, con il figlio di Trump che avrebbe caldeggiato la pubblicazione delle email del Partito Democratico su Wikileaks. In seguito emergerà che a fornire i materiali ad Assange, nonostante le smentite del giornalista, sarebbe stato Guccifer, alias dell’hacker rumeno Marcel Lehel Lazăr in collaborazione con la stessa intelligence russa. E dopotutto, che l’elezione di Clinton fosse molto invisa al giornalista è fatto noto, così come è nota la popolarità di Assange in Russia, tanto che nel 2012 ottiene la conduzione di un programma televisivo sulla rete di Stato RT. Peccato che, un anno dopo la sua elezione, nel 2017 è proprio l’amministrazione Trump a rispolverare le accuse nei confronti di Assange. Nel frattempo infatti la sua piattaforma pubblica un nuovo pacchetto di documenti sulle capacità informatiche della CIA. Così, sulla base dell’Espionage Act, parte l’incriminazione che priverà il giornalista della libertà per 12 anni.

«È il classico dilemma di Enigma, quando Churchill non impedì i bombardamenti delle città britanniche pur di non far sapere ai tedeschi che il loro codice era stato decrittato e gli Alleati erano al corrente dei loro piani» spiegava l’analista e corrispondente russa Anna Zafesova sulla Stampa. In questo caso, però, la pubblicazione di Wikileaks non ha tanto lo scopo di denunciare l’avversione dell’establishment democratico al troppo socialista Sanders – nessuno se ne stupisce nemmeno allora, a dire il vero. Il messaggio di Assange è un altro, e riguarda la stessa sicurezza nazionale che i suoi detrattori gli accusano di mettere a repentaglio: scambi riservati e privatissimi dell’élite politica statunitense, in aria di Casa Bianca o meno, sono alla mercé di hacker nemmeno troppo esperti. Tutto il mondo vi legge o, potenzialmente, potrebbe leggervi. E dunque cosa mina di più la sicurezza statunitense? Il contenuto delle email, o la loro semplice esistenza? La seconda pare più urgente, ma l’accensione dei riflettori su una grave falla nella propria sicurezza cibernetica è uno smacco che gli Stati Uniti non gli perdoneranno mai.

Da Berlusconi alle Torri Gemelle

Nella trappola della trasparenza di Wikileaks non cadono solo politici famosi o funzionari potenti: fra gli scambi pubblicati ci sono anche quelli tragicamente intercorsi l’11 settembre del 2001, nel bel mezzo dell’attacco alle Twin Towers. Nero su bianco, i log riportano agli occhi gli attimi concitati, il terrore, lo sgomento. Wikileaks però si guarda bene dal pubblicare i mittenti, fra cui ci sono tanto agenti federali quanto comuni cittadini. «Il Presidente è stato dirottato e non tornerà a Washington, non siamo sicuri di dove andrà» comunica qualcuno evidentemente impiegato nella sicurezza della Casa Bianca. «Sono Myrna. Non mi darò pace finché non sarai tornato a casa, la seconda torre è crollata, non voglio continuare a chiamarti ogni volta che succede qualcosa. Ti prego, vai a casa» scrive qualcun altro. I messaggi sull’11 settembre, circa 573.000, sono stati uploadati su Wikileaks da una fonte anonima ma, secondo i giornalisti della piattaforma, affidabile, e con un solo scopo: ricostruire, o semplicemente spargere al vento, i tasselli di un giorno che ha cambiato per sempre la nostra storia, in uno stream di voci pubbliche e private, civili e militari, confuse dall’anonimato, che provano la stessa paura e lo stesso sgomento.

Le macerie del World Trade Center, New York, 11 settembre 2001 (ANSA/ EPA/C’sar De Luca)

In Italia il terremoto scoppia insieme alla pubblicazione degli scambi top secret tra le ambasciate statunitensi e il Dipartimento di Stato. Da alcuni dispacci emerge una certa preoccupazione Usa per la “torbida connection” fra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e Putin, con il primo che sarebbe addirittura un “portavoce” del secondo in un’ottica di “rapporti di guadagno personale“. Clinton, dopo lo scandalo, è costretta a non poche scuse. Come racconterà in un colloquio poi trascritto al ceo di Goldman Sachs Lloyd Blankfein (era il 2013), “ho sentito uomini adulti piangere, letteralmente“, e il riferimento velato ma non troppo è proprio al leader del Popolo delle Libertà: «io sono un amico dell’America, e tu dici quelle cose di me…» scandisce Clinton citando un anonimo leader ferito dalle parole poco diplomatiche degli ambasciatori. «Questo è un accento italiano» nota Blankfein della sua pronuncia. «Abbiate senso dell’umorismo» risponde l’ex segretaria di Stato.

Dopotutto, questo è Wikileaks: il documentario Mediastan ricostruisce le avventure dello staff di Assange nell’Asia centrale, alla ricerca di editori intenzionati a pubblicare i file. A colloquio con i colleghi che volevano offrirgli del materiale da verificare, un giornalista tagiko rifiuta l’offerta e si dice contrario alla piattaforma: «it just reminds me how bad we are».

Hillary Clinton, Silvio Berlusconi e Barak Obama al summit Nato di Strasburgo, aprile 2009 (EPA/HORACIO VILLALOBOS)

di: Marianna MANCINI

FOTO: ANSA/EPA/NEIL HALL