Ritorno a sinistra con Orsi o continuità a destra con Delgado? Il domani dell’Uruguay si gioca tra welfare e mercato e la partita verrà decisa al ballottaggio del 24 novembre
Il futuro della “Svizzera” latina deve attendere: per avere un nuovo presidente l’Uruguay tornerà al voto il prossimo 24 novembre e, nel frattempo, i risultati del primo turno, insieme al rinnovo dell’Assemblea generale e al fallimento dei quesiti referendari, rendono confusa la strada intrapresa dalla mosca bianca dell’America del Sud.
Lo scorso 27 ottobre – quando circa 2,7 milioni di abitanti su una popolazione che ne conta circa 3,3 milioni sono stati chiamati al voto – a presentarsi al vaglio popolare c’erano 11 candidati, di cui tre sono riusciti a superare la soglia del 10%, in linea con i sondaggi: il veterinario Álvaro Delgado Ceretta, già segretario della presidenza del Governo uscente di Luis Alberto Lacalle Pou, si è presentato per il Partido Nacional e come simbolo di una continuità di stampo conservatrice e nazionalista, ottenendo il 26,7% dei voti; il suo aperto sfidante era (e sarà di nuovo al ballottaggio) il professore di Storia Yamandú Orsi, della coalizione di centro sinistra Frente Amplio, volto di un ritorno a quella sinistra che ha governato il Paese dal 2005 al 2020 – con Tabaré Vázquez e José Mujica -, che ha incassato il 43,9% dei voti; infine, con il 16,1%, l’avvocato 40enne Andrés Ojeda, candidato del Partido Colorado, storica formazione politica del Paese (caratterizzata da un trasformismo che nell’arco del Novecento l’ha vista spostarsi sull’asse dalla destra al centrosinistra e che oggi assume un profilo conservatore) dal 2004 in sofferenza per una grave perdita di consensi che la relega (ancora) al terzo posto. Proprio il Partido Colorado, parte della Coalición Multicolor del presidente uscente Lacalle Pou, secondo molti potrebbe rappresentare per il Frente Amplio la sfida del prossimo appuntamento: alcuni ipotizzano uno spostamento in massa dei voti verso Delgado (che, insieme a una parte di chi ha lasciato la scheda bianca e di chi ha votato per i partiti minori – tra cui Cabildo Abierto, gruppo fondato dall’ex militare Guido Manini Ríos, dichiarato nostalgico della dittatura che si ispira all’argentino Milei, che ha ottenuto il 2,5% -, potrebbe portare il centrodestra alla vittoria), altri, invece, si mostrano più titubanti sulla questione.

Quello uruguaiano, visto con gli occhi dell’attualità, è infatti un caso che va analizzato senza filtri. Da una parte c’è il dato sull’affluenza, capace di lasciare a bocca aperta le democrazie occidentali, con oltre il 90% degli aventi diritto presente alle urne, dato che tuttavia va letto attraverso la lente dell’obbligatorietà. Dall’altra parte c’è il posizionamento dei due sfidanti al ballottaggio, Delgado e Orsi, con più punti in comune che differenze, in un marcato centrismo che potrebbe rendere la competizione elettorale più confusa che democratica. A farla da padroni nei programmi di governo sono la ripresa economica, la sicurezza, la lotta alla povertà e alla corruzione (soprattutto dopo gli scandali che hanno fatto tremare il governo di Lacalle Pou), senza rilevanti differenze; il punto su cui i due candidati si distinguono davvero è relativo a quale sarà il focus del “paisito” del domani: concentrarsi sulle imprese proseguendo il percorso del governo uscente o tornare alle fasce sociali più marginali riprendendo in mano lo Stato sociale della sinistra?

Al bivio si ritrova anche l’Assemblea generale, composta da 99 deputati e 30 senatori: con il rinnovo dei seggi il Frente Amplio è riuscito a ottenere la maggioranza al Senato con 16 seggi (contro i 9 del Partido Nacional e i cinque del Partido Colorado) ma ha mancato il risultato alla Camera dove si è fermato a 47 contro i 50 della destra. Anche in questo caso, dunque, nessun vincitore, ma solo molti sconfitti. Lo stesso risultato hanno dato i referendum, falliti per mancato raggiungimento del quorum. Il primo – appoggiato da alcuni fronti della coalizione di sinistra ma non da Orsi – era proposto dalla Centrale Nazionale dei Lavoratori dell’Uruguay (PIT – CNT) e chiedeva la modifica dell’articolo 67 della Costituzione per abbassare l’età pensionabile da 65 a 60 anni. La proposta, che intendeva anche legare le pensioni al salario minimo ed eliminare i gestori di fondi pensione privati, era stata osteggiata dalla stragrande maggioranza dei leader politici perché ritenuta non fiscalmente sostenibile. La destra, invece, aveva appoggiato il secondo quesito sulla sicurezza, la proposta di revocare il divieto costituzionale (articolo 11) di incursioni notturne nelle abitazioni da parte della polizia. Se infatti l’Uruguay si distingue nel contesto sudamericano in tema di stabilità politica e crescita economica, si accoda ai Paesi vicini in termini di criminalità legata al traffico di droga e al tasso di omicidi che, nel 2023, si è attestato a 11,2 ogni 100.000 abitanti (più di Cile e Paraguay messi insieme, rispettivamente a 4,5 e 6,2). Il referendum proposto dal Partido Nacional avrebbe aggiunto un importante mattoncino al piano di lotta al traffico già messo all’opera dal ministro dell’Interno uscente, Nicolas Martinelli, un piano che ha incrementato il numero delle perquisizioni – 2.034 nel 2023 – ma, d’altro canto, ha fatto salire vertiginosamente il tasso di incarcerazione del Paese, oggi secondo l’ONG World Prison Brief di quattro detenuti ogni 1.000 abitanti.
Tutto rimandato, dunque, in quel dell’Uruguay dove la coperta è corta e troppi i fronti da coprire. Una cosa è certa: il centro è ben al caldo.
Idrogeno verde: l’UE scommette sull’America Latina (di Marianna Mancini)
Aiutato dalla sua geografia, ma soprattutto dal suo coraggio ambizioso, l’Uruguay è arrivato a produrre fino al 98% della sua elettricità da fonti energetiche rinnovabili, abbandonando quasi completamente i combustibili fossili. La rivoluzione verde che ha trasformato uno dei principali esportatori di petrolio al mondo in un modello di sostenibilità è cominciata nel 2007 con massicci investimenti nell’eolico, ma non si è ancora fermata. Il 30 settembre infatti Uruguay e UE hanno siglato un memorandum sull’idrogeno verde, risorsa non priva di sfide ma preziosissima nel quadro degli obiettivi di neutralità climatica 2050. L’accordo fa seguito al percorso apertosi a margine del terzo vertice UE-CELAC (Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi) del 2023 che, come spiegava Ursula Von der Leyen, puntava alla costruzione di un “mercato globale dell’idrogeno basato su regole, trasparente e senza distorsioni, con standard internazionali affidabili e schemi di certificazione per sostenere la transizione energetica pulita”. In base a questo accordo, l’Uruguay otterrà un finanziamento di circa due milioni di euro per favorire lo sviluppo dei settori rinnovabili e facilitare gli investimenti, compresi quelli della BEI (Banca Europea degli Investimenti), e specialmente nell’idrogeno verde. Simili programmi di sostegno alla produzione di idrogeno sono stati siglati anche con Argentina e Cile, con pacchetti di investimento da 200 milioni. La commissaria UE all’Energia Kadri Simson ne ha approfittato per ricordare che “in questo momento l’Europa è il principale investitore nel Paese, con un 41% totale di IDE e una proporzione ancora più alta nel settore energetico”. L’eolico, trainante negli ultimi decenni, è ormai affiancato da altre fonti. Secondo i dati di Ember rielaborati da Our World in Data, nel 2023 il vento era ancora la prima fonte di produzione di energia elettrica, seguito da acqua, biomasse, olio e sole. Attraverso questi investimenti l’Uruguay, secondo le stime della ministra dell’Energia uruguayana Elisa Facio, arriverà nel 2040 a produrre un milione di tonnellate di idrogeno a zero emissioni, carico prevalentemente destinato all’esportazione.
La lezione indimenticata del presidente povero (di Marianna Mancini)

Si aggravano, nel frattempo, le condizioni di salute di José Pepe Mujica, l’amatissimo ex “presidente povero” dell’Uruguay (2010-2015) affetto da un tumore all’esofago, pur “al momento in fase di remissione”. Ma El Pepe, che di sciagure ne ha passate tante, non deve aspettare la morte per essere ricordato come un eroe. La sua carriera inizia tra i ranghi della guerriglia urbana, per i diritti dei lavoratori con i Tupamaros di ispirazione marxista. È la sua famiglia materna, originaria del piccolo borgo di Favale di Malvaro, in provincia di Genova, a introdurlo alla politica. Con l’arrivo della dittatura militare, Pepe viene catturato e condannato. Trascorrerà 12 anni in un carcere militare dalle durissime condizioni, in una cella ricavata in un pozzo sotterraneo che gli lascerà non pochi strascichi, fisici e psicologici. Dittatura, carcere e clandestinità però non forgiano l’ennesimo rivoluzionario sanguinario, assetato di vendetta: al contrario, Mujica regala al mondo intero una rara lezione di semplicità. Ancora oggi, El Pepe vive in una fattoria alla periferia di Montevideo, a Rincón del Cerro, insieme a Lucia Topolansky, compagna di una vita conosciuta durante la militanza nei Tupamaros. Durante il suo mandato, dai 250mila pesos di stipendio, Mujica tratteneva appena 800 euro per sé: il resto, il 90%, era devoluto a organizzazioni non governative e contro la povertà. È ormai storico il suo Maggiolino Volkswagen del 1987 “comprato con una colletta insieme agli amici”: nel 2014 rifiutò un’offerta di vendita da un milione per la sua auto.«Sei libero quando sfuggi alla legge della necessità, quando dedichi il tempo della tua vita a ciò che ti viene in mente. Se i tuoi bisogni si moltiplicano, passi il tempo della tua vita a soddisfarli» spiegava in una recente intervista al NYT.