Qualcuno ne ha fatto una questione puramente ambientale, qualcun altro pensa a contare il denaro: gli impianti di stoccaggio e rigassificazione dividono da sempre l’opinione pubblica, che non sembra coglierne la natura squisitamente politica

Ci sono battaglie di cui ricordiamo a stento le prime scintille: sappiamo solo che si combattono. Questioni ideologiche e di principio che si polverizzano in dibattiti accessori e sentenze tardive, con i Tribunali attenti a rispondere nel merito ma incapaci di dipanare la matassa – un compito, quello della pacificazione sociale, che forse non spetta neanche a loro. Una di queste battaglie riguarda l’“affaire” rigassificatori, quantomai divisivo in Italia. Fissiamo qualche punto fermo sulle posizioni delle parti e proviamo a riflettere senza cedere al vecchio adagio di Davide contro Golia, con le comunità locali che tentano di scacciare a colpi di fionda il gigante delle multinazionali.

Attenzione a credere che sia l’ennesimo nimby problem: non è solo questione di non voler sacrificare il proprio cortile per il bene collettivo. Per la popolazione civile protagonista di accesissime proteste è una questione di (s)fiducia nei confronti di promesse di prosperità vendute un tanto di ambiente al chilo. E attenzione anche a pensare che le multinazionali dell’energia vogliano impunemente sostituire gli ecosistemi marini con pericolosi impianti industriali. Il cuore del paradosso, quando si parla di rigassificatori, sta nel fatto che chi sostiene la bontà del GNL (gas naturale liquefatto) viene giustamente costretto a difendersi dalle accuse di non rispettare l’ambiente, anche se la vera crepa sembra essere proprio l’inefficienza economica del progetto e non i suoi potenziali rischi ambientali, sulla carta ridotti. Far valere le proprie ragioni è facile: da un lato gli ambientalisti, dall’altro i commercianti di energia, entrambi aggrappati alla giacchetta della transizione ecologica che verrebbe contemporaneamente sia favorita dai rigassificatori sia rallentata da ulteriori investimenti nelle fonti fossili come il GNL. Ma la verità dove sta?

I rigassificatori hanno il principale vantaggio di favorire la diversificazione dell’approvvigionamento di gas dell’Italia, consentendole di riceverne anche da Paesi lontani quali, ad esempio, alleati come gli Stati Uniti. Allo stato liquido, il gas naturale composto principalmente da metano occupa meno volume e può essere trasportato in maggior sicurezza. Una volta riconvertito allo stato gassoso, il metano torna ad essere attenzionato in quanto materiale altamente infiammabile, tanto che gli impianti in cui si stoccano grandi quantità di gas rientrano nella disciplina delle direttive Seveso relative a impianti a rischio di incidente rilevante (a onor del vero, segnaliamo che l’unico incidente rilevante registrato nella storia risale al 1944 quando un’esplosione uccise 130 persone a Cleveland). Al novero dei potenziali rischi aggiungiamo i due argomenti cardine dei Davide che osteggiano la presenza di rigassificatori: la reimmissione in mare delle acque raffreddate e l’impiego del cloro. Nel primo caso, il gas liquido viene trasportato ad una temperatura di circa -160° e poi riportato allo stato gassoso mediante il contatto con l’acqua marina che cede calore raffreddandosi a sua volta. L’acqua e il gas, comunque, non entrano mai in contatto diretto, dunque la contaminazione riguarda solo la temperatura, il cui gap è sempre stimato attorno ai 7 gradi massimo. Il cloro è invece necessario per proteggere le tubature da infestazioni di alghe e altre forme viventi marine, posto che le quantità utilizzate rispettano i limiti imposti dalla legge in Italia. L’impatto ambientale del solo processo di rigassificazione si esaurisce quasi tutto in questi due contro. Da un punto di vista dei consumi, questi impianti producono meno anidride carbonica rispetto a centrali elettriche a gas o a combustibile, un risparmio parzialmente compensato con le emissioni derivanti dal trasporto del metano liquido. Più si estende lo sguardo sul ciclo di produzione, più il sistema risulta inefficiente per la verità, tenendo conto delle procedure per la liquefazione, il trasporto criogenico e la rigassificazione.

Dall’altra parte della barricata i sostenitori dei rigassificatori premono proprio sul fattore ambientale. Dopotutto, il GNL non comporta rischi di contaminazioni di suolo, sottosuolo e falde acquifere (avendo una densità inferiore rispetto all’acqua, galleggia), né produce rifiuti dannosi. Lo spiega anche il presidente di Proxigas (associazione di riferimento del settore) Cristian Signoretto: il gas naturale ha un ruolo centrale sia da un punto di vista dell’approvvigionamento, per “raggiungere una stabilizzazione dei prezzi a livelli sostenibili”, ma anche per “abilitare lo sviluppo delle fonti di energia rinnovabile e il phase out del carbone”. Target della decarbonizzazione degli accordi di Parigi ancora lontano, come conferma l’ultimo report IPCC delle Nazioni Unite. Greenpeace e WWF Italia, fra i più saldi oppositori ai rigassificatori in Italia, ricordano però che il metano, seppur “più virtuoso”, resta un “gas serra con potere climalterante fino a 83 volte quello della CO2”. La questione ambientale insomma è dibattuta e si riassume nel compromesso del “meno peggio” che mette d’accordo senza accontentare nessuno. È da una prospettiva economica che la questione si complica.

La capacità di approvvigionamento dell’Italia è tutt’altro che in stato critico e la domanda di consumo sta seguendo una curva in riduzione (nei primi 8 mesi del 2023 si è registrato un -14,7% rispetto allo stesso periodo del 2022). Il piano energetico del Governo Draghi, poi riconfermato appieno da Giorgia Meloni,ha messo sul tavolo l’importante tema della diversificazione delle fonti di approvvigionamento, ma è figlio di un momento storico ben preciso che non esiste già più. Ha senso proseguire con politiche di riduzione della domanda di gas in ossequio alla transizione ecologica e contemporaneamente finanziare con miliardi di euro strutture a combustibili fossili, per quanto “più pulite”? Secondo molti, no: l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA) ha messo bene in chiaro che “il gap tra la capacità di GNL e la domanda europea continua ad ampliarsi”. Anche l’International Energy Agency nel suo nuovo World Energy Outlook 2023 avvisa che si rischia un eccesso di offerta di GNL, con conseguente crollo dei prezzi energetici entro la fine del decennio. Lo ammette anche Claudio Descalzi, amministratore delegato Eni: «per l’immediato abbiamo molte riserve di gas in Europa, considerando anche la temperatura mite. I consumi sono diminuiti purtroppo a favore del carbone – spiega, – però se guardiamo al lungo termine l’Europa è un grande mercato senza energia propria». Tutto chiaro: la posta in gioco non è concretamente legata a un fabbisogno energetico, ma a rischi geopolitici. Ecco che, come citato nel Decreto Energia del 27 novembre scorso, i rigassificatori di terra pendenti a Gioia Tauro e a Porto Empedocle sono da considerarsi “di pubblica utilità, indifferibili e urgenti”. Anche se “non c’è il rischio di restare al freddo e al buio per colpa dell’egoismo dei piombinesi. O dei ravennati piuttosto che i savonesi” come ricorda la USB Livorno, in prima linea contro la rigassificatrice Golar Tundra nodo della discordia toscana pronta ad approdare a Vado Ligure (Savona). L’investimento (il solo trasferimento dell’impianto in Liguria è stimato sui 25 miliardi, certamente da spalmare nelle prossime bollette), “rischia pericolosamente di trasformarsi in stranded asset”, ossia una spesa che perde di valore prima ancora di aver ammortizzato i costi. Se ne preoccupa persino il WWF che pensa di screditare un progetto economico e finge di non comprendere si tratti, alla fine della fiera, di pura e semplice geopolitica.