Da consigliere di contea a 46esimo presidente degli Stati Uniti d’America: Joe Biden non sembra voler mettere la parola fine al suo viaggio in politica, iniziato oltre 50 anni fa, e torna in corsa per un secondo mandato

Nel 2019 il suo rivale politico, noto per una particolare creatività di linguaggio, approfitta di una gaffe per affibbiargli un soprannome che lo accompagnerà negli anni a seguire, “Sleepy Joe”, a cui lui risponderà con un “pagliaccio” affermando tuttavia di non voler iniziare una “guerra di soprannomi”. Entrambi i nomignoli, noterà il lettore, qualche attinenza con la realtà effettivamente la hanno: mettendo da parte il “pagliaccio”, che il Joe protagonista di questo aneddoto tenda ad essere un po’ “sleepy” è ampiamente riconosciuto. Quel che forse è stato realizzato solo negli ultimi tempi è che a una ormai nota tendenza all’assopimento in pubblico non corrisponde una verve politica e istituzionale poi così letargica, ma anzi alquanto – come scrive qualcuno – “sly”, furbetta. E quel che è ancora più certo è che l’uomo di cui parliamo sembra non avere voglia di riposarsi – almeno non in privato – e di volere al contrario mantenere saldo il posto che occupa, quello sul tetto del mondo.

Lo scorso aprile il 47esimo presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden ha annunciato ufficialmente, nonostante i suoi 80 anni di età, di voler prendere parte alle elezioni presidenziali in programma a novembre 2024. Sebbene i risultati delle Midterm del novembre dello scorso anno, così come i sondaggi, non appaiano a favore del fronte democratico e del suo più rilevante esponente, la scadenza naturale del suo primo mandato è fissata al 20 gennaio del 2025, troppo presto dunque per fare pronostici. Troppo presto soprattutto se si parla di una persona che ha dimostrato, tra luci e ombre, di saper cogliere le opportunità come di saper aspettare il momento giusto, di poter restare in piedi dove altri sarebbero caduti, di sapersi circondare delle persone migliori per lo scopo prefisso. Ripercorriamola, dunque, la parabola del presidente, politico di professione.

Il 20 novembre del 1942 Catherine Eugenia “Jean” Biden, nata Finnegan, e Robinette Biden Senior danno il benvenuto al mondo a Joseph Robinette Biden Junior, primo di quattro figli. All’inizio degli anni Cinquanta la famiglia Biden, di origini irlandesi da parte di madre e inglesi, francesi e irlandesi da parte di padre, si trasferisce a Claymont, nel Delaware, dove il padre trova lavoro come venditore d’auto. L’infanzia di Joseph, trascorsa tra le scuole cattoliche e la prep school Archmere Academy, ruota intorno alla sua balbuzie che, sostenuto dalla madre, si impegna a combattere. Sarà lui stesso, adulto, a ripercorrere quel percorso alla fine dei Novanta incontrando uno studente americano di nome Branden Brooks, anche lui balbuziente: «il senatore Biden mi ha detto che anche lui balbettava da bambino ma che non ha mai permesso a questo di interferire con i suoi obiettivi». In una lettera indirizzata al ragazzo l’allora senatore scriverà: «ricorda quello che ti ho detto […] Puoi sconfiggerla così come l’ho sconfitta io. Quando lo farai, sarai una persona più forte».
Nel 1965 Joseph si laurea in scienze politiche e storia all’Università del Delaware, a Newark, e nel 1968 si specializza alla Syracuse University Law School a Syracuse, nello Stato di New York, per essere ammesso l’anno successivo nell’albo degli avvocati. Con lui c’è Neilia Hunter, conosciuta nel 1964 a Nassau, alle Bahamas, durante lo spring break. I due si sposano nel 1966 e insieme hanno tre figli: Joseph Robinette “Beau”, Robert Hunter e Naomi Christina.
Dopo la laurea Joseph torna insieme alla famiglia nel Delaware e intraprende la carriera di avvocato che lascia presto per lanciarsi in politica. Dopo soli due anni come consigliere nella contea di New Castle, nel 1972 è l’unico candidato del Partito democratico a sfidare il repubblicano imbattuto Caleb Boggs come rappresentante dello Stato del Delaware al Senato. Senza soldi né elettorato e nonostante a soli 30 anni abbia a malapena l’età minima per la carica, in autunno, contro ogni pronostico, Joseph viene eletto al Senato con 1,3 punti percentuali di vantaggio sul predecessore. L’anno della sua elezione, il 1972, però non è un anno che ricorderà con gioia. Il 18 dicembre l’auto su cui viaggiano sua moglie Neilia e i figli viene travolta da un autoarticolato sulla Valley Road a Hockessin all’incrocio con la Delaware Route 7. La donna e Naomi Christina, di 13 mesi, muoiono al Wilmington General Hospital dove poche settimane dopo il neo senatore, spinto profeticamente dai colleghi a non rinunciare al mandato, presta giuramento assistendo i due figli sopravvissuti ma gravemente feriti: «sei settimane dopo la mia elezione, il mio intero mondo è cambiato per sempre», dirà nel 2015.

Diventato, seppur in tali tragiche circostanze, il sesto senatore più giovane nella storia degli USA, Joseph inizia il suo viaggio verso “La Poltrona”. Per stare accanto ai figli sopravvissuti viaggia in treno quotidianamente da Wilmington, Delaware, dove risiede, a Washington D.C. e viceversa. Nel 2011, in occasione del suo 7.000esimo viaggio, la Wilmington Station verrà ribattezzata Joseph R. Biden, Jr., Railroad Station in suo onore. Nel 1975, secondo la versione ufficiale, Biden acconsente a un appuntamento al buio organizzato dal fratello Frank dove conosce Jill Tracy Stevenson, nata Jacob, specializzanda in inglese all’Università del Delaware di origine italiana – il nonno paterno, all’anagrafe Gaetano Giacoppo, era emigrato dalla città di Messina. Secondo l’ex marito di Jill, Bill Stevenson, la donna e l’allora senatore si erano conosciuti ben prima ma la coppia ha sempre smentito le insinuazioni. I due convolano a nozze nel 1977 (dopo, si dice, cinque proposte) e nel 1981 nasce Ashley Blazer Biden.
Dal ‘72 Joseph viene rieletto senatore altre 7 volte, fino al 2009: nei decenni ricopre diversi ruoli di spicco, tra cui quello di presidente della Commissione Esteri con cui partecipa attivamente ad alcuni degli eventi più rilevanti nella storia recente del Paese, come gli attentati dell’11 settembre 2001 e la guerra in Iraq contro Saddam Hussein. Il suo obiettivo però è la Casa Bianca. Il primo tentativo risale al 1988: Joseph si presenta alle primarie del Partito Democratico e spicca come rappresentante dei baby boomers e candidato moderato, ma alcuni inciampi e “controversie oratorie” ne minano la campagna che alla fine dovrà cedere il passo a Michael Dukakis, alle presidenziali rovinosamente sconfitto dal repubblicano George H. W. Bush. Quella prima campagna elettorale per la presidenza, osserveranno poi gli analisti, nascondeva in sé i semi del futuro Biden, quello che conosciamo ancora oggi, a partire da un’arte oratoria brillante, sì, ma anche facile alle gaffe, caratterizzata da una parlata libera, forse troppo, che si avventura in temi delicati spesso con troppa leggerezza e che, quando il discorso di sposta sul sé, tende all’iperbole. Ad affossarlo negli anni Ottanta, però, sono una serie di scandali di presunto plagio: il candidato usò, senza citarli, parole di Robert Kennedy, John Fitzgerald Kennedy e Neil Kinnock, leader del Partito Laburista britannico.

Proseguendo il suo lavoro in Senato, così, ritenta la strada per la presidenza oltre tre lustri dopo: nel 2004 rinuncia alle primarie, lasciando strada libera a John Kerry che vincerà su John Edwards ma perderà alle presidenziali contro George W. Bush. Il 30 gennaio del 2007 viene ufficialmente e nuovamente iscritto nell’elenco dei candidati per le primarie che anticipano le elezioni del 2008 ma l’anno successivo i caucus dell’Iowa lo mettono fuori gioco, fino al colpo di scena: Barack Hussein Obama, che ha vinto le primarie contro Hillary Clinton, presenta Biden come suo compagno di cordata. Il novembre successivo il ticket ObamaBiden conquista il 1600 di Pennsylvania Avenue con il 52,93% dei voti contro la coppia John McCainSarah Palin.
Il 20 gennaio del 2009 Biden giura come 47esimo vicepresidente, il primo cattolico, e dà il via alla sua stagione alla Casa Bianca. Il primo mandato è caratterizzato da un cambio di rotta in politica estera, in particolare nei confronti del Medio Oriente con la conclusione dell’operazione “Iraqi Freedom” iniziata 7 anni prima. Nel dicembre del 2011 gli Stati Uniti lasciano il Paese, tornano nel 2014 insieme a numerosi alleati per contrastare l’avanzata dell’Isis mentre, facendo un salto ad altre amministrazioni, nel 2021 è un altro ritiro a riportare sulle prime pagine della stampa internazionale l’operato a stelle e strisce nell’area mediorientale: quello dall’Afghanistan. Dopo aver toccato il suo culmine nel 2010 con il record di truppe presenti nel Paese e nel 2011 con l’uccisione del leader di Al Qaida Osama Bin Laden nascosto in Pakistan, la “forever war” intrapresa nel 2001 trova una sua presunta risoluzione nel febbraio del 2020 quando lo staff di Donald Trump firma un accordo con i talebani. Gli USA si impegnano al ritiro delle truppe entro il 1° maggio del 2021, gli studenti coranici a interrompere qualsiasi rapporto con i gruppi terroristici. Dopo il suo insediamento Biden sposta il termine per il ritiro all’11 settembre, poi lo anticipa al 31 agosto, affermando di voler “concludere la guerra più lunga d’America” e “riportare le truppe a casa”. L’annuncio, tuttavia, causa la ripresa di violenze e attacchi terroristici fino alla caduta di Kabul, avvenuta il 15 agosto, e all’evacuazione della città: immagini ormai passate alla storia. Successivamente, commentando l’accaduto contro chi lo addita, il presidente dirà, glaciale: «dovevo scegliere se rispettare un accordo sul ritiro preso dal mio predecessore o continuare a combattere i Talebani e rimandare migliaia di soldati di nuovo in Afghanistan a combattere. Io difendo pienamente la mia decisione». Ma questo arriverà dopo.
Nel 2012, invece, l’affiatata coppia presidenziale torna alle urne e batte il ticket repubblicano formato da Mitt Romney e Paul Ryan confermandosi per un secondo mandato. Nei suoi primi 8 anni alla White House Biden non spicca per popolarità, forse messo in ombra da Obama, primo presidente di origini afroamericane nonché Premio Nobel per la Pace.  L’avvicinarsi della fine del secondo mandato sembra offrire al vicepresidente la giusta occasione per un salto – l’ultimo – di carriera ma la vita, ancora una volta, torna a bussare. Nell’ottobre del 2015 Biden afferma in conferenza stampa che non si candiderà alle primarie per le presidenziali del 2016, appoggiando Hillary Clinton. Il 30 maggio precedente, infatti, ha dovuto dire addio al figlio primogenito Beau, già procuratore generale del Delaware, colpito da un tumore al cervello.

Per Joe Biden, però, non è la fine:il 25 aprile del 2019 annuncia ufficialmente la sua candidatura alle primarie per le presidenziali del 2020. Al grido di “Restore the Soul of America” e “Our best days still lie ahead”, lancia il suo programma, da moderato a progressista: “ricostruzione della classe media”, apertura in politica estera e migratoria, giro di vite sul controllo delle armi da fuoco alcuni dei punti chiave. Questa volta sembra avere tutte le carte in regola. “Fatti fuori” i rivali alle primarie – gli stessi che poi lo appoggeranno in un fronte democratico unito – arriva alle urne il 3 novembre del 2020 battendo l’uscente e il suo vice, il tycoon Donald Trump e Mike Pence, con al suo fianco la senatrice già procuratrice della California Kamala Harris.Con la vittoria Biden diventa il secondo presidente cattolico dopo John Fitzgerald Kennedy nonché, dopo essere stato un giovanissimo senatore, il più vecchio presidente della storia. Harris, invece, si iscrive negli annali come prima vicepresidente donna, prima vicepresidente asio-americana nonché, nel 2021, prima donna a esercitare le funzioni di presidente pro tempore. Certo, con la scelta della sua seconda Joe scatena qualche polemica: della stessa Harris che, in confidenza ai suoi collaboratori, accusa Biden di averla scelta per vincere ma non per governare; della moglie Jill, memore delle critiche che in passato Harris avrebbe mosso al marito; dei dem, per cui l’ex senatrice è troppo progressista; dei repubblicani, per cui invece è troppo estremista; dell’elettorato, a cui non piacerà mai forse perché non riuscirà mai a trovare il suo spazio di azione, dovendosi limitare a vivere di luce riflessa (poca). Se in un primo momento si era pensato che la vicepresidenza di Harris fosse funzionale a una sua candidatura alla presidenza per le elezioni successive, l’ipotesi sembra essere stata accantonata. Con la ricandidatura di Biden, i liberali alla Casa Bianca e al Congresso sembrano aver tirato un sospiro di sollievo, preoccupati com’erano di un eventuale passo indietro del presidente a cui sarebbe seguito un naturale occhio di bue sulla vicepresidente che sembrerebbe non essersi dimostrata all’altezza di un ruolo da leader del partito e del Paese. D’altro canto, nonostante secondo un sondaggio di Nbc dello scorso giugno Harris risulti essere la vicepresidente più impopolare di sempre con il 49% di valutazioni negative, Biden torna a sceglierla come suo secondo – forse, dicono i più maliziosi, per non “ammettere” l’errore precedente – e mentre lei dice di “non lasciarsi distrarre dai sondaggi” la White House punta al suo rilancio prima della chiamata alle urne.

Ma la vicepresidente non è l’unico apparente ostacolo sul cammino dell’“imbattuto” Joe Biden: sulle sue spalle pesano i risultati elettorali delle Midterm che lo hanno visto perdere stabilità al Congresso, così come pesano i sondaggi, l’età e le gaffe continue. Secondo alcuni recenti sondaggi di Washington Post e Abc News, il presidente ottiene un indice di gradimento del 36% mentre molti intervistati mettono in dubbio la sua lucidità mentale. Al contrario sale l’approvazione nei confronti del suo predecessore Donald Trump, desideroso di tornare in pista ma al momento ostacolato da numerosi rivali in campo repubblicano, oltre che dai noti problemi con la legge. Le presidenziali 2024 dunque non si preannunciano affatto facili ma anzi molto combattute: uno scontro tra titani – o sarebbe meglio dire “uno scontro tra anziani” – sembra stagliarsi all’orizzonte. Ultime battute o ancora molto da dare da chi afferma di voler “finire il lavoro” in un momento in cui forse le sfide internazionali richiedono al comando degli Stati Uniti “energie fresche”?