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    Home » Archivio Storico » 2024 » Perché gli arabi vogliono la Supercoppa italiana
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    Perché gli arabi vogliono la Supercoppa italiana

    Giulia GuidiDi Giulia GuidiGennaio 23, 2024
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    L’Arabia Saudita ha pagato 92 milioni di euro per quattro edizioni del trofeo. E ne paga il doppio per l’edizione spagnola

    Con la vittoria per 1 a 0 dell’Inter sul Napoli è calato il sipario sulla Supercoppa italiana 2024, con i nerazzurri che hanno alzato il trofeo nella scintillante scenografia dello stadio dell’Università Re Sa’ud, a Riyad, capitale dell’Arabia Saudita. 

    L’operazione ha fruttato 23 milioni di euro: 3,2 milioni totali alle due semifinaliste sconfitte; 4 milioni alla finalista sconfitta; 8 milioni alla vincitrice. I restanti 8 milioni poi vengono così suddivisi: 2,5 milioni vanno agli altri 16 club di Serie A; 2,5 milioni in tasse, 1 milione in commissioni e 2 milioni restano alla Lega. Come termine di paragone, i diritti tv del massimo campionato sono stati venduti a Sky e Dazn per 900 milioni, quindi 23 milioni a giornata, 10 partite, 20 club. Secondo un accordo siglato lo scorso anno, l’Arabia ha acquistato quattro edizioni in 6 anni per 92 milioni (con formula final four), dopo l’esperimento del 2021, quando il “derby di supercoppa” portò allo stadio Re Sa’ud oltre 51mila persone. Perchè agli arabi interessa la partita tra la vincitrice del campionato italiano e quella della coppa Italia? Facciamo un passo indietro. 

    “Eravamo 4 amici al bar”

    La Supercoppa italiana, ufficialmente Supercoppa di Lega e EA SPORTS FC Supercup per lo sponsor, è una competizione recente: l’idea nacque nel 1988, durante una cena tra tifosi della Sampdoria fresca vincitrice della Coppa Italia; il giornalista Enzo D’Orsi propose a Paolo Mantovani, al tempo presidente del club blucerchiato, di organizzare una sfida per un nuovo trofeo, da disputarsi tra la squadra campione d’Italia e quella vincitrice della coppa nazionale, sul calco dell’allora Charity Shield inglese. Qualche settimana dopo la cosa venne sottoposta all’allora presidente della Lega Nazionale Professionisti, Luciano Nizzola (nella foto ANSA), il quale avallò il progetto. Dal 1989 sono state disputate 36 edizioni, di cui 9 vinte dalla Juventus e 7 dal Milan e dall’Inter. La regola prevede che, in caso le competizioni siano vinte dalla stessa squadra partecipi la finalista perdente della Coppa e che si giochi sul campo della vincitrice del campionato. Ma non è sempre andata così.

    L’idea per fare soldi

    I giocatori della Juventus festeggiano dopo la finale di Supercoppa Italiana vinta contro il Napoli a Pechino, 11 agosto 2012 – ANSA/ADRIAN BRADSHAW

    Già nel ‘93 si decise di portare la competizione all’estero. La scelta, presa congiuntamente dal presidente della Lega Nizzola e dai due club finalisti, Milan e Torino, era dettata dalla volontà di ricercare nuovi sbocchi ad una crisi che aveva investito il calcio italiano in quegli anni. L’anno successivo si sarebbero svolti i mondiali di calcio in USA e, anche per pubblicizzare l’arrivo del soccer nel Paese a stelle e strisce, la scelta cadde su Washington. Un miliardo di lire a testa per le due finaliste, Milan e Torino, era il ricco premio al quale non si potè rinunciare in un periodo di crisi del calcio italiano. Lo scarso interesse che già in USA avevano per i futuri mondiali non si trasformò certamente per una Supercoppa giocata un sabato pomeriggio di agosto: i venticinquemila tifosi allo stadio occupavano meno della metà dei seggiolini e la tv via cavo trasmettè la partita in differita, una settimana dopo. Curiosa la storia della partita 2002, quando la Supercoppa viene disputata a Tripoli, poiché il figlio del colonnello Gheddafi, Saadi Muammar, è un grande appassionato del calcio italiano e all’epoca era azionista di minoranza della Juventus (7,5% delle azioni). L’anno dopo alla Lega tornò il pallino degli USA e Juventus e Milan si sfidarono nel Giants Stadium di New York, struttura da 75mila posti che ospita diverse squadre di football (gli americani non sono così campanilisti) e mega concerti (il Live Earth nel 2007, Bruce Springsteen, gli U2). 51mila persone assistettero alla replica della finale di Champions, con la Juventus che vinse ai rigori dopo dei tempi supplementari al cardiopalma.

    Il 2009 sarà ricordato per la prima avventura del calcio italiano in Cina. L’8 agosto, nello stadio che l’anno prima aveva ospitato le Olimpiadi, si sono contese il trofeo Inter e Lazio. Giocare a Pechino fu un importante segnale dell’interesse cinese per il calcio italiano: tanti soldi come premi, circa 5 milioni di euro, un campo non in perfette condizioni ma anche poca cultura calcistica. Per la cronaca, la Lazio vinse sull’Inter, che l’anno dopo avrebbe fatto il triplete. Pechino sarà il teatro della sfida anche nel 2011, con il Milan che battè l’Inter, e nel 2012, con il Napoli sconfitto dalla Juventus. 

    La strategia araba

    È chiaro che la Supercoppa è la bonus card che la Lega e i club giocano per incassare qualche soldo in più, nell’impossibilità di spostare il campionato e anche la finale di Coppa Italia, che si gioca all’Olimpico di Roma davanti al Presidente della Repubblica. O almeno così è per ora. E dove prima c’erano gli Usa e poi la Cina, adesso il baricentro dei calciodollari gira senza dubbio nei Paesi arabi, che hanno comprato, al doppio della cifra, anche la Supercoppa spagnola. 

    La strategia dei Paesi arabi verso il calcio che conta è “comprare, comprare, comprare”. Gli investimenti arabi nel calcio sono iniziati diversi decenni fa, quando il gruppo di Sheikh Mansour bin Zayed Al Nahyan, membro della famiglia reale degli Emirati Arabi Uniti, ha acquistato il Manchester City FC nel 2008, portando significativi investimenti e successo al club inglese. Il club più iconico in questo contesto è il Paris Saint-Germain (PSG), acquistato nel 2011 dal gruppo di investitori qatarioti QSI (Qatar Sports Investments). L’acquisizione del PSG ha portato a un notevole aumento degli investimenti nel club e alla firma di giocatori di calibro internazionale. 

    Poi il cambio di tattica:  prima con il colpo dell’assegnazione al Qatar dei Mondiali 2022 (poi posticipati per la pandemia Covid), dove adesso si sta svolgendo anche la Coppa d’Asia, poi l’arrivo nelle squadre arabe di top player come il Pallone d’oro Cristiano Ronaldo (230 milioni di euro), Neymar da Silva Santos Júnior (47 milioni), Karim Benzema (parametro zero), Marcelo Brozovic (oltre 18 milioni). E il nostro Roberto Mancini alla guida della nazionale dell’Arabia Saudita. 

    Nella strategia di diversificare gli investimenti dal petrolio, il calcio è un veicolo  per migliorare l’immagine internazionale. Il calcio è uno sport globale molto seguito, e partecipare a eventi calcistici o possedere club di calcio famosi può contribuire a posizionare il Paese in modo più positivo agli occhi del mondo. Inoltre, è parte di un più ampio sforzo per sviluppare l’industria del turismo e dell’intrattenimento nel Paese. Solo durante i Mondiali sono arrivate un milione di persone e l’obiettivo è 6 milioni di turisti entro il 2030. 

    Quindi, a conti fatti, 23 milioni per tre partite (le semifinali e la finale), non sono poi un’uscita così insostenibile. E non ci si dovrà stupire se match di maggiore caratura, come una finale di Champions, prenderanno la via del deserto.  

    di: Giulia Guidi

    FOTO: ANSA

    ARABIA SAUDITA inter JUVENTUS lazio strategia araba Supercoppa TOP NEWS
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