“Il ragazzo e l’airone” ha vinto l’Oscar come Miglior Film d’Animazione. Nella sua lunga carriera il regista giapponese, insieme allo studio cinematografico, ha creato mondi complessi e stratificati
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Con Il ragazzo e l’airone il maestro Hayao Miyazaki, 83 anni compiuti lo scorso 5 gennaio, ha vinto il suo secondo Oscar per il Miglior Film di Animazione (il terzo se si conta l’Oscar onorario alla carriera nel 2015; il primo era per La città incantata). Si tratta, come accade sempre per i film di Miyazaki, di una pellicola stratificata, densa di simbolismo e significati, che si rifanno tanto al folclore giapponese quanto all’immaginazione del maestro dell’animazione. Anche Il ragazzo e l’airone (titolo del film nella versione italiana), come altri lavori del regista e dello Studio Ghibli, è liberamente ispirato a un romanzo, E voi come vivrete? di Genzaburō Yoshino, pubblicato nel 1937.
Non è semplice mettere insieme i pezzi di un’opera così complessa, anche dal punto di vista produttivo. La gestazione del film è stata molto lunga, la sola produzione è durata 7 anni. Nel 2013 Hayao Miyazaki aveva annunciato il suo ritiro, dopo l’uscita di Si alza il vento per poi mettersi al lavoro sul cortometraggio Boro il bruco, uscito nel 2018 esclusivamente per il Museo Ghibli. Successivamente cambia idea e annuncia la lavorazione di un nuovo lungometraggio. Nel 2016 inizia la produzione, seguita negli anni da molti rumors e poche certezze. Il film, completato nel 2022, arriva nelle sale giapponesi il 14 luglio 2023 senza alcuna promozione (fatta eccezione per un poster). Nonostante questo ha ottenuto un enorme successo al botteghino e ha vinto, oltre all’Oscar (che Miyazaki non ha ritirato personalmente), il Golden Globe e il BAFTA per il Miglior film d’animazione, primo lungometraggio in 2D e non in lingua inglese.
Ma di cosa parla Il ragazzo e l’airone? Siamo a Tokyo nel 1944. Mahito Maki ha 12 anni e ha perso la madre Hisako in seguito a un bombardamento aereo che ha provocato l’incendio dell’ospedale in cui la donna si trovava ricoverata. Per sfuggire alla guerra del Pacifico la famiglia si trasferisce nella casa di campagna di Natsuko, sorella di Hisako e nuova compagna del padre di Mahito, Shoichi. Qui il giovane si imbatte in un imperscrutabile airone cenerino, che lo trasporta in una torre diroccata, accesso a un mondo fantastico popolato da creature peculiari come un esercito di parrocchetti non esattamente amichevoli, pellicani ancor meno socievoli e i warawara, piccoli e teneri esserini bianchi che, poi, scopriamo rappresentare gli esseri umani prima della nascita, prima di approdare all’altro mondo, quello terrestre, che conosciamo.
Riassumere la trama è già di per sé limitante e non rende giustizia al tema del viaggio, non solo quello di Mahito descritto nel film, ma anche a quello esperito dalle spettatrici e dagli spettatori. Ne Il ragazzo e l’airone tornano tematiche essenziali del cinema di Miyazaki, come il ruolo della donna, l’ambiente e il rapporto tra essere umano e natura, il pacifismo, ma è anche un racconto di formazione in cui si intrecciano la riflessione sull’esistenza, sulla morte, sul lutto, sulla perdita, sul dolore, sul trauma, sull’eredità emotiva e sull’accettazione.

La simbologia de “Il ragazzo e l’airone”
Come detto, sono molti i simboli, le allegorie, le metafore e i significati presenti ne Il ragazzo e l’airone. È impossibile coglierli e spiegarli tutti, ma possiamo provare a tracciare una panoramica (non esaustiva) per capire come si colloca quest’opera all’interno della produzione miyazakiana. I temi della morte e della perdita sono centrali nell’opera. Non vengono intese solo come “fine”, ma anche come “punti di passaggio”, come soglie da varcare: in questo senso possiamo considerare anche la metafora delle porte che Mahito deve aprire per attraversare i due mondi. L’intero film mostra e rappresenta il percorso del giovane protagonista verso l’accettazione della morte della madre, innestato in un’ambientazione vicina all’isekai, un sottogenere di manga e anime in cui il protagonista viene catapultato in un universo parallelo o in un mondo fantastico. L’airone si inserisce qui come psicopompo, divinità che accompagna le anime dei defunti nell’oltretomba. Il volatile, però, in questo caso ha anche la funzione di accompagnare i vivi, Mahito nello specifico. Un richiamo questo alla catabasi, cioè il viaggio nell’oltretomba dei vivi, presente nell’Inferno di Dante. Nella cultura e nella mitologia del Giappone gli aironi (sagi in giapponese) spesso assumono il ruolo di messaggeri delle divinità o simboleggiano il trapasso, così come la ciclicità della vita. A questo potrebbero collegarsi i riferimenti all’Inferno dantesco, come l’iscrizione “Fecemi la divina podestate”, ripresa dal Canto III. Lo stesso airone ricopre il ruolo di accompagnatore, quasi come Virgilio per Dante. Il volatile antropomorfo, però, non assume solo il ruolo di guida ma anche quello di trickster: ambiguo, ondivago, sfuggente (in tutti i sensi), beffardo, inganna il protagonista e allo stesso tempo lo aiuta. Nell’airone più che negli altri personaggi possiamo notare come Miyazaki si sottragga alla visione dicotomica di “buono” o “cattivo”, di “bene” e “male” ; lo stesso personaggio incarna la visione cupa e cruda che permea l’intera storia (in senso esistenziale, di postura, non prettamente negativo). L’intero film è pervaso di un’atmosfera eerie, inquietante, anche se non manca l’apertura verso il futuro.
Molti critici e critiche hanno sottolineato come Il ragazzo e l’airone attinga a piene mani dalla biografia di Hayao Miyazaki. Il padre del regista, come quello di Mahito, era un ingegnere aerospaziale, direttore della Miyazaki Airplane, l’azienda di famiglia specializzata nella costruzione di timoni per i caccia Mitsubishi A6M. D’altronde, la passione per l’aviazione, gli aerei e il volo in generale è uno dei punti cardine della cinematografia di Miyazaki, comemostrano Porco Rosso (1992) e Si alza il vento (2013). Qui questo tipo di industria è legata a contesti di guerra (il primo e il secondo conflitto mondiale), ma sempre con intento pacifista e antimilitarista (lo stesso regista è nato nel 1941, poco prima della Guerra del Pacifico tra Impero giapponese e gli Alleati): ogni fotogramma è un rifiuto e una condanna della guerra.
Secondo alcuni la figura di Natsuko, zia di Mahito e nuova compagna del padre, presenterebbe delle analogie con la storia della madre di Miyazaki che dal 1947 al 1955 è stata ricoverata in ospedale a causa di una tubercolosi spinale. Non sappiamo per certo se sia stata questa la reale ispirazione, ma sappiamo per certo che la donna si trova prigioniera nella torre, in procinto di partorire, da figura percepita come ostile e distante Natsuko diventa per Mahito un nuovo punto di riferimento.
Anche in quest’opera del regista nipponico sono fondamentali le figure femminili, che rappresentato delle svolte chiave nel percorso del protagonista. Non solo Natsuko: le anziane domestiche della casa di campagna, in particolare Kiriko, che il protagonista ritroverà in una versione più giovane all’interno del mondo parallelo, e la venerabile Himi, giovane maga in grado di controllare il fuoco, che scopriamo poi essere una trasposizione della madre Hisako da giovane. La missione di Mahito è quella di salvare la zia ma è attraverso e grazie a lei e alle altre donne che troverà una via di uscita, concreta e metaforica.
La questione dell’eredità e del lascito, emotivo e spirituale, è rappresentata dal Prozio, creatore della torre e di un mondo che si regge su un equilibrio delicatissimo: per questo è alla ricerca di un’erede, che possa garantire la pace. Molti hanno qui visto il carattere testamentario dell’opera, una sorta di commiato ma anche di volontà da parte di Miyazaki di affidare lo Studio Ghibli a un’altra o ad altre persone, ma anche un incitamento agli artisti e alle artiste delle nuove generazioni.

Lo Studio Ghibli
Con Il ragazzo e l’airone Hayao Miyazaki aggiunge un nuovo, mastodontico tassello alla produzione dello Studio Ghibli, ormai uno dei più noti colossi di animazione al mondo. Certo, ci è voluto un po’ prima che l’Occidente si accorgesse dello straordinario lavoro di questa realtà: per molto tempo, soprattutto prima dell’avvento di Internet, è stato complicato reperire i film dello Studio. In Italia le prime sparute distribuzioni sono iniziate all’inizio degli anni Novanta, ma è solo dagli anni Duemila che si arriva a una distribuzione costante, prima con Buena Vista Italia poi con Lucky Red, che dal 2005 si occupa di distribuire le opere dello studio nella Penisola. Ora i titoli (tranne La tomba delle lucciole) sono disponibili su Netflix.
Negli anni lo Studio ha realizzato quelli che sono stati i film più visti in Giappone e ha ottenuto fama e riconoscimenti a livello globale. La storia, però, inizia molto tempo prima, negli anni Sessanta quando il giovane mangaka e animatore Hayao Miyazaki incontra il regista Isao Takahata. I due lavorano alla Toei Animation, studio di animazione giapponese oggi noto per aver prodotto moltissime serie tra cui L’Uomo Tigre, Mazinga Z, I Cavalieri dello Zodiaco, Sailor Moon, One Piece, oltre a Dr. Slump & Arale e Dragon Ball, ideate da Akira Toriyama, recentemente scomparso. La collaborazione tra i due inizia con l’intermediazione del mentore Yasuo Ōtsuka che affida la regia del filmLa grande avventura del piccolo principe Valiant a Takahata e la cura della scenografia e di parte dell’animazione a Miyazaki. Ōtsuka lascia la Toei a causa delle condizioni lavorative e dei ritmi forsennati per passare alla A Production e viene presto seguito dai giovani artisti. All’inizio degli anni Settanta Miyazaki e Takahata passano alla Nippon Animation e lavorano ad alcune serie animate del programma televisivo World Masterpiece Theater (o Meisaku), dedicato alla trasposizione di alcuni romanzi per ragazzi occidentali. I due si occupano, tra gli altri, degli adattamenti di Heidi e di Anna dai capelli rossi (Isao Takahata alla regia e Hayao Miyazaki ai disegni). Nel frattempo i due realizzano per Tokyo Movie Shinsha (oggi TMS Entertainment) la serie anime Le avventure di Lupin III e qualche anno dopo, nel 1979, Miyazaki debutta alla regia di un lungometraggio basato proprio sul famosissimo “ladro gentiluomo”, Lupin III – Il castello di Cagliostro.
Nel 1984 Miyazaki realizza l’adattamento anime del manga da lui creato, Nausicaä della Valle del vento, prodotto da Takahata: questo gioiello anticipa molte delle tematiche care all’autore, come la riflessione sulla vita e sulla morte, l’ecologia e l’impatto degli esseri umani sull’ecosistema, il ruolo della donna nella società, le conseguenze della guerra. La pellicola segna l’inizio della collaborazione tra Miyazaki e il compositore Joe Hisaishi, che curerà molte colonne sonore dei suoi film. Sono i prodromi dello Studio Ghibli, fondato il 15 giugno 1985 a Tokyo da Miyazaki e Takahata insieme ai produttori Toshio Suzuki e Yasuyoshi Tokuma. Il nome deriva proprio dalla passione di Miyazaki per l’aviazione, nello specifico dal Caproni Ca.309 Ghibli, un aereo italiano degli anni Trenta (Ghibli è anche il nome di un vento secco e caldo che soffia nel deserto del Sahara). Il primo lungometraggio ufficiale dello Studio vede la luce nel 1986: si tratta di Laputa – Castello nel cielo diretto da Miyazaki. Nel 1988 escono due film che inizialmente godono di un buon riscontro di pubblico in Giappone ma solo successivamente verranno apprezzati nel resto del mondo e riconosciuti come pietre miliari dell’animazione: Il mio vicino Totoro, diretto da Miyazaki, e La tomba per le lucciole (o Una tomba per le lucciole), con Takahata alla regia. In seguito la sagoma di Totoro (o meglio, del Grande Totoro, Ō-Totoro) diventerà il logo – ma anche il simbolo – dello Studio Ghibli. Il buffo animale, una sorta di grande tanuki, creatura del folclore giapponese simile al cane procione (ma chi può dire cosa sia realmente) è sicuramente il personaggio più noto dello Studio.
A questi seguono opere eterogenee, rivolte sia agli adulti, sia ai bambini, che scriveranno la storia dell’animazione, come Kiki – Consegne a domicilio (Hayao Miyazaki, 1989), Pioggia di ricordi (Takahata, 1991) Porco Rosso (Miyazaki, 1992), Pom Poko (Takahata, 1994), Principessa Mononoke (Miyazaki, 1997), I miei vicini Yamada (1997, Takahata), La città incantata (Miyazaki, 2003), vincitore dell’Orso d’oro al Festival di Berlino e dell’Oscar come Miglior film di animazione, Il castello errante di Howl (Miyazaki, 2004), Ponyo sulla scogliera (Miyazaki, 2008).
Negli anni altri registi, sceneggiatori animatori iniziano a collaborare con lo Studio Ghibli, come Tomomi Mochizuki, che ha direttoSi sente il mare (1993), Yoshifumi Kondō, registade I sospiri del mio cuore (1995), Hiroyuki Morita (La ricompensa del gatto, 2002), Hiromasa Yonebayashi, regista di Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento (2010) e Quando c’era Marnie (2014). Tra loro c’è anche Gorō Miyazaki, figlio del co-fondatore, regista de I racconti di Terramare (2006), basato sui primi quattro romanzi del Ciclo di Earthsea della scrittrice e glottoteta Ursula K. Le Guin (alla quale la trasposizione cinematografica non piacque particolarmente), La collina dei papaveri (2011) e Earwig e la strega (2020).
Nel 2001, per volere di Hayao Miyazaki, a Mitaka, a Tokyo, è stato inaugurato il Museo Ghibli, grazie al quale è possibile immergersi nelle opere dello Studio.
Nel 2018, però, lo Studio perde una delle sue colonne portanti: Isao Takahata muore a 82 anni in seguito a un cancro ai polmoni. Prima di andarsene il maestro lascia al mondo quello che non si può non definire capolavoro (termine spesso abusato ma non qui, non ora): La storia della Principessa Splendente (2013). Qui vengono affrontati i temi caratteristici della poetica del regista come la condizione femminile, la contrapposizione tra la vita in campagna e quella nella metropoli, l’identità, il rapporto tra genitori e figli, la rigidità delle convenzioni sociali.
Lo Studio Ghibli ha avuto e ha ancora oggi un impatto culturale e artistico enorme in patria così come fuori dai confini nazionali, che ha costruito alzando sempre di più l’asticella della qualità e della complessità, muovendosi tra tecnica tradizionale e CGI e facendosi notare per la ricchezza e la precisione dei dettagli.
di: Francesca LASI
FOTO: ANSA/EPA/FRANCK ROBICHON