free the boobs

Il movimento che pone al centro il capezzolo femminile, censurato dai social al contrario di quello maschile, è nato 10 anni fa

La censura dei capezzoli femminili su Facebook e Instagram sembra stare per finire. Da 10 anni il movimento #FreeTheNipple chiede che le immagini che ritraggono capezzoli femminili non siano oscurate, esattamente come succede con quelle che mostrano i capezzoli maschili. Negli anni sono state tante le star, e non solo, a perorare la causa. Solo per citarne alcune: Miley Cyrus, Jennifer Aniston, Rihanna.

Una prima vittoria avvenne quando da Palo Alto si ammise la possibilità di pubblicare foto di donne impegnate ad allattare i neonati, dato che anche queste foto, prima, venivano oscurate.

L’Oversight Board di Meta, il comitato di controllo dei social formato da studiosi, politici, giornalisti e analisti starebbe spingendo verso una “liberalizzazione” dei capezzoli. Il motore del cambiamento è, in realtà, molto più serio di quanto si pensi.

Una coppia di persone trans non binarie statunitense ha presentato ricorso dopo la censura di un post da loro pubblicato che trattava di mastectomia al seno. Nei post pubblicati su Instagram la coppia è a torso nudo e i capezzoli sono coperti. Nel post la coppia parlava di assistenza sanitaria alle persone trans e spiegava come stessero raccogliendo fondi per l’operazione che avrebbe asportato le mammelle. La stessa persona, ritratta prima e dopo l’intervento, dimostrava l’ipocrisia degli “standard della community” del social, dato che una foto era stata censurata e l’altra no.

Il consiglio non ha potuto che ammettere che le politiche intorno ai capezzoli fossero basate “su una visione binaria di genere e su una distinzione superata tra corpi maschili e femminili” e ha fatto un mea culpa dichiarando di avere regole “poco chiare” in materia. Il consiglio ha quindi raccomandato di “definire criteri chiari, obiettivi e rispettosi dei diritti” quando si tratta di moderare la nudità “in modo che tutte le persone siano trattate in modo coerente con gli standard internazionali sui diritti umani“.

di: Flavia DELL’ERTOLE

FOTO: ANSA/EPA/FILIP SINGER