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Al Tgr Veneto una vittime degli abusi ha raccontato di essere stato gettato nella sua urina una volta portato in Questura

Si allarga la macchia sulla divisa della polizia in Veneto. Dopo la notizia dei cinque arresti eseguiti ieri, 6 giugno, altri 17 poliziotti sono stati indagati per torture.

I poliziotti, oltre a picchiare con pugni e calci, spruzzare lo spray urticante e umiliare brutalmente indistintamente le persone in Questura, telefonavano vantandosi di quanto fatto.

Nicolae, ai microfoni del Tgr Veneto, ha raccontato di essere stato fermato mentre di trovava in un bar ed essere portato negli uffici investigativi. Una volta sul posto ha chiesto di poter andare in bagno e un agente gli ha intimato di urinare direttamente dentro la cella, poi lo ha preso e lo ha buttato, facendolo rotolare, nell’urina.

Oltre al reato di tortura ai cinque arrestati vengono contestati anche: lesioni, falso, omissioni di atti d’ufficio, peculato e abuso d’ufficio. Uno dei legali dei poliziotti ha dichiarato all’Ansa che “saranno sicuramente necessari accertamenti lunghi e complessi. L’indagine è molto delicata, ma sicuramente saranno necessari sviluppi e approfondimenti che comporteranno tempi lunghi per fare piena chiarezza e stabilire la veridicità dei fatti. Intanto restiamo in attesa della convocazione per l’interrogatorio di garanzia“. Nell’ordinanza delle misure cautelari firmata dalla gip Livia Magri si legge che i cinque poliziotti hanno “tradito la propria funzione, comprimendo i diritti e le libertà di soggetti sottoposti alla loro autorità, offendendone la stessa dignità di persone, creando essi stessi disordine e compromettendo la pubblica sicurezza” e “commesso reati piuttosto che prevenirli” approfittando “della qualifica ricoperta, anche compiendo falsi ideologici in atti pubblici con preoccupante disinvoltura“. A essere colpiti, in particolar modo, persone straniere o senza tetto, che venivano ricoperti anche di insulti razzisti questo, prosegue Magri “da un lato, ha consentito agli indagati di vincere più facilmente eventuali resistenze delle loro vittime, dall’altro ha rafforzato la convinzione dei medesimi indagati di rimanere immuni da qualunque conseguenza“. Uno degli agenti è stato individuato a seguito delle indagini con una “spiccata propensione criminosa“, si tratta di Alessandro Migliore che nell’ordinanza si legge essere protagonista “di reati assai gravi“, “torturando con sadico godimento, in più occasioni e in un arco temporale del tutto contenuto, diverse persone private della loro libertà personale anche semplicemente per l’identificazione, in totale assenza di necessità e con crudeltà“. Per poi riportare tutto telefonicamente alla fidanzata, raccontando i pestaggi.

Roberto Massucci, Questore di Verona, ha rimosso dagli incarichi 23 agenti che, seppur non hanno preso parte alle violenze, non hanno impedito o denunciato gli episodi.

Per Amnesty International si tratta di una nuova Bolzaneto. Riccardo Noury portavoce d AI Italia, dichiara: «sembra di essere tornati alla caserma di Bolzaneto, 22 anni fa. Agli indagati si contestano comportamenti ‘gravemente lesivi della dignità delle persone’. Una formula giuridicamente corretta ma che proviamo a tradurre così: uso di persone come strofinacci per asciugare la propria urina, vanterie sui pugni assestati sul volto di persone inermi, competizioni a chi picchiava di più. Nel 2001 – prosegue Noury, – in Italia, c’era chi sosteneva la necessità di una norma sulla tortura: non per vietarla, ma per regolamentarla, in risposta alle sfide senza precedenti del periodo post-11 settembre. Ventidue anni dopo, da Verona arriva la conferma che la tortura serve non a scopo di sicurezza – non è mai servita né servirà mai – ma solo per esibire potere su coloro che ne sono privi. È un’espressione di odio, nascosta dietro una divisa. È un mezzo per annientare e umiliare. Quello che è accaduto a Verona, dunque, ci insegna due lezioni: il reato di tortura deve restare in vigore per punire chi si macchia di uno dei più gravi crimini internazionali, ma anche per tutelare la maggior parte degli operatori delle forze di polizia, compresi coloro che hanno contribuito agli sviluppi dell’indagine in corso. Non ci sono solo “mele marce” ma Verona dimostra che non c’è, almeno ancora, un ‘sistema marcio’».

Dalla segreteria del Partito Democratico si alza la voce di Elly Schlein che parla di “atti terribili e intollerabili” che sono “ancor più odiosi se aggravati da odio razzista. Comportamenti sui quali va fatta subito piena luce per fare giustizia per le vittime di questa violenza ingiustificata“. Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del PD che ha presentato un’interrogazione al ministro dell’Interno, dichiara: «il ministro dell’Interno, nel rispetto dell’azione della magistratura, deve intervenire per far luce sui fatti di una gravità inaudita accaduti a Verona. Se questi fossero confermati, avremmo indagati colpevoli di avere tradito la propria funzione e il rapporto fra cittadino e forze dell’ordine».

Per Azione-Italia Viva parla Ivan Scalfarotto: «gli atti su cui si indaga a Verona sono gravissimi, e i particolari agghiaccianti emersi nelle ultime ore hanno scosso l’opinione pubblica. Per questo, al di là delle responsabilità individuali che saranno accertate dalle sentenze di merito, riteniamo necessario che il ministro dell’Interno Piantedosi venga al più presto in Aula a riferire».

Il titolare del Viminale dal canto suo ha già commentato la vicenda, “di enorme gravità, lesive innanzitutto della dignità delle vittime ma anche dell’onore e della reputazione di migliaia di donne e uomini della polizia di Stato che quotidianamente svolgono il proprio servizio ai cittadini con dedizione e sacrificio

di: Flavia DELL’ERTOLE

FOTO: SHUTTERSTOCK