L’Intelligenza Artificiale rivoluziona il mondo del lavoro con conseguenze non sempre positive. Ma un equilibrio è possibile?

È odierna la notizia del licenziamento di centinaia di persone dal team di vendita di annunci globali di Google: posti di lavoro nel settore pubblicitario che sono stati tagliati mentre continuano gli enormi investimenti della Big Tech nel settore dell’Intelligenza Artificiale. 

Le due cose, seppur apparentemente slegate, inevitabilmente saltano all’occhio. Un portavoce di Google ha presentato il taglio dei posti di lavoro come una “normale innovazione organizzativa”, sottolineando che i dipendenti interessati avrebbero potuto “candidarsi per posizioni aperte all’interno del team o altrove in Google”, ma già nelle scorse settimane Google Cloud aveva annunciato l’utilizzo di programmi di intelligenza artificiale allo scopo di “aiutare  i rivenditori a personalizzare gli acquisti online, modernizzare  le operazioni e trasformare l’implementazione di nuove tecnologie nei negozi”, e non è passato nemmeno un anno da quando il colosso di Mountain View ha licenziato 12mila persone (vale a dire il 6% della sua forza lavoro), motivando il taglio con l’inflazione e l’aumento dei tassi di interesse, evitando di assumere altri dipendenti ma investendo invece nell’IA generativa. 

Il segnale che sembra arrivare da Google, insomma, è quello di un’azienda sempre più orientata verso l’Intelligenza Artificiale e l’automazione, come strumenti per “ridurre” i carichi di lavoro, quindi quella di gennaio 2024 potrebbe non essere l’ultima ondata di licenziamenti dell’anno. 

Il ruolo dell’IA nelle grandi aziende si fa sempre più importante ed è innegabile che stia cambiando radicalmente il mondo del lavoro; si tratta senza dubbio di uno strumento rivoluzionario ma le conseguenze di una sua integrazione troppo rapida sull’occupazione e sull’economia globale potrebbero avere una portata devastante. 

Le conseguenze sul mondo del lavoro

La direttrice generale del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, ha dichiarato che l’Intelligenza artificiale avrà conseguenze sul 60% dei posti di lavoro nelle economie avanzate. I dati arrivano da un rapporto dell’Fmi sulle conseguenze dell’Ia sull’occupazione e l’economia globale e rispecchiano quella che è, attualmente, la preoccupazione più grande in merito all’IA almeno della classe media. 

Il problema non è soltanto il rischio della cancellazione di milioni di posti di lavoro, ma anche la “svalutazione” delle competenze individuali. L’introduzione di nuove tecnologie ha sempre comportato un “giro di vite” nel mondo del lavoro: negli anni ’70 è stato il turno dell’automazione, dal Duemila l’invenzione del Web ha comportato la cancellazione di tantissimi posti di lavoro ma anche la creazione di nuovi impieghi che prima non erano nemmeno immaginabili; e ancora i social, hanno comportato la nascita di figure lavorative nuove e di un sistema di profitti ancora non completamente chiarito (basti pensare a cosa sta accadendo in queste settimane a Chiara Ferragni). 

Ora, il rischio dell’avanzata della IA nel mondo del lavoro secondo molti studiosi non è tanto la piaga dei licenziamenti, quanto la scomparsa della classe media e il fallimento delle politiche di redistribuzione della ricchezza. 

In altre parole, il lavoro – anche quello più creativo – potrebbe finire per essere svalutato, diventare più semplice. Lo “sconfinamento” dell’IA nel lavoro di avvocati, notai, giornalisti, commercialisti, programmatori, potrebbe rendere queste mansioni più “facili”, e permettere a chiunque di acquisire competenze dando banalmente un comando a un computer. Così facendo, le mansioni di cui sopra finirebbero per essere semplificate e dunque sottopagate, perché in una logica di mercato molto semplice, viene retribuito maggiormente un lavoro raro, difficile, di cui dunque c’è grande domanda. 

«C’è il rischio che l’intelligenza artificiale elimini alcuni lavori o ne dequalifichi altri della classe media, generando lavori meno remunerativi. Il pericolo insomma è: l’intelligenza artificiale ridurrà il valore di molte competenze e renderà il lavoro più mercificato?» è la domanda che si pone David Autor, professore ed economista del Mit di Boston. 

La necessità di un equilibrio 

Naturalmente cercare di fermare il progresso tecnologico per timore dei cambiamenti che può apportare è impossibile, soprattutto dal momento che altrove l’IA viene sviluppata senza alcun apparente paletto. È il caso della Cina, dove dal 2021 esiste un telegiornale finanziario che viene trasmesso in diretta 24 ore al giorno e che è interamente gestito dall’intelligenza artificiale (conduttori avatar compresi). Come sottolineato nel giugno del 2023 dal Parlamento europeo, che ha fissato la propria posizione negoziale sull’Ai act (il primo insieme di regole al mondo sull’intelligenza artificiale), questa nuova tecnologia potrebbe apportare notevoli benefici ai cittadini, da una migliore assistenza sanitaria a sistemi di trasporto più sicuri, fino alla prevenzione di reati e al rafforzamento della democrazia con la prevenzione sulla disinformazione; non usarla in tutto il suo potenziale è, secondo l’Europarlamento, “un rischio”, perché “scarsa attuazione di programmi importanti, come il Green deal europeo” comporterebbero “la perdita del vantaggio competitivo rispetto ad altre regioni del mondo, stagnazione economica e meno opportunità per tutti”.

Serve dunque un equilibrio che – al momento – non è stato ancora teorizzato. La speranza è che ci si muova in questa direzione con più rapidità di quanta ce n’è voluta per legiferare in materia di social media, ad esempio, ma soprattutto più celermente di quanto avanzi l’Intelligenza artificiale stessa. Altrimenti il rischio è che lo strumento diventi troppo più intelligente di chi lo ha creato e sfugga ad ogni controllo.

di: Micaela FERRARO

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