Dalla Cisgiordania a Jaffa rabbia per l’endorsement del brand all’estrema destra sionista
«Ero uno di quelli che indossava questi vestiti; ora non più»; poi una fiamma avvicinata alla stoffa, e la camicia marca Zara prende fuoco. Il copione è lo stesso nella protesta che brucia (sui social network) della Palestina. Migliaia di utenti – tra cui anche il sindaco di Rahat Fayez Abu Sahiban -bruciano gli acquisti fatti dal noto brand di fast fashion, con sede legale in Spagna, dopo che l’amministratore del ramo israeliano di Trimera (il franchise di cui fa parte Zara) Joey Schwebel ha ospitato e supportato il leader dell’estrema destra sionista Itamar Ben-Gvir, per un evento di campagna elettorale. Ben-Gvir infatti corre con il suo partito HaTzionut HaDatit alle elezioni del 1 novembre. Il ceo non ha rilasciato dichiarazioni.
La protesta non si è fermata ai territori palestinesi. La ministra dei Trasporti e leader del partito labourista israeliano Merav Michaeli ha annunciato che non acquisterà più dal brand di La Coruña in solidarietà alle proteste: «La violenza e l’incitamento a compierla che continua a diffondere- ha spiegato riferendosi a Ben-Bvir- il pericolo in cui mette lo Stato di Israele, la sua democrazia e la sua stessa esistenza in quanto stato democratico…non sono una questione di opinioni». Il richiamo è ai numerosi episodi di hate speech e di violenza fomentati e attuati in prima persona dal leader della destra oltranzista kahanista. Sui social diversi utenti invitano a boicottare anche altri brand del gruppo Inditex (della stessa famiglia di Zara) e che sono in mano a Schwebel: Pull&Bear, Bershka e Stradivarius.
Il partito di Ben-Gvir, che precedentemente si chiamava Tkuma, è il partito di ultradestra liberista e razzista dalle cui fila proveniva l’attentatore che uccise il premier Rabin. Lo stesso Ben-Gvir si rese protagonista di un atto di odio politico quando assaltò l’auto del premier assassinato, e nelle scorse settimane si è presentato a una protesta palestinese a Gerusalemme Est con una pistola in mano.
di: Caterina MAGGI
FOTO: EPA/ABIR SULTAN
