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    Home » Archivio Storico » 2023 » Strage via D’Amelio, giudici: “convergenza di potere tra Cosa nostra e gruppi esterni”
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    Strage via D’Amelio, giudici: “convergenza di potere tra Cosa nostra e gruppi esterni”

    Francesca LasiDi Francesca LasiAprile 6, 2023
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    Nelle motivazioni della sentenza sul processo per il depistaggio dell’attentato i giudici di Caltanissetta scrivono che l’agenda rossa di Borsellino non è stata rubata dalla mafia

    Non fu Cosa Nostra a far sparire l’agenda rossa del giudice Paolo Borsellino dopo la strage di via D’Amelio. Lo hanno scritto i giudici di Caltanissetta nelle motivazioni ella sentenza del processo per il depistaggio delle indagini a carico di tre poliziotti. Nell’attentato, avvenuto il 19 luglio 1992 a Palermo, insieme a Borsellino morirono cinque agenti della scorta.

    «A meno di non ipotizzare scenari inverosimili di appartenenti a Cosa nostra che si aggirano in mezzo a decine di appartenenti alle forze dell’ordine, può ritenersi certo che la sparizione dell’agenda rossa non è riconducibile a una attività materiale di Cosa nostra – si legge nelle motivazioni, riportate da AdnKronos – Ne discendono due ulteriori logiche conseguenze. In primo luogo, l’appartenenza istituzionale di chi ebbe a sottrarre materialmente l’agenda. Gli elementi in capo non consentono l’esatta individuazione della persona fisica che procedette all’asportazione dell’agenda senza cadere nella pletora delle alternative logicamente possibili ma è indubbio che può essersi trattato solo di chi, per funzioni ricoperte, poteva intervenire indisturbato in quel determinato contesto spazio-temporale e per conoscenze pregresse sapeva cosa era necessario e opportuno sottrarre».

    I giudici hanno fatto riferimento alla “presenza di altri soggetti o gruppi di potere co-interessati all’eliminazione di Paolo Borsellino con un ruolo nella ideazione, preparazione ed esecuzione della strage di via D’Amelio” parlando di “plurimi elementi che inducono a ritenere prospettabile un ruolo, tanto nella fase ideativa, quando nella esecutiva, svolto da soggetti estranei a Cosa nostra nella strage, vero e proprio punto di svolta nella realizzazione della strategia stragista dei primi anni Novanta. Anche senza volere ritenere scontato che si possa parlare di ‘accelerazione’, più o meno repentina, non è aleatorio sostenere che la tempistica della strage di via D’Amelio rappresenta un elemento di anomalia rispetto al tradizionale contegno di Cosa nostra volto, di regola, a diluire nel tempo le azioni delittuose nel caso di bersagli istituzionali e ciò nella logica di frenare l’attività di reazione delle istituzioni”.

    Nelle quasi 1500 pagine della sentenza i giudici di Caltanissetta hanno parlato anche “di convergenze di interessi nella ideazione della strage di via D’Amelio tra Cosa nostra ed ambienti esterni ad essa. Oltre ai tempi della strage, oggettivamente ‘distonici’ rispetto all’interesse di Cosa nostra, vi sono ulteriori elementi che inducono a ritenere asfittica la tesi che si arresta al riconoscimento della ‘paternità mafiosa’ dell’attentato di via D’Amelio e della sua riconducibilità alla strategia stragista deliberata da Cosa nostra, prima di tutto, come ‘risposta’ all’esito del maxiprocesso e ‘resa dei conti’ con i suoi nemici storici”.

    «In sintesi alla luce delle testimonianze raccolte non sono emersi nuovi elementi che consentano di dipanare l’intricata vicenda relativa alla scomparsa dell’agenda rossa di Borsellino» hanno affermato i magistrati, secondo i quali alcuni testimoni “consegnano in quadro per niente chiaro, fatto di insanabili contraddizioni tra le varie versioni, tra l’altro più volte rivedute e stravolte, rese dai protagonisti della vicenda che non permettono una lettura certa degli eventi aumentando la fallacia di qualsivoglia conclusione tratta sulla sola base della combinazione tra le varie testimonianze”. 

    Familiari Borsellino: “prima sentenza che conferma partecipazione dei corpi di Stato alla strage”

    «Questa sentenza è importante perché, al di là degli aspetti connessi alla calunnia che sembrano blindati, è la prima sentenza, in 30 anni, che dice chiaramente che a questa strage hanno concorso, moralmente e materialmente, soggetti appartenenti a corpi istituzionali dello Stato italiano» ha dichiarato all’Adnkronos, a nome della famiglia Borsellino, è l’avvocato Fabio Trizzino, genero del giudice ucciso in Via D’Amelio e legale di parte civile nel processo depistaggio .

    «E, sotto questo profilo i giudici valorizzano la vicenda incredibile connessa al reperto fondamentale della strage, che è la borsa del giudice Borsellino, e la sottrazione immediata dell’agenda rossa – ha proseguito Trizzino, marito di Lucia Borsellino, primogenita del giudice – Questa sentenza, a mio giudizio è estremamente importante perché amplia lo spettro dello scenario che ha preparato la strage, individuandolo nell’isolamento e nella delegittimazione che il giudice subisce per effetto dell’ostracismo del Procuratore di allora, Pietro Giammanco. E, in questo, la sentenza valorizzando quanto stabilito dalle precedenti sentenze, si attarda molto sulla questione delle indagini relative al dossier ‘Mafia e appalti’, quindi fermo restando che ci possono essere state quelle che si potrebbero definire, come nel caso Moro, ‘convergenze parallele’, finalmente ci concentriamo sul ‘nido di vipere’ e sulle indagini su Mafia e appalti, che il giudice voleva rivitalizzare».

    Fu lo stesso Borsellino, poche dopo la strage di Capaci, in cui morì Giovanni Falcone, a parlare, di “nido di vipere”, riferendosi al suo ufficio, come ha raccontato in aula il magistrato Massimo Russo. «E qui come va?» aveva chiesto Russo. Borsellino rispose «È un nido di vipere».

    di: Francesca LASI

    FOTO: ANSA/CESARE ABBATE

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