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    Home » Archivio Storico » 2022 » Ritorno al paese con Franco Arminio
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    Ritorno al paese con Franco Arminio

    Alessia MalcausDi Alessia MalcausGiugno 20, 2022
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    Il paese come luogo di rinascita per l’uomo che decide di guardare. Similitudini e differenze con un altro poeta “del paese”, il siciliano Leonardo Sciascia

    Di grandi autori che hanno raccontato le grandi città e i grandi Paesi, trasformati nei versi poetici più famosi di sempre, è piena la storia della letteratura mondiale. Del resto, quanto dev’essere facile parlare di Roma, Parigi, New York quando a disposizione si hanno immensi paesaggi, vie e piazze. Quanto dev’essere semplice descrivere le abitudini e l’andirivieni dei cittadini, la frenesia dei conglomerati urbani che nascondono segreti a ogni angolo. Allo stesso modo, tuttavia, note penne hanno deciso di concentrare la loro arte non sul “grande” ma sul “piccolo”, sul “lento”, su una visione periferica e distaccata della vita ma allo stesso tempo metafora universale. Su una poetica secondo la quale “l’uomo non deve costruire niente, siamo qui nel mondo, siamo qui e non si può dire nient’altro, siamo nel tempo che passa, non c’è niente da risolvere, non c’è una meta da raggiungere”.

    L’autore di queste parole è Franco Arminio, tra le più note e recenti firme, il “paesologo” che ha votato la sua arte non solo ai versi che descrivono il paese come entità geografica ormai in decadenza ma anche alle azioni concrete che possono vedere la stessa entità rinascere nel suo splendore di luogo lontano. Una riflessione, quella sulla provincia, sul piccolo borgo, sulla “gente di paese”, che può trovare ampio spazio in un momento storico in cui i dati sull’emigrazione verso la città continuano a mostrare uno scenario che vede giovani e meno giovani scappare dal paese. Quello che emerge, tuttavia, come dice lo stesso Arminio quando parla di luoghi dove “se ne sono tutti andati, specie chi è rimasto“, è che una popolazione così legata alla terra come quella italiana, in realtà, resta sempre ancorata a quel punto geografico che gli ha dato i natali, pur decidendo di andarsene. Il ritorno, in quei luoghi, è forse il momento più doloroso laddove, come dice Arminio, nel paese “c’era una volta la desolazione della miseria, adesso c’è la miseria della desolazione”. E chi, invece, rimane? «C’è la sensazione che i paesi siano ormai delle ragnatele e le persone che sono rimaste hanno i movimenti degli insetti caduti nella trappola. Alcuni sono fermi, rassegnati alla trappola, altri provano a muoversi» – si legge nelle “pagine” del paesologo. È in questa immagine, quella della ragnatela, della trappola, così immobile e al tempo stesso così viva, che il paese smette di diventare entità geografica vissuta e si trasforma in un’opera d’arte, un paesaggio da osservare, cosa immutabile lontana dalle logiche della società moderna, ferma a un tempo ormai lontano.

    Ne abbiamo parlato con Paola Radici Colace, filologo classico già docente ordinario all’Università di Messina e presidente onorario del Centro Internazionale Scrittori (C.I.S.) della Calabria.

    Che ruolo hanno il territorio e il paese in Franco Arminio? In che modo ne caratterizzano l’opera?

    «In Franco Arminio il fatto di essere nato in un luogo non è un semplice riferimento anagrafico ma diventa la molla di tutta la sua scrittura poetica e del suo impegno politico come intellettuale. Alla fine dei suoi incontri, infatti, chiede a chi lo ascolta di andare a visitare un paese più piccolo di quello da cui si viene, di andarci senza motivo, perché secondo Arminio “i paesi per prima cosa bisogna guardarli, andare a trovarli con un moto di passione. Attraversarli e guardarli. Fin quando ci sarà qualcuno che li guarderà, il loro spopolamento si allontanerà”, dice. Il paesologo, infatti, non ha mai creduto “alla morte dei paesi”, perché questi “si trasformano” e, soprattutto, mette in guardia dal pensare al paese come “città mancata”, definito per le cose che non ci sono, va pensato per quello che è, un luogo di scoperta, un processo consapevole. Arminio scrive per dare ancora una chance a quel territorio, una possibilità, trasformare delle ferite in opportunità. Il paese da cui viene, Bisaccia, in Irpinia, determina il carattere della sua poetica che è a metà tra poesia e prosa: poesia perché è emozionale, prosa perché affronta problematiche da saggio sociologico, storico, artistico. Il paese diventa a tutti gli effetti una dimensione del suo essere, ha una consapevolezza del territorio che determina il suo senso di ricerca, di orientamento verso la verità che un intellettuale cerca».

    In che modo questo legame con il territorio si ritrova anche in Leonardo Sciascia, scrittore, poeta e politico siciliano vissuto tra il 1921 e il 1989?

    «Leonardo Sciascia nasce a Racalmuto, nell’entroterra agrigentino: da lì lui parte per diventare lo scrittore, il drammaturgo, il giornalista che conosciamo, uno dei massimi intellettuali del Novecento italiano ed europeo. Quel paese, quindi, è per lui un elemento propulsore che ne definisce l’identità, non lo rinnega né lo mistifica, ma lo racconta nei suoi romanzi come luogo geografico che rappresenta la sicilianità più autentica. Racalmuto si riverbera come una scheggia dappertutto nella sua opera e nel farlo diventa metafora di ogni paese, da ogni dimensione da cui si parte. Lui stesso rimane lì anche quando diventa uno scrittore affermato perché lì risiede il significato della sua opera. In Sciascia il problema del suo territorio si sarebbe potuto esaurire solo quando avesse trovato, attraverso le sue ricerche e i suoi racconti, un punto di contatto con la libertà e la giustizia. Studia questo territorio, lo vive, proprio perché lo ritiene la strada per raggiungere la genesi dell’ingiustizia, la mancanza di libertà. Quel territorio, tuttavia, lo riporta alle angosce, a una pena ancora più grande che va oltre alle evidenze, proprio questo lo spinge a rintracciare lì l’ispirazione più profonda delle sue opere letterarie. Nella poesia “La Sicilia, il suo cuore” del 1952 scrive: “vorrei cogliere questa terra / dentro l’immobile occhio del bue. / Non un lento carosello di immagini, / una raggiera di nostalgie: soltanto queste nuvole accagliate, / i corvi che discendono lenti; / e le stoppie bruciate, i radi alberi, / che s’incidono come filigrane. / Un miope specchio di pena, un greve destino / di piogge […] / Il silenzio è vorace sulle cose. / S’incrina, se il flauto di canna / tenta vena di suono: e una fonda paura dirama. / […] / Qui la Sicilia ascolta la sua vita”. Quel territorio, quindi, è cuore della Sicilia: un cuore geografico, arcaico, ancestrale, un cuore che conserva anche una serie di aspetti sociologici che hanno plasmato il carattere e l’indole degli uomini. Questo esplode nella sua opera, un’opera che ha raggiunto tutto il mondo: ricordiamo, infatti, che Sciascia è uno degli scrittori più tradotti al mondo. Ecco, quindi, che il territorio in Sciascia diventa uno strumento letterario, definisce la sua cifra letteraria».

    Nonostante i molti punti di distanza tra i due poeti, non è solo il concetto di territorio, come elemento simbolico e ideologico, ad avvicinare Franco Arminio e Leonardo Sciascia. Essi sono avvicinati anche dalla volontà di essere, oltre che poeti, personaggi politici. Di Sciascia è, infatti, più che nota la lunga militanza politica che l’ha visto diventare consigliere regionale a Palermo con il Partito Comunista Italiano e, successivamente, deputato in Parlamento con il Partito Radicale, nonché simpatizzante del Partito Socialista Italiano. Una militanza, d’altronde, che si ascrive perfettamente nel periodo storico che vive, quello caratterizzato dalla figura dell’intellettuale militante. Arminio è anch’egli politico ma in modo meno formale, più sciolto forse, più “pop” di quanto sarebbe stato l’intellettuale siciliano. La sua poetica, la paesologia, si può certamente ascrivere nel novero dei manifesti politici e al tempo stesso filosofici dei grandi movimenti, ma le due modalità risultano sicuramente più moderne e inedite: nessuna tessera partitica, dunque, ma un grande uso dei social network, una video-lettera indirizzata al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla vigilia della sua rielezione, la presenza delle sue parole sul palco dell’Ariston, Sanremo, in occasione della 72esima edizione del Festival della canzone italiana. Arminio risponde alla stessa esigenza riscontrabile in Sciascia di sottolineare il disagio della società e chiede a Mattarella di essere il capo di Stato che si rivolge alla geografia dell’Italia; gli chiede di guidare “una Repubblica fondata sul rispetto del dolore”, che guardi ai malati, agli stranieri, ai contadini di un Paese famoso per i suoi prodotti agroalimentari; un presidente che si batta per la depressione e le ingiustizie sociali e affinché nella vita degli italiani, figli di Petrarca, Dante e Caproni, torni la poesia. «Le vere armi per l’Italia del terzo millennio sono la generosità e la gentilezza. La competizione non è sulle colpe ma sull’innocenza. Prima che una potenza economica bisogna aver cura di essere una potenza morale» – conclude la sua lettera, un messaggio che vuole essere un indirizzo non solo poetico ma di vita.

    Sia in Arminio che in Sciascia, la chiave di lettura diventa quella della ricerca, della verità in un caso, della giustizia nell’altro. In che modo, in tal senso, il lavoro intellettuale si trasforma in impegno politico?

    «In entrambi l’impegno poetico e quello politico coincidono, sebbene in modo diverso. In merito alla morte dei paesi, Franco Arminio dice ancora: “non penso che i paesi moriranno o comunque non mi interessa. Il punto non è un paese morto in più o in meno. Il punto è che la nostra cultura politica, i nostri intellettuali non s’interessano dell’Italia interna o lo fanno in maniera terroristica. Non serve denunciare, ma fare le politiche giuste. Invece le politiche liberiste sono miopi perché hanno puntato sul risparmio, sui tagli. Mentre bisogna valorizzare il capitale umano virtuoso, bisogna premiare chi fa cose belle. Ci vuole più politica, non meno politica, perché per premiare devi essere forte”. Per questo, dice, si candida, per dare una visione esterna alla necessità politica di rappresentare i paesi dell’interno. Con lui la poesia diventa un potente riattivatore della comunità. In Sciascia, invece, il lavoro di poeta e scrittore serve per riportare l’attenzione pubblica su quelli che erano i problemi socio-culturali e storici della popolazione siciliana. Entrambi i poeti, poi, decidono di agire anche attraverso gli strumenti: Arminio rinnovando i mezzi di comunicazione sfruttati dalle persone, Sciascia tentando di rendere universale la sua letteratura, di resuscitare le crepe, i silenzi, le fragilità, gli angoli bui, tutte cose che il mondo moderno ha lasciato indietro nella parola scritta a favore di sonorità invasive. Il libro, tra i mezzi di comunicazione, è il più delicato e fragile. Ecco perché l’intellettuale deve recuperare quegli spazi che la società di massa ha ottuso. I poeti quindi decidono di muoversi per acquisire una comunicazione se non universale quanto meno capace di raggiungere tutti su tutte le lunghezze d’onda».

    Parlando di mezzi di comunicazione non possiamo non parlare di linguaggio: come riesce, quello di Arminio e Sciascia, a contribuire agli scopi della loro opera?

    «Con la loro opera Arminio e Sciascia attribuiscono al linguaggio un nuovo potere di restituzione della società, che in loro diventa verità. L’uomo, infatti, è uno spirito dialettico, parla attraverso le parole e le parole che sceglie di usare sono importanti per raggiungere la verità, la determinano. Il paesologo scrive: “non siamo più in società, / e la Rete non è un focolare / dove uno racconta e gli altri ascoltano. / Non abbiamo più un fuoco / ma tante scintille. / […] / Fino a quando c’è il sole / il mondo tiene ancora / ma appena arriva il buio / il mondo non c’è più. / […] / Le parole scivolano sulle parole. / Restano per fortuna ancora i corpi / e restano i luoghi / quando c’è il sole, quando / si può vedere / l’azzurro del cielo, / il rosso di una mela. / Nella patria di Dante / ora ascoltiamo / la lingua di Salvini / la lingua di Di Maio / la lingua di Sfera Ebbasta / la lingua di Vespa. / Io voglio sentire la nostra lingua, / la lingua di chi trema per amore / o per paura, / la lingua di chi canta / per un bambino, / la lingua di chi soffia parole / sul muro del destino”. Quella che vuole Arminio, dunque, è una lingua che vada alla ricerca della verità. Sciascia, proprio come lui, tenta di rendere la letteratura comunicazione e per farlo, come Arminio, si mette in gioco, ad esempio non esitando a dare giudizi, a parlare anche quando sa che qualcuno può replicare, a mettersi in discussione. La letteratura, dunque, non è solo mezzo per la ricerca della verità ma anche mezzo di comunicazione: Arminio e Sciascia sono intellettuali impegnati che fanno dell’opera letteraria un mezzo per capire la società in cui vivono e per cambiarla, portarla verso un’altra direzione. Si prendono la responsabilità di quello che dicono, mantengono nella loro opera un’onestà di fondo che fa diventare la letteratura, di solito considerata un fatto artificioso, che non appartiene all’immediata comunicazione, uno strumento di verità».

    Il paese di Sciascia e Arminio, quindi, da entità lontana e forse dimenticata, luogo di miseria, nei loro scritti rappresenta il vero punto da cui partire per trasformare la società dell’oggi. Il piccolo diventa grande e lo fa attraverso le parole. In entrambe le opere, tuttavia, come sottolinea Colace, i poeti si trovano davanti a un dilemma: raccontare il paese, sì, ma con quale lingua farlo? Lo scrittore di oggi affronta una lingua di plastica, quella parlata negli anni della scarsa educazione linguistica; lo scrittore di ieri, invece, nel suo tentativo di essere universale, deve fare i conti con una lingua frutto di stratificazioni, fatta di mosaici, dialetti, doppiezza di significato, spessore di contenuto. Ecco allora che anche la parola diventa strumento di indagine, esplorare la terra diventa esplorare il linguaggio, “andare al di sotto dell’apparenza, grattare per capire”. Per capire quel luogo da cui, in fondo, tutti veniamo e che dovremmo tornare a visitare, ad ammirare come un’opera d’arte.

    Di: Alessia Malcaus

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