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    Pitchfork: e ora?

    Francesca LasiDi Francesca LasiGennaio 24, 2024
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    PITCHFORK
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    Il celebre sito di critica musicale è stato assorbito da GQ e parte della redazione è stata licenziata. Una situazione che riaccende i riflettori non solo sullo stato di salute del giornalismo musicale ma di tutta l’informazione e l’editoria

    Cosa succederà a Pitchfork e al giornalismo musicale? È questa la domanda che molti si pongono dopo che Anna Wintour, direttrice artistica del colosso dell’editoria statunitense Condé Nast (e direttrice di Vogue America) ha annunciato che la testata online di critica e cultura musicale verrà assorbita dal settimanale GQ. Parte della redazione è stata licenziata, mentre altri redattori e redattrici sono confluiti nel settimanale maschile. Tra le persone licenziate ci sono la direttrice Puja Patel e la caporedattrice della sezione dedicata ai reportage Jill Mapes.

    In una lettera Wintour ha scritto che la decisione è stata presa “dopo una valutazione attenta della performance di Pitchfork e di quello che crediamo sia il miglior percorso da seguire per il brand per fare in modo che la copertura della musica possa continuare a prosperare all’interno dell’azienda”.

    Già lo scorso novembre il gruppo editoriale aveva annunciato che a causa di un’imprevista riduzione dei ricavi pubblicitari avrebbe tagliato il 5 per cento della forza lavoro, corrispondente a circa 270 dipendenti. Una decisione, quello dello smembramento di Pitchfork, che ha suscitato grandi clamori, sia tra gli ammiratori, sia tra i detrattori della rivista.

    La storia di Pitchfork

    Pitchfork nasce nel 1996 quando Ryan Schreiber, commesso in un negozio di dischi, fonda un blog di recensioni dedicato alla musica alternativa e indipendente chiamato Turntable, che poco dopo prenderà il nome di Pitchfork, (“forcone”) in omaggio al tatuaggio di Tony Montana in Scarface. Il sito acquisisce notorietà in poco tempo e alla fine degli anni Novanta Schreiber decide di espandere il sito aprendo a collaborazioni esterne. Per capire il successo istantaneo del sito è necessario fare riferimento al contesto storico, tecnologico ed economico: il Web non era quello che conosciamo oggi, ancora non eravamo approdati nell’era della disintermediazione, e i blog e i siti che si occupavano di musica erano davvero pochi (senza contare che molte testate blasonate non avevano ancora una versione digitale). Diverso anche il modo di fruire la musica: all’epoca non esistevano le piattaforme di streaming, e neanche Napster, un programma di file sharing nato nel 1999 che negli anni ha suscitato molte polemiche e ricevuto anche molte accuse di violazione di copyright, fino a quando non è stato comprato da Roxio.

    Da piccolo blog per appassionati e appassionate di musica Pitchfork diventa un punto di riferimento per la critica musicale, distinguendosi anche per il linguaggio utilizzato nelle recensioni e per il sistema di valutazione. Ma sono proprio questi punti che hanno spesso suscitato le critiche. Nonostante la riconosciuta serietà e competenza della rivista, alcuni l’hanno bollata come snob, mentre, altri al contrario, non hanno visto di buon occhio la direzione intrapresa negli ultimi anni di seguire anche la musica pop e mainstream. Non sono mai mancate recensioni con giudizi molto netti o un linguaggio giudicato a volte verboso. Insomma, c’è chi trova alcune recensioni della testata ficcanti, altre provocatorie, altre ancora addirittura fastidiose, perché Pitchfork o la ami, o la odi, (ma anche qualcosa nel mezzo).

    A contribuire alla popolarità del sito è stato anche il criterio di valutazione dei dischi, da 0 a 10, con la possibilità di usare i decimi. Tanti i voti che hanno fatto parlare, dal 9.5 a Turn On The Bright Lights, album d’esordio degli Interpol, al 10.0 a Ok Computer dei Radiohead, fino al 5.4 di Storie From The City, Stories From The See di PJ Harvey allo 0.0 di NYC Ghosts&Flowers dei Sonic Youth (anche se negli anni alcune delle votazioni sono state riviste e modificate).

    Tra i meriti del sito c’è senza dubbio quello di aver lanciato la carriera di alcune grandi firme del giornalismo musicale come Amanda Petrusich, oggi al New Yorker. La stessa Petrusich ha scritto su Twitter: «Non avrei avuto una carriera senza Pitchfork». La testata ha dato la possibilità di farsi conoscere a giovani autori e autrici, come Doreen St.Felix, ma ha anche ospitato nomi già noti come Simon Reynolds, uno dei più importanti critici musicali viventi.

    Nel 2011 la rivista ha creato il Pitchfork Music Festival, una kermesse estiva tra Chicago e Parigi che ospita nomi dell’alternative rock, dell’elettronica, dell’hip hop, del jazz, dell’hardcore punk e della trap.

    Le cose cominciano a cambiare nel 2015, quando Schreiber decide di vendere Pitchfork a Condé Nast. Anche questa una scelta divisiva.

    Wouldn’t have a career without Pitchfork. Probably wouldn’t know much about music, either. Feels like a death knell for the record review as a form. Absolutely gutted for my dear, dear friends & colleagues.

    — Amanda Petrusich (@amandapetrusich) January 17, 2024

    Le reazioni

    Sono state tante le reazioni al ridimensionamento di Pitchfork, dal dispiacere al rimpianto, fino alla perplessità e all’incertezza. In molti, infatti, si chiedono quale sarà il futuro della testata. Reynolds ha parlato di un “giorno terribile per il giornalismo musicale, i giornalisti musicali e anche per la musica”, mentre secondo Petrusich è suonata una “campana a morto” per le recensione musicale in quanto genere letterario.

    È da molto tempo che si discute dello stato di salute del giornalismo e della critica musicale, un tempo vista come una guida, ma il cui ruolo è cambiato con l’avvento del web 2.0 prima e delle piattaforme di streaming e dei social poi. I servizi come Spotify, ad esempio, danno un accesso potenzialmente illimitato alla musica ma in realtà creano e mantengono una gerarchia degli ascolti, spinta anche dall’uso degli algoritmi e dell’AI (che, però, non sempre indovinano i gusti degli utenti e spesso lasciano fuori artisti underground o emergenti, come dimostrato anche da uno studio del 2021). Come ha sottolineato Giovanni Ansaldo su Internazionale, le playlist non possono “raccontare tutto quello che sta attorno alla musica” e “trasmettere senso critico”. Il racconto e l’analisi spettano alla figura del(la) giornalista, la cui funzione sembra venire ridimensionata.

    C’è, poi, un altro punto interrogativo. Pitchfork e GQ sono due testate molto diverse per tono, argomenti trattati e target di riferimento. La seconda è rivolta prettamente a un pubblico maschile e parla di moda e lifestyle. Come potranno, quindi, conciliarsi le due? Negli ultimi anni Pitchfork ha dedicato sempre più spazio al femminismo e ha lasciato spazio alle donne e alle persone non-binary: una visione e un taglio che potrebbero venir meno. In un articolo per il Guardian Laura Snapes ha fatto notare, inoltre, che inglobare il sito in GQ potrebbe nuovamente far passare l’idea che la musica sia “un’attività ricreativa maschile”. E sarebbero non due, non dieci, ma cento passi indietro per il settore musicale (e non solo), in cui le donne hanno sempre dovuto faticare per inserirsi e per emergere, e sono vessate dal doppio standard. 

    Quanto accaduto a Pitchfork riporta a galla i quesiti e i dibattiti sul presente e sul futuro dell’informazione, del rapporto tra web journalism, digitale e carta stampata.

    E il resto dell’informazione? Il caso di Sports Illustrated

    Tutto il mondo dell’informazione e dell’editoria è in fermento (ma, come abbiamo visto, lo è già da tempo). Recentemente, infatti, anche Sports Illustrated, una delle più note riviste sportive al mondo, ha annunciato che licenzierà alcuni dipendenti. Il magazine, nato nel 1954 e noto per i suoi approfondimenti e le sue copertine, dal 2019 è di proprietà di Authentic Brands Group, che però ha ceduto i diritti di pubblicazione per dieci anni ad Arena Group. Quest’ultima, però, da diverso tempo naviga in cattive acque e ha fatto sapere di non essere riuscita a pagare la quota trimestrale per la licenza ad Authentic Brands, del valore di 3,75 milioni di dollari. ABG ha fatto sapere che questo non implica la fine del magazine, ma sorgono dubbi sul futuro della rivista cartacea.

    Nei mesi scorsi Sports Illustrated era finito al centro delle polemiche dopo la pubblicazione di alcune recensioni di prodotti generate dall’AI e firmati da autori inesistenti (o meglio, artificiali). L’editore ha risposto sostenendo che la responsabilità fosse di una società esterna che fornisce contenuti per la rivista.

    di: Francesca LASI

    FOTO: SHUTTERSTOCK/CASIMIRO PT

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